Pensieri e pensatori in libertà


Eliot: la poesia, la fede e la civiltà ‘guasta’

In tempi bui come quelli dell’umiliante ritiro dall’Afghanistan, dove si è dimostrato che la civiltà occidentale non ha dato o insegnato in 20 anni nessun valore per il quale valesse la pena battersi, val forse la pena ritornare al grande T.S. Eliot. Ci aiuta una biografia intellettuale recente, T.S. Eliot. Nel fuoco del conoscere, scritta da Daniele Gigli per Ares, piccolo editore...

...in grande crescita.

Eliot vede nel 1922 che la nostra civiltà è desolata (The Waste Land). Anzi, come traduce correttamente Gigli, che è “guasta”. Più tardi, nei celebri Cori tratti dalla pièce teatrale-popolare The Rock, descriverà la situazione di ciascuno come “deserto”, che è “pressato nel treno della metropolitana” come “nel cuore di vostro fratello”. Eliot uscirà da questa situazione di mancanza di senso personale e sociale con la conversione all’anglicanesimo, che Gigli vede come esito della sua ricerca poetica e origine dell’ultima fase letteraria, quella del teatro. Di questa originale lettura ci sono due note che vanno ricordate e che possono essere utili a chiunque, non solo ai filologi.

La prima nasce proprio dall’idea che la poesia sia una forma di conoscenza del mondo, una filosofia sintetica. Eliot faceva poesia per capire il mondo così “guasto” e svuotato di senso, che la filosofia accademica, nel suo intellettualismo, non coglieva fino in fondo. Ed è la poesia che lo porta fino a sperare in una razionalità più ampia e poi a confidare nell’antica saggezza contenuta nella tradizione della fede cristiana. Dal mondo “guasto” si esce accogliendo la tradizione, nel caso di Eliot, fino alle sue implicazioni religiose. È nella tradizione che si trovano quel senso del tempo e quella percezione del bene e del male che danno alla vita una direzione e un compito. Nell’ultima fase, quella teatrale, Eliot cercherà anche di capire che cosa voglia dire vivere la fede cristiana nel mondo materialista e scientista, senza sognare “sistemi perfetti che impediscano agli uomini di essere buoni”, cioè senza pensare di cambiare il mondo con imprese utopiche.

La seconda nota è che la poesia è un mestiere, un’arte nel senso del fabbro e dell’orafo, che però ha a che fare con le parole, che deve battere, levigare, torcere, piallare, scaldare e raffreddare. È quest’impresa continua, questo lavorio della lingua, che Gigli, poeta egli stesso, fa emergere nel suo testo, soprattutto nelle bellissime traduzioni. E non è un caso che il luogo della tradizione siano le parole e i gesti, e forse le parole in quanto gestì, azioni piene di significato. Sono queste azioni e queste parole che dobbiamo curare, facendo in modo che riportino la realtà contenuta nella tradizione. Solo così ci sarà la possibilità di trovare, fra di esse, qualche possibilità inesplorata e nuova.

Certo, con tutto questo Eliot non ha creato un popolo, se non di ammiratori. E Gigli ci dice quanto invece ritenesse importante che i poeti, come il sommo Dante, scrivessero per un popolo e aiutassero a costruire un popolo. Ma forse, per questo, non bastano i poeti e ci vogliono dei santi.


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