Bruxelles


Etica digitale, politica e altre lepidezze

In epoca non sospetta, il 30 ottobre 2016, pubblicai su un sito, ora tramontato ma ancora vagante in rete, una lunga intervista con Giovanni Buttarelli, allora garante della privacy europea e capo dell’European Data Protection Supervisor, padre del famoso GDPR, in italiano Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati.

Parlammo per ore dei rischi impliciti nella creazione di algoritmi basati sui miliardi di dati forniti gratuitamente, inconsapevolmente, o consapevolmente e complici, da...

... miliardi di cittadini del mondo intero ai GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), ad Alibaba, Microsoft, che è ormai ben più di un sistema operativo vocato alla produttività. Per non parlare delle fioriture degli ultimi mesi di lockdown e smart working: Teams che si è ingurgitata anche Skype for Business e altre frattaglie informatiche mettendole a sistema a cui aggiungete Zoom, Webex, GoToMeeting, Houseparty, GoogleMeet, GoogleClassroom. E le videochat di WhatsApp, Messenger, Telegram. Oppure pensate a ogni altra “app” che nasce, cresce, si diffonde come TikTok, PayPal, VeePee, Instagram, solo per fare i nomi di quelle che circolano in famiglia.

Miliardi di dati che si allargano, certamente per la cortesia usata dalla pandemia e dai lockdown più o meno espliciti, ma anche grazie gigantesche pervasioni esercitate dalle piattaforme. Ne ho dimenticate decine, ma basta così. Beh... Buttarelli si rendeva conto che era solo agli inizi del suo lavoro e che portare tutto questo nelle istituzioni, e le istituzioni all’interno di questo nuovo mondo, sarebbe stato davvero complicato.

Qualche mese fa, un caro amico, navigatissimo esperto di Commissione EU e regolazione dei sistemi a rete, dall’energia alle telecomunicazioni, ha messo intorno a un tavolo del suo Centro per la Regolazione in Europa, Mark Zuckerberg padrone di Facebook e il commissario Thierry Breton, responsabile per il mercato interno. Si era a metà maggio, nel mezzo della prima ondata e il pretesto era ovviamente il ruolo delle piattaforme durante la crisi pandemica. In realtà il vero confronto fu sui dati, e sull’etica necessaria e percepita nel maneggiare gli stessi; e su come dovessero essere regolati, e da chi, in un possibile e prevedibile impatto a lungo termine della pandemia.

Un punto chiave delle chiacchiere fu la relazione tra piattaforme online e governi; e come potrebbero essere la governance e la collaborazione future. Roba delicata. Se avete voglia di un’ora in un americano cauto ma sfrontato (Zuck) contro l’onesto tentativo di difesa di una Unione Europea “sovrana” nell’indirizzo dell’etica di cui sopra con accento francese (Breton), andate a questo link. Il quadro che ne esce è di grande realismo e visione: Mark fa il ragazzone pieno di buone intenzioni, Breton risulta paternalista, ma efficace. L’affresco che traspare corrisponde comunque, di là delle fantasie complottiste e leggende oniriche o distopiche su Facebook & Co, alla necessità profonda di una riflessione che Buttarelli aveva intuito e cominciato a promuovere.

La potenza (e il potenziale) di fuoco dei miliardi di dati passati attraverso setacci tessuti a maglie variabili da specifiche intelligenze artificiali, può certamente variare e migliorare, o drasticamente riorganizzare, la vita del cittadino. Che si tratti di un consumatore o meno, abbiente o impoverito, oppure sostentato da quello che Riccardo Ruggeri chiama qui il reddito derivante dall’uso del divano di cittadinanza.

Sarà il COVID ad aprire l’uscio alla razionalizzazione e omologazione della raccolta e sistematizzazione a livello dell’Unione sui dati sanitari essenziali dell’Europae Civis. Dopo il riconoscimento facciale biometrico condiviso legato alla registrazione digitale delle fotografie per l’emissione di carte di identità, patenti e passaporti, delle decine e decine di milioni di impronte digitali, passeremo, alla condivisione delle cartelle mediche dei sistemi sanitari di molti Paesi. Certo, per chi abita l’Europa, la possibilità di avere diagnosi facilitate in tutta l’Unione e (chissà?) magari più oltre può essere visto come un vantaggio. Il COVID potrebbe essere ingabbiato in una modellistica matematica tale da permetterne l’annientamento prima del vaccino o sicuramente in concorso con il vaccino.

La profilassi, poi, diventerebbe facile e utile anche per altri virus, “Un beneficio incalcolabile”, come si sforza di raccontarmi sullo schermo di FaceTime il collega lobbista di BigData che sta caldeggiando per una manciata di aziende l’accelerazione della schedatura sanitaria globale. E mi dice: “Del resto, fra le assicurazioni malattie, la digitalizzazione delle cartelle cliniche, la registrazione delle analisi del sangue in serie storica, il tricking delle ricette mediche che illuminano anche su una sindrome passeggera, l’uso delle applicazioni ad-hoc liberamente scaricate che controllano o registrano volontariamente glicemia, battito, pressione, passi fatti, cibo ingurgitato e quant’altro è solo questione di estensione ai grandissimi numeri. Poi, il gioco è fatto – il gioco... sarà poi game-over?

