Tecnosofia


La fine del mondo

It’s the end of the world as we know it” fu un successo dei R.E.M. del 1987 poi ripreso da Ligabue in una cover dal titolo “A che ora è la fine del mondo?” nel 1994. L'ispirazione venne, per entrambe le canzoni, dalle innumerevoli telefonate che giunsero al centralino del New York Times dopo la famosa trasmissione radio di Orson Welles su “La guerra dei mondi” nel 1938.

Si scatenò il panico negli Stati Uniti per la magistrale interpretazione di un gruppo di attori del presunto sbarco in New Jersey degli alieni, tecnicamente più progrediti di noi e intenti a sterminarci con “raggi della morte”. In particolare, in una chiamata un uomo chiese proprio: “A che ora è la fine del mondo?”.

La fine del mondo è un termine che usiamo anche per un qualcosa di bellissimo e avvincente, ma letteralmente sarebbe la fine del nostro pianeta, l’Apocalisse di biblica memoria. A me con voi interessa intenderla invece come la fine della civiltà umana. La possiamo subire o la possiamo causare noi stessi. Potrebbe anche significare una trasformazione radicale piuttosto che un vero e proprio annientamento.

La singolarità tecnologica, di cui già vi ho accennato, è un concetto ipotetico secondo cui il progresso tecnologico, in particolare nell’ambito dell’intelligenza artificiale, potrebbe raggiungere un punto in cui diventa incontrollabile e irreversibile, portando a cambiamenti imprevedibili nella società umana. Questa idea è spesso associata al momento in cui un'IA, definita in gergo tecnico “generale”, supererà l’intelligenza umana, innescando un'accelerazione esponenziale dello sviluppo tecnologico.

Alcuni futuristi, come Ray Kurzweil, vedono la singolarità come un'opportunità per migliorare la condizione umana, attraverso il transumanesimo e la fusione tra uomo e macchina. Altri, come Nick Bostrom, avvertono che un'IA superintelligente potrebbe rappresentare un rischio esistenziale, specialmente se i suoi obiettivi non fossero allineati con quelli dell’umanità.

Mediamente, una specie vive un milione di anni. Il problema è che attualmente la biodiversità si riduce a un ritmo da 100 a 1000 volte più elevato rispetto al ritmo naturale e questo è principalmente causa nostra. In Natura paga la resilienza. La fotosintesi e i suoi prodotti vegetali sono qui sulla Terra da 3 milioni di anni. L'Homo sapiens è nato invece circa 200.000 anni fa in Africa orientale, in particolare in quella zona che oggi comprende Etiopia, Kenya e Tanzania. Brucia però le tappe. Sta andando veloce, molto veloce. Troppo?

Scenari apocalittici legati alla singolarità includono il dominio dell’IA, l'estinzione biologica dell’uomo, la creazione di una realtà post-umana incomprensibile per noi oggi, il classico ma attualissimo pericolo di una guerra termonucleare, un nuovo virus naturale o sintetico che ci fa fuori tutti, un meteorite che dopo tanti falsi allarmi cilindra in pieno il pianeta, ecc. ecc.

In una serie di editoriali vi porterò a spasso tra le possibili fini dell’umanità per valutare insieme quanto siamo veramente “a rischio”. Mi interessa poi in particolare studiare l’interconnessione tra i rischi, fattore di moltiplicazione del pericolo.

Allacciate le cinture di sicurezza!

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.