Bruxelles


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Sentito al telefono la vigilia di Natale per quegli auguri che si possono fare solo a voce e con amicale rispetto, una delle mie più preziose fonti al segretariato del Consiglio Europeo mostrava lieve disagio quando ho buttato lì:

maddài che sei più sereno, ora che l’Italia ha votato la manovra… Le lingue sassoni, nonostante l’ossessiva esattezza semantica, offrono poche forme per l’uso di sfumature – specie quando si tratta di scherzare. Ha ricambiato l’ironia in modo brutale: “Per ora… I prossimi tre semestri rischiano di essere molto lunghi, mon cher”.

L’Austria ha concluso ora il suo terzo turno di presidenza da quando fa parte dell’unione Europea (entrò nel 1995, presiedette nel 1998 e poi nel 2006). L’Austria, con i paesi che l’hanno preceduta (nell’ordine, Estonia e Bulgaria) ha formato il “Trio” che ha indirizzato il lavoro del Consiglio dei 28 stati Membri nell’ultimo anno e mezzo. Questa prima settimana dell’anno, e fino a fine giugno, toccherà alla Romania; poi alla Finlandia e alla Croazia, il prossimo Trio.
“Trio” di cui nessuno parla mai, ma che mette in priorità i temi che l’Unione persegue. Molti non ritengono le sue indicazioni vincolanti, ma, al contrario, le sue agende operative sono decise nella sfera che racchiude la nuova sede del vertice Consiglio, col tavolo circolare sopra la moquette multicolore che vediamo al tiggì, ma scritte lì di fianco, al segretariato del Consiglio, appunto.

Le indicazioni di massima per il prossimo anno e mezzo, pubblicate peraltro un mese fa nell’ignavia collettiva, stanno lì – così come gli orientamenti per il prossimo ciclo legislativo, che seguirà le elezioni e il rinnovo della Commissione. Queste si baseranno sugli elementi in agenda, discussi o meno, nel vertice di Sibiu (Romania), previsto il prossimo 9 maggio con i 27 capi di stato e di governo (e 400 “influenti” o “ospiti rilevanti”) precedendo quindi le elezioni europee di due settimane.

Le diplomazie ne sono consce. La politica dovrebbe prepararsi adeguatamente all’incontro. Sibiu non sarà, come riferisce un casseur politico brussellese, “l’atto finale di una Europa disgregata e in difficoltà, di una classe dirigente avviata all’archivio e la fine di una serie di partiti che negli ultimi 60 anni hanno rappresentato le aggregazioni omogenee”. Non sarà neppure la resa delle armi da parte di Claude Juncker (“che potrà pure barcollare, ma che non traballa”; copyright: diplomazia nordica).

L’Europa, in queste carte, esce da una prolungata fase di crescita economica, sei anni, che continua; le imprese ricercano con “i cittadini” una relazione improntata alla fiducia verso il progetto europeo che sostiene la competitività, la crescita economica e supporta gli investimenti. Inoltre, il Trio lavorerà al fine di sottolineare l’importanza di valori fondamentali quali il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo stato di diritto, inclusi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Certo, belle parole – ma, nella lingua alata, felpata e prolissa di Bruxelles, un programma chiaro a prescindere dalle pulsioni che esprimeranno, momentaneamente, i risultati elettorali.
Poi c’è l’imprenditorialità, specie quella piccola, che genera occupazione e crescita, e la conseguente salvaguardia delle imprese di piccole e medie dimensioni. E l’occupazione, con il recupero di quella a lungo termine, giovanile e anche femminile.

Il primo stato membro del blocco di Visegrad che entrerà in un Trio sarà la Cechia nel 22, ma Praga si troverà a gestire con Francia e Svezia. Poi toccherà all’Ungheria a partire dal 23, ma con la sua presidenza costretta fra luglio e dicembre del 24, semestre politicamente morto e in genere ininfluente per concomitanza con elezioni europee e formazione della nuova Commissione. L’Italia toccherà palla solo a partire da gennaio 2028. Citando Bogart-Rick in Casablanca: “Non faccio mai previsioni a lungo termine”...

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