Pensieri e pensatori in libertà


Inginocchiamenti

Ho resistito per tre settimane a scrivere di questo argomento, visto che non capisco perché dei ragazzi di 20 anni – quelli della Nazionale di calcio – debbano essere caricati dell’onere di scelte politiche immense e piene di addentellati e conseguenze invece di occuparsi di... 

... ciò che sanno fare, cioè giocare a pallone a nome di tutti. Però è vero che l’inginocchiarsi è un “gesto”, tema di cui mi occupo spesso (La filosofia del gesto, Carocci 2021), e forse vale la pena chiarire qualche cosa.

I gesti sono ragionamenti sintetici, modi di capire e comunicare la realtà molto forti, che racchiudono in sé tradizioni, modi di vita, idee sociali, religiose e politiche. I gesti sono più forti delle parole perché sintetizzano intere frasi e complessi ragionamenti. Quando sono frutto della libertà umana sono potenti e capaci di mettere a soqquadro il mondo. Basti pensare, per citare i primi che mi vengono in mente, al ragazzo davanti ai carrarmati di piazza Tienanmen, al pugno alzato sul podio degli atleti di colore alle olimpiadi di Città del Messico nel 1968, al Papa che celebra nella piazza San Pietro vuota dell’anno pandemico 2020. “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”, scrisse tragicamente Cesare Pavese prima del gesto suicida. I gesti insomma sono una cosa seria, portano in sé mondi, convinzioni, ragionamenti, vite. Per compiere un gesto occorre essere consapevoli e consenzienti con ciò che ne forma la struttura, la storia, la narrazione e che darà vita a inevitabili conseguenze. Se non si aderisce di cuore e spontaneamente a tutto questo, il gesto risulterà inutile o dannoso.

Sarà dannoso per la persona che lo compie, che si sentirà abusata perché le si è fatta una violenza, facendola aderire a molti più temi di quelli a cui non avrebbe voluto. E sarà anche inutile perché il miracolo dei gesti è che comunicano ciò che uno comprende mentre li compie. Come e più delle parole, i gesti tradiscono l’insincerità e l’ipocrisia. In questo caso, diventano vuoti come le parole d’amore ripetute quando l’amore è passato o quelle, zeppe di retorica, di certe commemorazioni. Insomma i gesti si consumano e si svuotano come e più delle parole. A proposito di queste ultime, Michel Foucault, uno dei leader intellettuali del ’68 francese, aveva spiegato che l’uso continuo delle cosiddette parolacce a sfondo sessuale è uno dei modi con i quali il Potere aveva svuotato di forza eversiva il gesto sessuale. Sembrava una liberazione ed era (ed è) una schiavitù. A non parlare d’altro che dell’inginocchiamento della Nazionale, se ne è svuotato ogni significato e così, che lo facciano o non lo facciano, sarà perfettamente uguale e inutile.


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In questo numero hanno scritto:

Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro