Coppa di fiori


La festa del pianeta chiamata Mondiale

Ci siamo mai chiesti, perché i mondiali di calcio (più di qualsiasi altro evento sportivo) siano così seguiti, coinvolgenti ed appassionanti?

Questa domanda, così apparentemente semplice ad un primo distratto sguardo, mi è sorta in modo netto durante l’ultima rassegna mondiale.

Riflettendoci un poco, ho tentato di capire che cosa vi si celasse più in profondità, scavando, sono emerse alcune risposte tutt’altro che scontate.

L’evento, così come le Olimpiadi, con le quali si alterna dal 1930, si gioca con cadenza quadriennale (scandendo così la nostra esistenza), il che significa ciclicità, pazienza, attesa, esso dunque tende ad eludere i ritmi frenetici e consumistici del nostro tempo, che attraverso media e televisioni, divorano quantità spropositate di partite, non più solo in pochi giorni, bensì in una manciata di ore.

Il susseguirsi ripetitivo ed ipnotico di ora in ora, di anno in anno, portano, non a più spettacolo, ma monotonia e sottraggono magia, ovvero quel momento preciso in cui tutto si manifesta in un puro gesto estetico, per non tornare più. Per questo motivo l’idea proposta di giocare il mondiale ogni due anni contribuisce alla desacralizzazione di quel mese magico.

Che dire poi dei giocatori? Nelle loro facce è evidente che vivano il momento come quando erano bambini; giocavano su strada o in piccoli campi polverosi, ritornano all’autentico gusto per il gioco, del gesto estetico, del puro divertimento, ed all’attaccamento speciale alla nazionale. In quelle poche partite non si gioca più per uno stipendio milionario, ma per la storia del proprio popolo.

I Mondiali sono la vera festa del Pianeta, il momento in cui ci incontriamo, e lo facciamo con le nostre differenze, con le nostre diverse culture, ogni popolo con la propria storia e la propria lingua, il proprio inno ed i propri riti, ma tutti condividendo la stessa passione, le stesse emozioni per la propria nazionale e la vera lingua universale, che parliamo e conosciamo bene: il Calcio, lo sport più popolare al mondo. In quel mese siamo davvero tutti parte di qualcosa, siamo umani, ma non omologati o uniformati, non vi è la paura del diverso, ma la curiosità genuina di conoscere l’altro e le sue peculiarità.

Straordinarie storie e momenti che solo il Mondiale ci regala, grazie alla sua magia proveniente da chissà dove e da chi, i colori e danze dei popoli africani, la stravaganza delle squadre meno note provenienti dai luoghi più esotici, il travolgente calore e tifo dei sudamericani, il goal e la partita del Secolo, il racconto di grandi uomini che hanno condotto l’impresa di portare il loro Paese a vincere il trofeo più importante ed ambito, per riassumere, storie e momenti che parlano dell’Uomo.

Vi è, per me, una attrazione e fascino particolare verso una delle pochissime ed autentiche feste collettive, romantiche ed umane che testimonia e porta con sé i segni evidenti di come il Mondo e, noi con lui, mutiamo nel tempo, ogni quattro anni.


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Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Emanuel Gazzoni (Roma): preparatore di risotti, amico di Socrate e Dostoevskij, affascinato dalle storie di sport
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite