Pensieri e pensatori in libertà


Pubblico ma non vuoto

Una mia giovane amica liceale, cattolica praticante e di famiglia cattolica, mi chiede perché sia giusto tenere il crocifisso in classe. Avendo buon cuore e subendo un po’ troppo l’influenza delle sue amiche o dei suoi professori, si chiede e mi chiede, con un po’ di scetticismo, perché in uno spazio pubblico si metta un simbolo religioso privato.

Al di là della questione in sé, sulla quale ci sono delle leggi (vecchiotte, visto che risalgono all’Ottocento), due concordati (1929, 1984) e due pareri del Consiglio di Stato (1988, 2006), e della questione culturale, mi interessa l’idea di pubblico che sta alla base dei dubbi della mia amica, che è anche uno dei pilastri della cancel culture che... 

...sta arrivando. In questa concezione “pubblico” significa neutro e privo di proposta perché ogni proposta è già una violenza che esclude alcuni e favorisce altri. E, visto che le proposte sono quelle che derivano dal passato, occorrerà cancellare ogni traccia di tradizione, inevitabilmente violenta.

Inutile dire che chiunque sa che le proposte cancellate verranno sostituite da altre, considerate ora più giuste perché antagoniste al passato, e che lo spazio pubblico neutro non può esistere. Più interessante, però, al di là dei dati di fatto, è l’idea stessa che pubblico significhi “vuoto” e “vuoto” significhi “inoffensivo”. Dico anche alla mia amica che se qualche suo compagno o compagna sente di aver un simbolo diverso da offrire può proporlo ai suoi compagni di classe, alla scuola e, in un sistema democratico, anche allo Stato stesso. Il pubblico è un luogo di proposte e uno Stato democratico ha una vita di dialogo sociale e di dialettica parlamentare che serve proprio per capire e vagliare le proposte.

Del resto, anche i programmi scolastici sono frutto di proposte e si studiano certi autori e non certi altri proprio perché ci sono stati cittadini che li hanno ritenuti importanti per sé, rendendoli disponibili e addirittura alle volte obbligatori per tutti. Non sta scritto nei cieli che si studi Manzoni o il teorema di Pitagora. E sappiamo anche troppo bene come certi autori o temi, come alcune filosofie del Rinascimento italiano, siano stati inseriti nei programmi per esplicita volontà politica, da persone che, a torto o a ragione, li hanno ritenuti importanti per la formazione di ciascuno. Senza proposte positive, non ci sarebbe nulla da insegnare nella scuola pubblica.

La vecchia storia della laicità intesa come neutralità vuota è stata discussa tante volte, innanzi tutto dal grande Tocqueville, ma ecco che si ripresenta agli adolescenti di oggi, sotto le nuove vesti della cancel culture. Ed eccoci di nuovo al “moreism”, all’idea della cultura del “più” (“more”) suggerita dal ministro della cultura britannico nelle scorse settimane. Vorremmo uno spazio pubblico con più proposte positive, magari da discutere, anche animatamente, nella scuola, nella società e nel parlamento. “Cancellare” non è mai una buona idea perché alla fine significa solo togliere ricchezza culturale a tutti e lasciare la proposta più povera e unica di alcuni, che decidono la mentalità dominante del momento.


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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite