IL Digitale


Robot ed occupazione ai tempi del Covid

Il Covid ha dato impulso all’uso dei robot per una serie di attività altrimenti esposte al rischio di contagio, che vanno dal trasporto di medicinali in corsia, alle attività di magazzino in industrie alimentari. In altri settori il calo del business è tale (-35% nell’automobilistico) che non c’è trippa manco per i robot, ma questa crescita ha dato il "la" a riflessioni importanti su robot ed occupazione. Segnalo due articoli molto interessanti: questo di Maurizio Ricci qui e quello di Eric Rosenbaum qui

Con il sarcasmo leggero e garbato di Zafferano, un lettore potrebbe correttamente individuare un paio di fake truth...

... in circolo.

Quando economisti tedeschi ed italiani dicono che il robot non ti frega il lavoro che hai, ma ti impedisce di essere assunto.... sorge forte il sospetto di fregatura. Come funziona sta cosa? Oltreoceano, dove il mercato del lavoro non gode delle protezioni europee perché “flessibile”, vediamo che i robot in effetti si prendono il posto di lavoro se non sono inseriti correttamente in modo complementare (invece che supplementare) al lavoratore. Di conseguenza per Germania ed Italia è solo questione di tempo, quando dopo qualche riunione condominiale a Bruxelles con richiesta di “riforme” all’Italia per rientrare di chissà quale debito pubblico, si perderanno le protezioni giuslaburistiche correnti.

La seconda fake truth che rilanciano i media per scaldare gli animi, è che si possa riempire di robot qualsiasi settore industriale, ogni processo, in tutti gli uffici ed officine. Un po’ come il cacio sui maccheroni: prendo un robot da $25.000 e lo metto li in fabbrica ad avvitar bulloni al posto di tre turnisti che costano $150.000 all’anno. Ne metto un altro a guidare un TIR ed elimino il camionista. Tutta fuffa. A prescindere dall’intelligenza da ranocchio, il robot non è minimamente in grado di apprendere la quantità di attività manuali ed intellettuali che ognuno di noi esercita giornalmente, sia egli o ella contabile, cassiera, tassista, ingegnere o infermiere.  La sola destrezza manuale che consente ad oguno di noi di prendere qualsiasi oggetto senza farlo cadere e svitare dei tappi o usare una siringa, per un robot è performance olimpionica.

Dove Amazon, Tesla ed altri han fatto particolarmente bene, è stato nello studiare da vicino, e sperimentare continuamente, come il robot possa fare una specifica attività in modo più rapido ed efficiente rispetto a quanto fatto da una persona. Questo non significa mai sostituire quel lavoratore, al contrario significa dargli uno, due, tre “schiavetti digitali” che su operazioni ben definite riescono a dargli una mano. A quel punto la produttività, sia essa di lavori manuali o di concetto, aumenta enormemente.  Questo apre il punto dirimente: come considerare quegli schiavetti meccatronici.

Se li consideriamo al pari degli altri mezzi produttivi dell’azienda, nel corso del tempo andremo a ridurre le possibilità di crescita professionale e di guadagno del lavoratore. Facilitando qualsiasi mestiere, in ogni professione si ridurrà il divario tra neo-assunto ed esperto. Tassare i robot, come dice Bill, è solo una foglia di fico sul problema del reddito delle persone.   Se li consideriamo come strumenti del lavoratore, di sua proprietà, abbiamo una speranza. Sentiamoci su Twitter per approfondire.

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Zafferano

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Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
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Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Tommaso Papini (Firenze): traduttore inquieto, occidentale esausto, cavaliere di bronzo
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro