IL Digitale


La Piattaforma Digitale è nuda

Dall’inizio di questa rubrica abbiamo visto il ruolo centrale delle piattaforme digitali, ossia di quegli ecosistemi che monopsonizzano (ovvero rendono monopsonistico) uno o più segmenti di mercato. Da Amazon, che è diventato l’unico acquirente per milioni di fornitori, alle altre FAANG, queste aziende non vogliono il monopolio, ossia essere gli unici a vendere, ma gli unici a comprare un...

... determinato prodotto o servizio.

Per una qualsiasi azienda è facile vendere prodotti attraverso Amazon o Facebook, far promozione attraverso Google o Apple, guidare taxi per Uber e Lyft, o fare un qualsiasi altro lavoretto (gig) per altre piattaforme. Basta che gli riconosca la giusta percentuale di guadagni (per Amazon da 30 a 70%) e che si adegui alle loro regole, altrimenti ciccia perché la piattaforma è l’unica che compra. Un secondo problema è che le piattaforme conoscono perfettamente tutto quanto riguarda le transazioni economiche, e possono ovviamente copiare prodotti e servizi e venderli a condizioni migliori, effettivamente danneggiando l’azienda fornitrice.

Il Congresso Americano ha giocato per anni con i FAANG, facendo la giusta quantità di cortina fumogena per illudere gli elettori che i politici abbiano veramente a cuore il libero mercato ed i loro interessi. In pratica finora han fatto poco, perché quando il cittadino diventa consumatore diviene anche molto più manipolabile. Piattaforme e politici si pitturano dei colori del momento: dall’arcobaleno per la difesa dei diritti LGBTQIA (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, Intersex, Asexual), a quella nera per il BLM e via correndo in un pot-pourri di buone intenzioni, di like, emoji e share che si inseguono nell’aria rarefatta del digitale. Ed i consumatori giustamente comprano questo prodotto perché viene dalle Ande, quello perché il produttore dona soldi alla foca monaca, quell’altro perché fatto con materiale riciclato che fa felice Greta. Ancor più felici i CEO digitali, che vanno nello spazio a farsi i selfie.

La cortina fumogena non fa vedere gli schiavi che a tre-quattro euro al giorno producono vestiti a Los Angeles, borse a Prato, ortofrutta in Puglia, database incerti al Cairo, diagnosi sbagliate a Pune. Ma di recente Xi ed il governo cinese han capito la fregatura di questo CEO Capitalism, ad intuire che avere un manipolo di ricchissimi cinesi come Jack Ma che faccia concorrenza allo Zucki felpato in California non gli consente di portare il benessere che centinaia di milioni di concittadini pretendono. E Xi s’è arrabbiato. Vedere ragazzini cinesi che pedalano per portar pacchi in giro, guadagnando meno dei loro fratelli maggiori o genitori, senza prospettive di carriera, gli ha fatto capire che sta gig economy è una fregatura. La piattaforma digitale finalmente è nuda, e non è un bel vedere.

Molto spesso su The Economist s’è scritto dei pro e contro dell’economia centralizzata, e la Cina è l’esempio migliore di uno stato che può decidere ed eseguire rapidamente grosse sterzate alla propria politica economica e sociale. Le piattaforme digitali cinesi generano quattromila miliardi di dollari, hanno due miliardi di utenti, e le prime settanta aziende fanno più di $10 miliardi, a tutti gli effetti una potenza economica molto maggiore del settore digitale europeo e secondo solo a quello americano. Perché mai Xi dovrebbe rischiare di inimicarsi imprenditori ed investitori? Dopo 50 azioni in giudizio, dove ha picchiato come un fabbro per abusi che vanno dall’antitrust alla privacy, lo stato ha effettivamente scontato del 26% il valore delle vendite digitali paragonate a quelle americane. L’apparente tafazzata è servita: da Didi ad Alibaba le aziende cinesi abbassano le orecchie e stanno attente a come si muovono. Gli operai cinesi che nel 2000 guadagnavano mille dollari all’anno ora prendono dodici volte tanto, i robot industriali che fino ad un paio d’anni fa erano pochissimi oggi sono 800.000 ed il paese produce il 25% in più di Germania e Giappone. Non puoi sfruttare i ragazzini con questa economia, ed è comprensibile che Xi si opponga a piattaforme che fermino la crescita del benessere della sua popolazione. I CEO digitali cinesi si danno una regolata.

Dopo questo sprone cinese, finalmente la FTC americana ha portato Facebook in tribunale per sfruttamento di posizione dominante: solo fumo o anche arrosto? Lo vedremo presto, ma sicuramente i media percepiscono un cambio di vento e cominciano a cavalcarlo. Il Washington Post ha finalmente denunciato quello che tutti sapevano, che Facebook ha coscientemente lasciato operare gruppi di disinformazione Covid perché gli portava lauti guadagni. Vedremo se media e Congresso proveranno veramente a prender le redini di un modello di capitalismo con tanti eccessi. Sarebbe interessante vedere che la protezione e benessere dei lavoratori riprende forza dalla Cina.


© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro