Il “Concerto in Fa maggiore” di Gershwin segue di un anno la celeberrima “Rhapsody in Blue” ma da questa si distingue per un elemento fondamentale: a differenza della Rapsodia il Concerto fu interamente orchestrato dal compositore; il dettaglio non è secondario ma la prova concreta della raggiunta abilità del musicista anche come orchestratore.
Il primo dei tre movimenti si apre con un’esplosione di ritmo: energia urbana fatta di rulli di timpani, sincopi, motivi jazzistici che si intrecciano mentre il pianoforte dialoga costantemente con l’orchestra. Si percepisce l’atmosfera della New York anni Venti: frenetica, luminosa, moderna.
L’Andante che segue è una sorta di blues, quasi un lento passeggiare tra le luci notturne di Broadway ma la vitalità riprende nel finale, un terzo tempo dai ritmi serrati, echi jazz e brillante scrittura pianistica. L’energia è inarrestabile fino alla coda conclusiva. Virtuosismo e scintille.
Il compositore, grazie alla sua sensibilità e abilità è perfettamente a suo agio nel mescolare linguaggi diversi.
La prima newyorkese ottenne un enorme successo di pubblico e la critica, pur divisa, riconobbe a Gershwin una maturità nuova. Oggi, a cent’anni dalla creazione e presentazione, il suo “Concerto in Fa maggiore” resta uno dei capolavori del Novecento e continua a incantare.
