IL Digitale


Fish and Chips – troppo semplice

Alcuni di voi avranno provato la nuova versione di ChatGPT, e notato con stupore come sia notevolmente migliorata in pochi mesi dalla precedente. Per forza, con quasi 200 milioni di persone che lo usano, sta imparando a velocità sostenuta. 

Uno dei test che provano il progresso di questo robot è la sua performance nei test di Teoria della Mente, quel campo di studi che spiega come l’essere umano riesce a capire le intenzioni ed emozioni del prossimo. In altri termini ChatGPT è in grado di attribuire convinzioni, intenzioni, desideri e conoscenze tanto a sé (perfino spocchioso) quanto a noi bipedi che lo usiamo.

Con la versione dell’autunno scorso si comportava come un bimbo di tre anni, con quella di gennaio aveva raggiunto il bambino di nove, vediamo adesso come farà, forse un adolescente, o un giovane adulto. Per chi vuole approfondire, qui. Cosa significa che un robot impari la Teoria della Mente? Vuol dire che impara a relazionarsi con noi, a lavorare e vivere insieme a noi. Soprattutto, vuol dire che diventa troppo semplice da usare, e questo è un bel problema.

La tecnologia digitale in tempi recenti ha fatto progressi inimmaginabili fino a poco tempo fa: un liceale oggi produce disegni di un livello che prima era appannaggio di studi di architettura, o scrive software che ancora pochi anni fa era appannaggio di sviluppatori professionisti. Mentre la crescita di produttività è cosa buona, perché lo stesso lavoratore produce di più e meglio di prima, a tutto vantaggio dei clienti e proprio, con la semplicità il risvolto della medaglia è pesante.

Se diventa molto facile fare un mestiere, la possibilità di crescere professionalmente e guadagnare stipendi maggiori nel corso del tempo, finisce. Lo scorso weekend son riuscito a vedere i miei studenti di persona, un occasione sempre felice per me. Eccone alcuni:

Vengono da diversi paesi e stanno completando il loro ultimo ciclo di formazione: usciranno dottori in ingegneria, architettura, medicina. Da almeno vent’anni sui libri, investono per un futuro di ricerca in accademia, oppure da professionisti nel business. Come le generazioni prima di loro, hanno scommesso su notti insonni sui libri, ore nei laboratori, per imparare e migliorarsi.

Che futuro dobbiamo pensare se all’improvviso diventa tutto semplice?

Ritorno sul mio cavallo di battaglia, l’importanza del controllare i mezzi di produzione, i nuovi schiavi 4.0. Se ognuno di questi ragazzi avesse un suo schiavo digitale, che ricerca e lavora per lui, sarebbe un conto. Quando invece i robot restino di proprietà del CEO di turno, la semplicità consentita dalle nuove tecnologie e la capacità di relazionarsi con essa renderà il futuro lavorativo un qualcosa di molto incerto.

Come sempre, meglio conoscere questi strumenti e saper prendere il coltello dalla parte del manico, perché se aspettiamo i favori del CEO con la felpa, stiam freschi.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Alessandro Cesare Frontoni (Piacenza): 20something years-old, aspirante poeta, in fuga da una realtà troppo spesso pop
Emanuel Gazzoni (Roma): preparatore di risotti, amico di Socrate e Dostoevskij, affascinato dalle storie di sport
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite