Quando finalmente ho fatto impresa, ho seguito le orme di altri imprenditori, evitando lo spreco: la consulenza va bene solo quando rischia in solido con l’azienda che aiuta, altrimenti non serve. Ora, dopo tanti anni floridi, l’intelligenza artificiale mette in grossa difficoltà questo settore: come mai?
Google ha appena presentato l’ultima versione del suo ranocchio elettronico, e visto che i clienti stentano a far buon uso di questa nuova tecnologia, ha iniziato ad aiutarli ad uno ad uno, senza usare le consulenze tradizionali. Siamo al terzo anno di crescita dell’intelligenza artificiale generativa, e dover pagare costosi consulenti che imparano Genesis due giorni prima di rivendersi come esperti oggi, non funziona. Se invece ti porti in casa l’esperto Google, quello che ha costruito Genesis, riesci subito a trar vantaggio dal prodotto: che sorpresa.
Google ha annunciato un fondo di $750 milioni per dare un’ultima chance ai consulenti: paghiamo noi la vostra formazione, ma è ora che facciate bene il vostro mestiere o vi tagliamo fuori. Utilizzare l’IA nelle grandi aziende è più complesso del nostro uso casalingo: occorre molto lavoro per la preparazione e pulizia dei dati, investendo in tecnologie come Databricks, Snowflake o Redshift, e sapendo che alcuni concorrenti hanno già fatto il salto a Palantir.
Merck, multinazionale importante nel farmaceutico, è una delle aziende che ha preferito lavorare direttamente con Google: $1 miliardo per avere il suo personale a configurare agenti Gemini AI in ricerca e sviluppo, produzione e vendite. I consulenti restano a guardare. Stessa cosa per Home Depot, grande distributore di materiale per costruzioni e fai da te in America: hanno preferito avvalersi del supporto diretto di Google e Microsoft per dare gli strumenti necessari ai propri dipendenti, che in poco tempo hanno sviluppato agenti AI per parecchi dei processi aziendali. Anche in questo caso i consulenti sono rimasti alla finestra.
Se le aziende del software quest’anno hanno già perso mille miliardi di dollari in borsa a causa della sostituzione da parte di AI, il danno per le consulenze è maggiore, perché il mercato comincia a scontare la mancanza di valore aggiunto. Poche, come la famosa McKinsey, tengono il passo investendo più e prima di tutti, in modo da far credere ai clienti che siano veramente capaci ad usare questa tecnologia. Molte non ci riescono, perché la frequenza di rilascio delle novità in questo campo è così elevata che il tempo richiesto per scegliere ed imparare quella giusta, e poi convincere un cliente a comprarla da te, è insostenibile. Non sorprende che il valore di molte consulenze s’è incrinato, sostenuto solo da decine di migliaia di licenziamenti, mentre molti analisti si attendono crolli importanti.
In azienda l’IA consente agli uffici IT intelligenti di concentrarsi sugli aspetti infrastrutturali ed architetturali, dando pochi vincoli agli utenti in modo che siano sufficientemente liberi di sperimentare e capire come costruirsi agenti personalizzati, e poi intervendo per testare ed evitare entropica proliferazione di diverse versioni per la stessa funzione. Con il corretto bilanciamento tra democratizzazione dello strumento, che consente il vero miglioramento di produttività del lavoratore, ed una verifica che mitighi rischi ed entropia, una qualsiasi azienda può rifornirsi direttamente da Google, DeepSeek o compagni, risparmiando assai e tenendo i costosi consulenti alla finestra.
