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Certi libri, come certi individui o certi avvenimenti, hanno la sfortuna di venire dopo, generando aspettative e confronti indebiti:

Sottomissione era una possente visione appena distopica sulla decadenza dell’occidente, con conseguenti suggestioni di resa all’Islam; Serotonina è soprattutto un racconto individuale, intimista e talvolta così sorprendentemente romantico da corteggiare Liala. Se solo Michel Houellebecq non fosse un vivisezionatore di organi sessuali, ignorati dalle generazioni precedenti che ufficialmente amavano, come Farinata, dalla cintola in su. E mentre nel gennaio 2015 si blaterava di profezie rispetto al massacro di Charlie Hebdo e oggi si menzionano i gilets jaunes continuando a saldare Nostradamus con l’attualità, Florent-Claude Labrouste si sveglia e inizia un’altra storia, che pertiene, con inusuale tenerezza, a Estensione del dominio della lotta o a La carta e il territorio.

Si sveglia in un ambiente da pittura fiamminga, tra il cuscino e la caffettiera, quando si è ancora inadatti al giorno, e ingolla la sua pillola antidepressiva. Ha 46 anni, una precisa consapevolezza del momento esatto in cui la giovinezza è finita, non dispone di ragioni né per vivere né per morire, si licenzia dal ministero dell’Agricoltura e inscena la propria sparizione. Diversamente da molti altri personaggi dello scrittore, ha avuto una diretta esperienza dell’amore, ossia dell’unica felicità possibile, però sa che Dio è uno sceneggiatore mediocre, tale da convertirla bruscamente nel suo contrario, riempiendo di assenze gli anni restanti. Quelli precedenti sono invece ripercorsi secondo un rituale di congedo in forma di nostalgiche epifanie, prima fra tutte la ragazza castana che incede ignara come un refolo botticelliano all’interno di un video di Bill Viola: sfiorata per caso e mai conosciuta, emblema di ogni possibilità di coppia e quindi antidoto ad ogni solitudine. E poi Kate, amata e perduta alla stazione, e Camille, stretta di corsa tra le braccia, fino all’incontro con l’unico amico che impenna il racconto e lo fa immergere in un ambiguo incidente di violenta protesta contadina, con un progetto estremo di recupero, mancato come tutte le altre occasioni.

Decadente nei gusti e inadatto alla vita, l’io di Labrouste è una disamina sociosentimentale stretta intorno a tre espedienti narrativi: la disquisizione, con disinvolta competenza, sui più disparati argomenti ( Thomas Mann e Marcel Proust, Alphonse de Lamartine e Elvis Presley, Jean-Jacques Rousseau e Harrison Ford, Georges Bataille e Claude François, senza tralasciare le qualità dell’hummus e dell’humus, le sonorità di un concerto dei Deep Purple o le proprietà di un fucile Steyr Mannlicher); la minuziosa frequentazione della quotidianità ( le persecuzioni burocratiche, le birrerie, i villaggi vacanza, i programmi televisivi popolari, le mode delle epoche, le offerte dei grandi magazzini, gli orari dei treni, i formaggi e gli affettati della provincia); il ventaglio delle figure complementari ( i corpi spesso bolsi o troppo dipinti, i discorsi impoveriti, le mortificazioni quasi sempre definitive). Si genera così uno strabismo prospettico che da un lato allontana la visuale rendendo universali la riflessione e la denuncia, dall’altro accorcia le distanze attraverso l’immediata riconoscibilità dell’ambientazione e avvicina empaticamente il lettore ai fatti, sostenendo il tratteggio storico con l’esperienza comune del giorno per giorno. Fino a tentare di convincerci che magari l’Islam si allontana in favore della Cina, tanto l’occidente è spacciato comunque se per continuare ad esistere deve impasticcarsi fino all’obesità e all’impotenza.

Tuttavia l’assunto di fondo ha come forza motrice le differenti modalità di amare tra gli uomini e le donne. E se gli eroi e i mondi houellebecquiani sono sempre immediatamente riconoscibili come in tutti i grandi autori, l’incedere non solo risulta particolarmente dilatato ed erratico , ma si avvale di un frequente rimando ad avvenimenti appena accennati e poi subito posticipati. Un artificio che genera una sensazione di straniamento e di suspense, così che almeno fino ai tre quarti del romanzo si è presi anche dalla curiosità di dove andrà a parare, mentre torna avanti e indietro lungo le sue singolari topografie. Intanto si assaporano rabbie apodittiche, sconcerti irrimediabili, finezze psicologiche, considerazioni gelidamente esilaranti. Con il rimpianto per un diverso valore aggiunto complessivo, perché nel corso degli anni ci si era abituati bene. E forse un po’ anche lui, fresco e previdente sposo di una giovane cinese. Con l’occasione gli auguriamo il meglio, visto che questo nuovo titolo, a suo modo commovente quanto imperfetto, ci induce ad un abbraccio diverso dal passato, avendogli scoperto, sotto l’improbabilità fisica e il terrorismo mentale, un cuore che fa rima, come nelle canzonette.

Serotonina di Michel Houellebecq, La nave di Teseo 2019, 332 pagine, 19 euro

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