Mi fa tornare in mente una socialista ungherese che ovviamente non venne rieletta al Parlamento Europeo dal suo paese in transito verso l’orbanesimo. Quando ritornò cittadina e politica normale si pose una questione di fondo circa la relazione fra dati ed etica. Questa, visivamente, si basava sul disegno del classico e molto istituzionale tempio greco con l’iscrizione "Dati Europei" nel timpano, il vertice a triangolo appiattito di tutti gli esempi del genere: il punto di arrivo, la summa. Sotto, nella fascia che si chiama mètope, la parlamentare si augurava di vedere una infrastruttura europea per la gestione dei dati e la creazione di una squadra di talenti condivisa da tutti i paesi per raggiungere lo scopo. Le tre colonne portanti del progetto erano la ricerca, il business e il pubblico nel duplice senso del temine. Ma erano le basi, le premesse: architettonicamente solo le stilòbate, cioè i gradini che elevano il cittadino alla superficie del tempio, erano di grande interesse. Forte premessa di legalità; sicurezza dei dati e inviolabilità della privacy individuale, assenza di mercimonio rispetto ai contenuti; sostenibilità sociale dell’impianto concettuale dell’infrastruttura dei dati; competitività libera dei fornitori e degli utilizzatori nel rispetto dei gradini precedenti; fairness, correttezza dei processi, per sfociare in ultimo livello che prevedeva, insieme, l’etica e la negoziabilità degli algoritmi per gli individui che all’algoritmo contribuiscono. Era poco dopo la legislatura conclusa nel 2014 e l’argomento non era ancora di moda.

Comincia a esserlo ora. Il rituale si è avviato un paio di giorni prima di Ognissanti con una opinione parlamentare del comitato per gli affari legali destinata al comitato (le nostre commissioni) per l’industria la ricerca l’energia e i trasporti e commenta la comunicazione della Commissione dal titolo "Una strategia europea per i dati". L’opinione sottolinea che “la creazione di uno spazio unico europeo dei dati è fondamentale per garantire la competitività globale, la sovranità digitale e la prosperità economica dell'UE, rilevando che l'approccio dell'UE alla digitalizzazione dovrebbe essere incentrato sull'uomo, orientato al valore e basato sul concetto di economia sociale di mercato; sottolinea che ogni attore non UE dovrebbe essere invitato a operare nello spazio unico europeo dei dati purché soddisfi gli standard etici, tecnologici, di privacy e di sicurezza dell'UE”. Insomma, molto del pensiero di Edit Herczog, la socialista ungherese in Parlamento dal 2004 al 2014 e oggi consulente in proprio su argomenti di questo tipo, è transitato fino a qui.

Parlando di business, la via viene comunque tracciata: l’opinione sottolinea “l'importanza fondamentale di promuovere l'accesso ai dati per le imprese dell'UE, in particolare per le piccole e medie imprese e le start-up; ritiene che la condivisione volontaria dei dati tra le imprese sulla base di accordi contrattuali eque e trasparenti, innescata da incentivi sotto forma di sussidi e agevolazioni fiscali, contribuirebbe a raggiungere questo obiettivo”.

Ne discende, nella proposta d’opinione, che “gli accordi volontari di condivisione dei dati equi, semplici, comprensibili, sicuri, interoperabili e convenienti tra aziende della stessa catena di approvvigionamento e settori diversi, che monetizzano la partecipazione dei fornitori di dati o consentono schemi di "dare e avere", accelereranno ulteriormente lo sviluppo dell'economia dei dati dell'UE”.

Il resto è bla-bla operativo fino al punto in cui si “sottolinea che l'attuazione della strategia europea sui dati deve trovare un equilibrio tra la promozione di un uso più ampio e la condivisione dei dati e la protezione dei diritti di proprietà intellettuale della privacy e dei segreti commerciali”, ma che l'economia digitale basata sui dati “non richiede grandi modifiche al quadro esistente in materia dei diritti di proprietà intellettuale e accoglie con favore l'intenzione della Commissione di rivedere la direttiva sulle banche dati e di chiarire l'applicazione della direttiva sui segreti commerciali”. Capito?

Non solo le persone, ma pure le imprese, in nome di una maggiore efficienza e competitività, con un allargamento dell’accesso e alla condivisione dei segreti industriali...

Avremo modo di parlarne ancora perché inizia sempre così e, sicuramente entro il termine del mandato di questa commissione e di questo parlamento arriverà un “pacchetto” di misure che cambierà lo scenario in modo più o meno profondo, ma incontrovertibile. Senza scendere in dettagli, occorre prepararsi a una rinuncia ancora più consistente della privacy individuale e collettiva e alla sistematizzazione degli effetti in larga parte voluti da noi stessi, progettati, richiesti, utilizzati per semplificare la vita all’individuo, alla collettività e alle imprese.

Sicuramente, qui, mancherà il conforto di una mente illuminata come quella di Giovanni Buttarelli, il ragazzo del ’57 che ci ha lasciati lo scorso anno nella serata del 20 agosto.

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