Musica in parole


Un concerto di cento anni fa

Un secolo fa la New York Symphony Society commissionò a George Gershwin un concerto per pianoforte e orchestra. L’opera, composta in pochi mesi e presentata il 3 dicembre 1925 (con W. Damrosch alla direzione e Gershwin al pianoforte) rappresenta un momento fondamentale nella carriera del compositore e una tappa cruciale nell’incontro tra musica classica europea e linguaggi afroamericani, in particolare il jazz.

Il “Concerto in Fa maggiore” di Gershwin segue di un anno la celeberrima “Rhapsody in Blue” ma da questa si distingue per un elemento fondamentale: a differenza della Rapsodia il Concerto fu interamente orchestrato dal compositore; il dettaglio non è secondario ma la prova concreta della raggiunta abilità del musicista anche come orchestratore.

Il primo dei tre movimenti si apre con un’esplosione di ritmo: energia urbana fatta di rulli di timpani, sincopi, motivi jazzistici che si intrecciano mentre il pianoforte dialoga costantemente con l’orchestra. Si percepisce l’atmosfera della New York anni Venti: frenetica, luminosa, moderna.

L’Andante che segue è una sorta di blues, quasi un lento passeggiare tra le luci notturne di Broadway ma la vitalità riprende nel finale, un terzo tempo dai ritmi serrati, echi jazz e brillante scrittura pianistica. L’energia è inarrestabile fino alla coda conclusiva. Virtuosismo e scintille.

Il compositore, grazie alla sua sensibilità e abilità è perfettamente a suo agio nel mescolare linguaggi diversi.

La prima newyorkese ottenne un enorme successo di pubblico e la critica, pur divisa, riconobbe a Gershwin una maturità nuova. Oggi, a cent’anni dalla creazione e presentazione, il suo “Concerto in Fa maggiore” resta uno dei capolavori del Novecento e continua a incantare.


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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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