LA Bibliocasa


Le marine d’inverno dell’editoria

Rileggo Geminello Alvi. Non Ai padri perdòno – un Mondadori del 2003 intessuto di marine adriatiche e di Russia, dolente e coriaceo – ma il saggio sul capitalismo verso l’ideale cinese, edizioni Marsilio.

Sensibile ai libri suggeriti dai libri, mi appunto un titolo citato dall’autore: Il dispotismo orientale di Karl August Wittfogel. Un paio di commenti di Alvi sembrano raccomandarlo: si capisce che quello firmato da Wittfogel (1896-1988) è un classico proibito, uno studio sulle profonde attinenze tra dispotismo orientale e Stato socialista. Attualissimo.

Mi decido all’approfondimento, cioè all’acquisto del libro (sono un sottolineatore). Una breve ricerca dà esito insperato: del Dispotismo orientale esiste un’edizione italiana in commercio, pubblicata da Pgreco, collana Dossier, 800 pagine, 40 euro, scontati a 34 su una libreria online. La tentazione di un libro nuovo anziché di modernariato mi coglie di rado, ma questa volta, mi dico, voglio sostenere un piccolo editore capace di investire nella pubblicazione di un difficile e poco conosciuto saggio anti-totalitario.

Ordino il libro e arriva. Qualcosa non torna. Il testo pare impresso con una delle vecchie stampanti ad aghi degli anni Ottanta. Guardo meglio. Alcune righe sono lievemente curve e la gabbia tipografica in alcune pagine è sbilenca, come quando si fa una fotocopia in gran fretta. La carta è di un bianco chimico che stanca gli occhi già a riga dieci. Guardo ancora meglio. L’intero libro è stato scansionato e poi stampato come immagine. Non è stato nemmeno acquisito il testo. I miserabili miracoli della digitalizzazione, un libro da discount.

Eppure si tratta di un saggio per pochi e chi lo acquista suppongo che lo faccia, oltre che per leggerlo, per conservarlo accanto ad altri titoli non cedibili (come La chiusura della mente americana di Allan Bloom). Non sarebbe valsa la pena prepararne un’edizione se non di pregio, almeno rispettabile? I proprietari di alcune pensose biblioteche private di provincia – le uniche dove si coltivi la consapevolezza che, come direbbe Wittfogel, tra i Gulag e Auschwitz sarà il «sistema totalmente manageriale» a vincere la penultima partita – avrebbero acquistato il libro anche a fronte di un prezzo più alto.

Ma la nostra editoria è già sedotta e sviata, Alvi ha ragione, è già del tutto cinesizzata. Resa smaniosa dai facili guadagni derivanti da un uso povero della tecnologia, produce libri simili ai libri veri, da cui emana, tra le righe, un lontano profumo di fake e cleptomania, un profumo che oggi si porta persino con un certo orgoglio di mestiere. Solo il bibliofilo ci resta male: s’è mai visto il libro scomparire prima del lettore?

Avvolgo il Dispotismo orientale con della carta da pacchi color sabbia, chiudo con lo spago e lo spedisco attraverso l’ancora ottimo servizio postale svizzero a un amico a Bruxelles che è assistente di un’europarlamentare, suggerendogli di abbondonare la copia in uno dei felpati corridoi di palazzo Berlaymont, per vedere l’effetto che fa. Ma è probabile che da quelle parti Il dispotismo orientale l’abbiano già studiato a puntino, in inglese, prima edizione 1957, Yale University Press, in particolare il capitolo «La democrazia degli straccioni».

Di mio, aspetto l’arrivo di una copia della vecchia edizione Vallecchi pubblicata, ironie della storia, nel 1968. Carta buona, almeno lo spero, poco polverosa, capace di sopportare la punta della matita.

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