LA Realtà aumentata


Fino alla fine del mondo

Tutte le volte che leggo o sento parlare di Realtà Aumentata, in un instante mi sovviene il, per me, mitico film di Wim Wenders “Fino alla fine del mondo”. E' un film lunghissimo che sorprende per il suo modo di approcciare le tecnologie ed il loro rapporto con l'uomo.

Il protagonista viaggia letteralmente intorno al mondo per raccogliere video e suoni all'interno di una strana apparecchiatura, che solo verso la fine del film svela la propria funzione.
Tale strumento servirà a trasformare i dati raccolti, in impulsi cerebrali in modo da poterli trasmettere come pensieri innestati nel cervello dei non vedenti. La madre del protagonista è non vedente e il suo ultimo desiderio è quello di poter vedere i volti dei nipoti e le immagini dei luoghi in cui aveva vissuto.

Il mio legame con questo film è molto forte. Proprio negli anni in cui usciva, ad inizio anni '90, mi ritrovavo con una telecamera a fare le stesse cose per mio padre la cui vista si era notevolmente affievolita e che si sarebbe definitivamente spenta di lì a pochi anni.
Sono sempre stato un appassionato di tecnologia. Nel 1994 a San Francisco ho scoperto Internet. Ho condotto la mia prima video-conferenza sul web proprio a Stanford con un software chiamato cu-see-me nel settembre 1994.

Allora, solo le grandi Università americane disponevano di una “banda larga” di circa 2 MB/sec.
Nel 1995, nel corso del mio primo “giro del mondo” ho raccolto con la mia telecamera le immagini e suoni da vari paesi del mondo ed in particolare dall'Australia dove risiedeva una carissima zia che mio padre non vedeva da anni. L'Australia è la nazione in cui ha termine il film di Wim Wenders.
Sono seguiti in pochi anni altri 6 giri del mondo.

Non so sinceramente quanto mio padre abbia potuto vedere delle immagini che gli ho riportato dai miei viaggi, ma sicuramente la tecnologia mi ha aiutato in questo.
Sono passati più di venticinque anni dall'uscita del film, ed oggi il concetto base del film stesso potrebbe essere ricondotto al termine “Realtà Aumentata”.
Nonostante i progressi che la scienza e la tecnologia hanno compiuto in questi anni, ancora oggi, se mio padre fosse vivo, la scienza non sarebbe in grado di fornire alla retina o addirittura al cervello il tipo di immagini fornite dal fantascientifico strumento dello scienziato viaggiatore del film.

Per un non vedente, poter osservare le cose anche con un device esterno sarebbe meraviglioso.
Per un vedente la realtà aumentata è uno strumento utile che incrementa le possibilità, ma ancora oggi i vari tentativi quali ad esempio quelli dei Google-Glass non hanno prodotto i risultati sperati.
Manca ancora qualche tassello.

Non è chiaro se la questione sia unicamente di tipo tecnologico o anche sociale.
Sicuramente il primo passaggio a mio avviso dovrebbe essere quello di poter restituire una vita normale a chi è stato meno fortunato.
Assistiamo invece all'aberrazione narrata nell'ultima parte del film dove il protagonista dopo l'esplosione del satellite nucleare che prelude alla “fine del mondo”, come lo conosciamo, si annichilisce cadendo preda della sua stessa invenzione, prigioniero dei propri sogni più belli.

Così i Social che oggi dovrebbero essere una realtà aumentata della nostra società, rendono “prigionieri” miliardi di persone, chi chiuso in una bolla, chi ossessionato dal voler apparire ciò che non è, chi in perenne lite con il resto del mondo. Sembra che la realtà aumentata amplifichi tutto il nostre essere, mettendo in evidenza i nostri pregi ma rendendo esponenziali i nostri difetti.
Questa rubrica vorrà esplorare il rapporto tra tecnologie, comunicazione e società, cercando di trovare una chiave di lettura che ci permetta di evitare di arrivare alla “fine del mondo”, anche con l'aiuto della nuova generazione, quella dei nativi digitali che ci stanno insegnando nuovi modi di utilizzo della “realtà aumentata”.

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