IL Cameo


Benvenuto Zafferano

Benvenuto Zafferano

Condividi:

Avevo 17 anni, frequentavo il quarto anno dell’Iti (Istituto tecnico industriale Amedeo Avogadro di Torino) quando con un paio di amici (e il contributo determinante di un generoso tipografo) fondai un giornalino.

Lo chiamai Carciof Iti, sottotitolo “Contro il logorio della scuola moderna” (mutuando lo slogan del celebre, allora, Amaro Cynar). La grafica era del vecchio tipografo.

Ora, a 84 anni, fondo un altro giornalino, e gli do nuovamente il nome di una pianta perenne, Zafferano. La grafica è di Franco Lima. Lo zafferano è una spezia (come la nostra linea editoriale), è originario dell’Asia Minore (dov’è nata la nostra civiltà), fiorisce in autunno (il periodo che meglio connota quest’epoca), è immerso nella modernità più bieca (perciò è antidepressivo e antibatterico), è prezioso e umano (perché sommatoria di tanti fiori raccolti a mano).

Zafferano nasce, come settimanale, nel pieno della crisi dell’editoria, della carta stampata, dei tentativi digitali per farla ancora vivere. Siamo una ventina di persone (in crescita), somma di tante individualità, uomini liberi che campano del proprio lavoro in aree lontane dal giornalismo, ci reputiamo persone perbene che stanno bene insieme, amiamo la lettura e ci piace scrivere (ed essere letti), amiamo, anche fisicamente i giornali, sia cartacei che online. Abbiamo deciso di dare un contributo, disinteressato, alla sua sopravvivenza prima, se possibile alla sua ricrescita poi.

Siamo convinti che questa crisi, identica a quella di altri settori merceologici, sia figlia di un’estensione del concetto di disruptive innovation da parte dei sociopatici di Silicon Valley e del modello culturale, politico, economico che (purtroppo) domina l’Occidente da un quarto di secolo (in tempi non sospetti l’ho battezzato Ceo capitalism).
Abbiamo così trasformato la nostra “competenza di lettori” in una “competenza dell’execution giornalistica”, attingendo a principi e valori delle nostre passate esperienze professionali. Sappiamo di essere nulla più che degli artigiani del giornalismo, e come tali ci proponiamo, ma siamo orgogliosi lo stesso di far parte della categoria.

Il Ceo capitalism ci ha abituati a prodotti-servizi di scarso valore che costano solo apparentemente poco e che, in realtà, fanno arricchire in modo fantozziano i pochissimi padroni delle ferriere digitali. (E’ curioso che la stampa di sistema sia a loro devota, al punto da raccontarceli come filantropi). Tutto si è fatto commodity fino alla gratuità (pelosa) del mondo della comunicazione digitale. La carta del paywall (sistema che consente l’accesso a determinati contenuti di un sito internet a pagamento) che gli editori si stanno giocando sarà una strategia o una (tardiva?) mossa disperata? E se anche questo tentativo fallisse, avranno almeno un piano B?

Noi di Zafferano abbiamo saltato il fosso, ribaltando il paradigma. Puntiamo anzitutto a far sopravvivere i lettori dei giornali, quindi puntiamo a un modello di business radicale, dove l’investimento diventa a fondo perduto e l’attività di chi scrive gratuita. Così il conto economico si fa limpido nella sua brutalità: ricavi zero, costi zero. Con Zafferano il lettore si abbona ma l’abbonamento è gratuito, rifiutiamo la pubblicità per essere liberi, a maggior ragione rifiutiamo contributi statali o liberalità di privati (sarebbero entrambi pelosi). L’investimento piattaforma se l’è accollato l’editore, che lo mette a perdita, quindi è atto di puro servizio pubblico. La forma del settimanale cambia, si è fatto magro, perché è concepito non per essere sfogliato, ma letto tutto. Una decina di “lettori” si esercita a raccontare uno spicchio di realtà. Scelta dei contenuti, grafica, scrittura si ispirano al gonzo journalism ricercando un linguaggio secco ed evocativo.

Chi collabora a Zafferano campa d’altro, qua fa volontariato culturale e servizio pubblico senza retribuzione. La nostra soddisfazione è tutta mentale, più ci sono abbonati più ci sentiamo stimolati a fare meglio. Funzionerà? Noi siamo convinti di sì, in ogni caso è un contributo, disinteressato, ai problemi dell’editoria giornalistica, un “carotaggio” sperimentale dei problemi sottesi alla crisi letta con gli occhi dei lettori. Vorrebbe essere una sperimentazione che faccia guadagnare tempo e comprensione agli editori convenzionali, affinché trovino la soluzione. Ma che soprattutto difenda l’unico, vero patrimonio dei giornali: il lettore. I sociopatici di Silicon Valley stanno trasformando il lettore prima in un consumatore, destinato a diventare come tutti noi uno zombie. In termini di posizionamento, Zafferano ha l’ambizione di diventare il riferimento del mondo dei Social, un canale di collegamento dei giovani con il mondo dei “grandi”. Per noi i Social sono il “giardino” ove si confrontano i nostri figli e nipoti, destinati ad essere la classe dirigente del futuro.

Zafferano è concepito come un’astronave, ove lettori fattisi giornalisti e lettori per ora ancora solo lettori, sono contemporaneamente equipaggio e passeggeri. Benvenuto, Zafferano.

© Riproduzione riservata.
Condividi l'articolo con un tuo amico o sui social network:
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Angelo Codevilla (California): professor emeritus, viticoltore, tifoso di Tex Willer
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale
Roberto Zangrandi (Bruxelles): lobbista
Osvaldo Danzi (Firenze): specialista risorse umane, ideatore della community FiordiRisorse
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Marco Cesana (Roma): Liceale
Marinella Doriguzzi Bozzo (Torino): da manager di multinazionali allo scrivere per igiene mentale
Filippo Baggiani (Torino): commerciale settore moda, scrittore allo stato quantico
Federico Lanteri (Vallecrosia, Imperia): cuoco, ristoratore