L’intenzione era quella di dirigermi lì, direttamente, nella parte nuova, ma alla fine non ho potuto fare a meno di tornare alla città vecchia, e passare dal Shuq, il mercato arabo, per poi arrivare al Muro del Pianto. Quante volte ho solcato quelle pietre, quante volte ho respirato quell’aria, il profumo delle spezie, l’odore del cuoio delle borse e dei sandali appesi, dei pouf riccamente decorati, la fragranza delle candele ortodosse vendute a mazzi. Era lunedì mattina, poca gente, un’atmosfera ovattata, le nuvole basse, scure, cariche di pioggia. Gerusalemme non si dimentica: la sua luce è unica, e le pietre calcaree con quel colore tenue e sfumato, che appaiono morbide invece che dure, in alto, in basso. Tutta la città è così, di quel colore.
Sono arrivata al Muro del Pianto e sono entrata dalla parte delle donne, c’erano delle sedie, mi sono seduta. Continuavo a guardare il muro che incontrava le nuvole scure, faceva un po’ freddo, ma stavo bene, ero circondata dalla preghiera delle donne intorno a me. A un certo punto ho aperto la borsa, cercato la penna, e scritto il mio bigliettino, lo so che è una cosa irrazionale, ma tutte le volte che vado lo faccio, scrivo il mio bigliettino, mi accosto al muro e cerco una piega nella pietra, lo introduco. Tocco la pietra con tutto il palmo e chiudo gli occhi: non è veramente una preghiera ma è come se lo fosse. Non ci si può non emozionare a Gerusalemme, tutto è più forte, più intenso. Forse è la luce, forse è la pietra, forse è la storia, anche se non si vuole questa energia ti attraversa e ti commuove.
Finalmente esco dalla spianata e con un taxi raggiungo il Jerusalem Theatre , dove da qualche anno Batsheva Goldman-Ida, già curatrice al Tel Aviv Museum of Modern Art anima gli ampi spazi espositivi con eleganza e attenzione, con opere di artisti da tutto il mondo, e dove sei miei grandi quadri della serie di Oltremare, sono meravigliosamente presentati. Entro per la prima volta e la grande sala espositiva, la Main Gallery, mi lascia senza parole: giro la testa e alle mie spalle, in alto ma aperto verso la sala vedo il bistrot, con una vista pazzesca sulla città, una vista dall’alto. I quadri sono lì davanti a me, appesi, due signore si avvicinano e li guardano con attenzione, leggono i titoli, la presentazione su un cartello. Aspettando Batsheva, con cui ho appuntamento, le osservo, mi stanno simpatiche e mi avvicino dicendogli che sono io Barbara e quei quadri son miei. Grandi feste, le signore sono canadesi e rivedono il loro oceano in quei dipinti. Di nuovo, che emozione. Finalmente Batsheva arriva, ci abbracciamo, quanto tempo.
