Racconto


Le ali della conoscenza

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Agostino era tormentato. Non era soddisfatto della sua opera: era da vent’anni che ci lavorava, ma ad ogni progresso s’affacciavano delle difficoltà. L’opera era il De Trinitate, un trattato sulla Trinità divina: quindici libri per definire la natura del Dio cristiano. Come esprimerlo? Unus et trinus aveva detto Tertulliano, quell’eretico montanista: ma in fondo era un buon diavolo – e molto dotto. Ma molti problemi l’apologeta cartaginese l’aveva lasciati insoluti: tre ipostasi e una sola usìa, va bene, ma qual era la relazione tra loro? Poco si sapeva di ciò. I cristiani, in definitiva, conoscevano solo una persona, la seconda: Egli parlava di Suo Padre, ma non era sceso nei dettagli. Aveva detto che...

... Lui amava Suo Padre e questi amava Lui. L’unio amoris: un respiro di amore legava i due, uno Spirito d’Amore li legava. Lo Spirito era lì. E siamo da due a tre.

Secondo Pavel Aleksandrovič Florenskij, il grande pensatore e mistico russo, vi sarebbe stata una “quarta” ipostasi, la Sofia, che unifica le tre persone: essa sarebbe la Madonna, la Theotókos. Tutto ciò puzzava di eresia: così disse il teologo russo Vladimir Nikolaevič Losskij. Ma i sofiologi russi sono del Novecento, noi parliamo di Agostino, nel 419 d.C. Egli non riusciva comprendere come tre persone fossero diverse e al contempo uguali: Credo quia absurdum, aveva detto Tertulliano, quell’eretico! No: lui, che era andato a scuola di Platone, doveva capire.

E camminava. Camminava sulle rive del mare, poco lontane da Ippona, città di cui era vescovo. E pensava. Pensava allo Spirito: era generato dal Padre solo o anche dal Figlio? Filioque o per Filium? Le parole sono pietre: un falso sillogismo avrebbe condotto a un errore – Fozio! Poi si fermò di fronte all’infinita distesa del mare. Si sgomentò: ebbe paura. Chiuse gli occhi e pensò tra sé: “Signore, io non capisco. Io non TI capisco”. Il buio che vedeva sembrava l’abisso dell’insondabile. Riaprì gli occhi e si girò per proseguire la strada: non pensava più. Ricominciò a camminare. Verso l’orizzonte dove tramontava il sole.

Da lontano si vedeva una piccola macchia scura: un gabbiano? Andava e  veniva dal mare camminando. Che strano. I gabbiani volano, hanno le ali. Come gli angeli: come sono gli angeli? Bisognerebbe scriverci sopra. Ma sugli angeli aveva già scritto lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita, il siro: anche lui era allievo di Platone. Se solo ci fosse qui il filosofo dalle spalle larghe! Si dice si fosse convertito quando vide Gesù che era andato nel Limbo per fare messe di  anime vissute prima del Suo Avvento. A misura che Agostino si avvicinava, quella macchia scura si  delineava nelle sue forme: non era un gabbiano. Insomma, sembrava avesse le ali.

No: era una  forma umana, piccola. Arrivò vicino alla forma e vide distintamente: era un bambino. Andava e veniva dalla battigia alla riva. Strano. Il bimbo era con un corto perizoma bianco, i capelli sciolti, lunghi sul collo, neri come piume corvine. Andava in mezzo al mare, si accucciava e riempiva una grossa valva di una conchiglia; poi si alzava, attento a non vuotare il contenitore riempito d’acqua marina e andava a riva. Che strano gioco faceva quel bambino. Al ritorno, correndo, il frugoletto volse lo sguardo ad Agostino: aveva gli occhi celestrini; e gli sorrise pure, poi corse verso il mare. Che strano.

Agostino guardò ancora il gioco e si accorse che il bimbo svuotava l’acqua in una buca. “Che fai, piccolo?” disse Agostino. “Prendo l’acqua”. “Lo vedo: ma perché la butti nella buca a riva?” “Voglio riempirla, signore”. “Ma non vedi il mare? È infinito. E la buca è piccola: non puoi mettere il grande nel piccolo”. Agostino si abbassò e guardò il piccolo negli occhi. Strano. Ad Agostino l’azzurro di quegli occhi sembrò intenso come quello del mare. “Sai, un grande sapiente avrebbe detto che è illogico”. “Chi, signore?” “Un greco, vissuto tanto tempo fa: si chiamava Platone”.

Si alzò, mirò l’orizzonte marino e mormorò: “Magari fosse qui...” “E tu, signore?”. “Io cosa?” “Tu sai che cosa è illogico?” “Certo, piccolo, io ho letto Platone”. “Ah, ecco!” E corse via ridendo, verso il mare con la valva in mano. Che strano bimbo. Questi giovini! Bisognerebbe avere più rispetto di Platone, e anche di un vescovo teologo...! Quando ritornò con la valva piena d’acqua, il bimbo si volse verso di lui e disse: “E tu non fai lo stesso, signore?” “Che cosa vuoi dire?” “Cerchi di mettere il mare nella buca”. “Io non gioco, ragazzino: io studio”. “Non metti il grande nel piccolo?” “Che?” “Guarda qui, signore”. Il bimbo gli fece vedere la valva piena d’acqua. “Che cosa vedi, signore?” “Vedo il riflesso del mio viso”. “Ecco: è il piccolo che ha un po’ del grande. Ma non tutto il grande, non tutto l’infinito, Agostino”.

Il teologo vedeva la sua faccia sul fondo perlaceo della valva, ma... Ma il bimbo lo aveva chiamato per nome: non gli sembrava averglielo detto; no, non glielo aveva detto. E “infinito”? Un bimbo non sa che cos’è l’infinito. Agostino continuava a vedere il suo volto sgomento sulla superficie dell’acqua, poi la valva improvvisamente cadde e l’acqua si disperse. L’acqua si era dispersa nel mare e il piccolo  nell’infinito. Alzò gli occhi: dov’era il bambino? Si girò. Era solo. Lui e il mare. Lui e l’infinito. Era confuso. Poi, quasi gli si fermò il cuore. “Signore, TI ho capito”, disse; e cadde sulla sabbia in ginocchio. “Ho capito” disse.

Com’è possibile per un uomo comprendere l’infinito? Comprendere il molteplice nel semplice,il Trino nell’Unico? Poteva un teologo? Poteva il grande Platone? Sono come bambini di fronte al Signore. I gabbiani volavano sulle onde. Quelle ali: lo Pseudo-Dionigi le avrebbe riconosciute. Erano quelle di un bambino che aveva visto il mare e che non l’aveva preso tutto; quelle di un angelo che aveva visto l’infinito e non l’aveva compreso. Agostino si rialzò e disse: “Il mio trattato è finito”. E ritornò a casa.


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Bibliografia.
Pillion, L., La Légende de Saint Jérôme d’après quelques peintures italiennes du XVe siècle au Musée du
Louvre
in “Gazette des Beaux-Arts” 501, 1908, pp. 303-318.
Marrou, H. I., Saint Augustin et l’ange. Une légende médiévale, in L’Homme devant Dieu, Mélanges
offerts au Père Henri de Lubac, II, Paris 1964, pp. 137-149.

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