Bruxelles


Il mite ambasciatore per guardare a Sudest

Chissà se Stefano Sannino considera questo passo come l’ultimo e possibile punto d’arrivo di una carriera rigorosa e di successo oppure, nella sua natura, come uno stimolo per alzare un po’ la testa tirando il collo e guardare oltre e prefigurarsi altre evoluzioni? Quando Matteo Renzi lo destituì a mezzo stampa sostituendolo con un non-diplomatico alla rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione Europea, non fece una piega, non un fiato, non un momento di disappunto in pubblico.

Era il gennaio del 2016, Carlo Calenda sarebbe stato paracadutato dal rottamatore di lì a poco spiazzando tutti (un non-diplomatico nell’incarico diplomatico par-excellence a Bruxelles...) e, con il piglio d’uso in di quegli anni, Calenda assegnò a ognuno la sua razione. A noi lobbisti italiani, per esempio, ricordò con ruvidità che la nostra vil-razza-dannata rappresentava solo un elemento decorativo, giacché le strategie e le scelte di fondo si facevano a Roma... Calenda sarebbe durato lo spazio di una quarantena, per andare a fare (bene) il ministro immediatamente dopo questo breve passaggio.

Sannino approdò a Madrid, dove fece un lavoro eccelso a giudizio di molti e a Bruxelles arrivò Maurizio Massari ritirato dal Cairo in seguito all’oltraggioso comportamento del governo egiziano nella vicenda che riguarda Giulio Regeni. All’inizio di dicembre Sannino, 61 anni, da Portici, è stato nominato Segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), a partire da gennaio 2021. In sostanza, il capo organizzativo, ed esecutivo, della diplomazia europea. Un altro “figlio d’Europa” che senza frastuono, per merito e bravura, arriva a una posizione di grande influenza.

La scelta di Sannino aleggiava già dall’inizio dell’anno, quando fu stato “rubato” alla Farnesina e portato già a Bruxelles come vice della stessa posizione che assume ora come titolare. Sannino è un diplomatico garbato, colto e di grande competenza specifica. “un ambasciatore per natura; avrà anche molto da insegnare”, mi dicono – ma lo sapevo. Arriva in una struttura ampia e complessa che copre una gran quantità di aspetti (vedere a questo link la complessa composizione e l’organigramma dei servizi esterni della Commissione). Trova un altro italiano di rango, il generale Claudio Graziano, responsabile Comitato militare dell'Unione europea, uno dei primi passi verso una politica comune e coordinata di difesa europea.

Nelle parole di un diplomatico italiano, l’incarico arriva in un momento di una certa delicatezza. Sannino “è un esperto di multilaterale”. Nella gergalità del mestiere, è uno avvezzo a trattare con molti altri stati, ma ha anche una solidità comprovata nel “bilaterale”. Nel primo weekend dopo la sua promozione Sannino si è trovato sui social media un commento del suo capo, l’Alto rappresentate dell’Unione per gli affari esteri e le politiche di sicurezza, nonché vicepresidente della Commissione Europea, ed ex ministro degli esteri spagnolo Josep Borrell. Argomento, l’autonomia strategica dell’Europa; importante disanima, preceduta da una lunga riflessione sulla partnership strategica fra Unione europea e ASEAN pubblicata il giorno prima. L’ASEAN è l’Associazione dei paesi del sudest asiatico; di là del bla-bla tipico delle organizzazioni multilaterali, il suo ruolo nello sviluppo economico dell’area del sud est è rilevante per l’Europa. Ha sede a Giakarta, in Indonesia; Giappone, Cina e Australia non ne fanno parte.

Viceversa, Cina, Australia e Giappone, a cui si affianca la Corea del Sud, hanno siglato nella seconda metà di novembre un accordo commerciale che copre un terzo del prodotto interno lordo mondiale e un terzo della popolazione del pianeta. Nelle carte è definita l’area Indo-Pacifica, mentre l’intesa siglata si chiama RCEP, Regional Comprehensive Economic Partnership. Attenzione al significato delle parole comprehensive e partnership. Vuol dire: Australia e Cina risolveranno tensioni e controversie: non possono reciprocamente fare altrimenti e la nuova amministrazione americana sarà tollerante e di supporto. Magari non lo leggerete in questi termini, ma è quello che accadrà. Il sudest asiatico, o l’Indo-Pacifico non può non continuare ad aggregarsi economicamente. E’ il mercato di sbocco naturale, e a basso costo, della Cina e, reciprocamente fra loro, delle altre tigri o tigrotti dell’economia dell’area. L’Australia in questo mix è più di un elemento di stabilizzazione: la visione politica della vecchia colonia penale inglese è sempre stata compensativa delle ansie egemoniche della Cina – e un fattore di equilibrio nella soft suasion di paesi come Indonesia (circa 230 milioni abitanti con l’87% di musulmani). Il Giappone, insieme con la Corea del Sud, mostrano affidabilità tecnologica e sui meccanismi finanziari. Sottovalutare il RCEP sarebbe un errore molto costoso.

Il tutto è sulla scrivania di Sannino, che dovrà anche suggerire come coniugare gli aspetti economici della strategia di partnership con i Paesi ASEAN e far leva per raggiungere al più presto una messa in parallelo con gli aspetti politico-economici dell’accordo Indo Pacifico. Con buona pace dell’onanismo dilettantistico che ancora fa crogiolare qualche politico nostrano sulla portata economica delle relazioni bilaterali con la Cina e il perseguimento di elementi che hanno guadagnato colonne di giornali. Come il tavolo tecnico sull’export di arance rosse italiane del 2019... In un anno sono partite verso la Cina arance rosse per 162 mila euro. E come rileva linkiesta.it, “nello stesso lasso di tempo la Spagna vi ha spedito agrumi per 32 milioni di euro” senza aver firmato imbarazzanti e costrittivi memorandum con la Cina.

Ha ricordato Uri Dadush, uno fra i massimi studiosi di commercio internazionale e fra i grandi contributori del Bruegel, il think tank europeo specializzato in economia fra i più considerati dalla Commissione UE: “Gli europei tendono a guardarsi fra loro e quando guardano verso l'esterno tendono a guardare principalmente a Ovest. Ma, sempre più, la maggior parte dell'attività economica, la maggior parte della crescita economica e alcuni dei più significativi cambiamenti geopolitici si stanno verificando a Est”. Per concludere: “Visto dal punto di vista delle aziende europee, RCEP è inteso solo come un accordo di libero scambio tra tre potenze manifatturiere. Qui però la Cina si impegna a eliminare i dazi sull'86% delle esportazioni giapponesi, compresi i ricambi auto. Cina, Giappone, Corea del Sud hanno generato 5,3 trilioni di dollari di valore aggiunto nella produzione nel 2019, oltre 1 trilione di dollari in più rispetto agli Stati Uniti e all'UE messi insieme”. Certo, fine anno da noi è per il MES la macropolitica italiana e le facezie di maggioranza, ma perdere di vista il resto del mondo è no’ bbuono – come si direbbe a Pomigliano.

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