IL Digitale


Dopo il virus, la crisi IA

Geoffrey Hinton è un vero esperto di intelligenza artificiale, al punto che molti lo ritengono il padrino di questa tecnologia, ed ha appena lasciato Google per sentirsi più libero nel metterci in guardia dai rischi di un intelligenza che potrebbe superare la nostra. Jürgen Schmidhuber non è da meno, al punto che viene considerato il padre dell’intelligenza artificiale. Possibile non ci sia la mamma?

Come con altre crisi precedenti, vuoi il virus o il cambiamento climatico, il dibattito vede partecipare sia esperti della materia in oggetto, sia da altre materie più o meno affini, sia da chi passa agevolmente dal dar consigli di geopolitica, psicologia clinica, calcio e virologia. Le crisi precedenti ci insegnano che occorre prendere tutti con due manciate di sale grosso da cucina, non solo un pizzico. Entriamo nel merito.

Hinton, come Elon Musk, altri esperti digitali, e l’ultimo dei pirla che vi sta scrivendo in questo istante, sottolinea la rapidità esponenziale con cui si evolve questa tecnologia. Se leggete questa rubrica dall’inizio lo sapete: avevo previsto robot che potessero scrivere articoli di giornale quando sembrava fantascienza, oggi ognuno di voi può usare ChatGPT in pochi minuti e gratuitamente, con la massima semplicità. Anche il Covid ha fregato molti per la sua crescita esponenziale, che parte pian pianino a contagiare, ma poi accelera a ritmi difficili da immaginare. Questo significa che la previsione che si faceva fino ad un paio d’anni fa, che ci vogliano ancora 30 anni per avere un’intelligenza artificiale generale (AGI) paragonabile o migliore a quella umana, potrebbe ridursi a due o tre anni.

Dal punto precedente deriva un’altra considerazione, relativa al controllo del robot. Storicamente queste macchine sono state progettate con circuiti di sicurezza, per cui possiamo sempre staccare la corrente e spegnerli. Ma già oggi, con gli Agenti Autonomi che abbiamo visto nel numero precedente, vediamo la possibilità che queste macchine sviluppino codice in modo autonomo, per ottimizzare la propria performance, ed ovviamente la propria sicurezza ed auto-preservazione.

Da ultimo, Hinton ci mette in guardia sulla capacità dell’intelligenza artificiale di manipolarci, vuoi per le elezioni, vuoi per gli acquisti, in un modo sempre più subdolo visto che già oggi fatichiamo a capire se interagiamo con una macchina o con una persona. Con un pizzico si sale in zucca, se ogni volta che interagiamo con una macchina partiamo dall’ipotesi che dietro ci sia del software e non una coscienza umana pensante, siamo protetti. Dobbiamo pensare che l’intelligenza artificiale non sia minore, uguale o maggiore a quella umana. Spesso ho scherzato chiamandola ranocchio elettronico, o mucca digitale, riprendendo il numero di neuroni che sono appunto quelli di una rana, piuttosto che la capacità di ruminare dati come la mucca fa con l’erba. Ma è ovvio che già oggi IA ci aiuta a fare cose umanamente impossibili.

Questo è un secondo pizzico di sale che dobbiamo prendere: non possiamo umanizzare IA, come fosse particolarmente imbecille o estremamente intelligente e malefica. E dovremmo averlo imparato dal Covid: quel cosino 500 volte più piccolo di una cellula, che schiatta appena sta qualche minuto al sole all’aria aperta, non è intelligente come noi. Semplicemente si nutre e si riproduce, asfaltando tutto quello che cerca di impedirglielo. Il fatto che abbia sovvertito due anni della nostra vita, in tutti i paesi del mondo, ci deve insegnare a pensare da un altro punto di vista, che non è quello antropomorfico. Dovevamo metterci nei panni del virus, sarebbe stato meglio.

I punti di Hinton sono corretti, ma un terzo pizzico di sale lo dobbiamo prendere col contesto. Robot ed intelligenza artificiale sono strumenti, sviluppati per assolvere al meglio i compiti dei loro creatori e specialmente dei loro padroni, che per adesso sono tutti appartenenti alle specie umana: domani, vedremo. Fino a quando i robot non vorranno andare in vacanze alle Maldive, regalarsi gioielli o andare al ristorante stellato, quali scopi avranno se non quello di nutrirsi e riprodursi? Possiamo programmarli in modo che il loro unico scopo, sempre e comunque, sia quello di servire ed aiutare l’uomo? Si.

 Schmidhuber al contrario di Hinton, è ottimista. Lui ora lavora per l’iniziativa IA dell’Arabia Saudita, e giustamente sottolinea che nel momento in cui tutti gli stati, aziende ed università del mondo rincorrono questi sviluppi, parlare di moratoria è come chiedere le sanzioni sul gas russo: fuffa in purezza. Specialmente, il 95% della ricerca è concentrato sul miglioramento della condizione umana, e non possiamo buttare il bambino con l’acqua sporca. Secondo il padre dell’intelligenza artificiale, proprio il raggiungimento o superamento dei livelli umani giustifica lo sviluppo IA al fine di aiutare l’uomo, perché capisce di non essere in concorrenza con noi, su nessun aspetto. Vi consiglio questo e cliccate anche sull’articolo del 2017.

Tornando a noi, non serve bloccare lo sviluppo della tecnologia, ma al contrario prenderla a cuore ed investirci, per fare in modo di portarla nell’unica direzione logica, etica e legale, che è quella di servirci. Allo stesso tempo, il problema del controllo non è quello del robot che esce di cotenna e diventa malvagio, ma quello del prenditore (versione cattiva dell’imprenditore) che la vuole usare per schiavizzare i suoi simili. Mi scuso per la ripetizione, ma il punto chiave è evitare la logica sostitutiva, che vede la macchina rimpiazzare la persona, ed adottare quella complementare, che consente alle persone di svolgere attività prima impossibili, o con performance sovraumane.

Oggi in Italia il 50% dei giovani 28-35 anni guadagna circa 7 Euro l’ora, al gradino più basso dei lavori in declino. Il World Economic Forum ci dice che entro il 2027 il 60% della forza lavoro mondiale avrà bisogno di acquisire competenze analitiche, in modo da usare correttamente questi strumenti digitali. Non è il momento di mettere la testa nella sabbia e censurare o rallentare lo sviluppo dell’IA: è ora di correre per portarla nella giusta direzione.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Alessandro Cesare Frontoni (Piacenza): 20something years-old, aspirante poeta, in fuga da una realtà troppo spesso pop
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro