Molti ingegneri hanno iniziato nelle multinazionali, come Google, AWS, Apple, Microsoft, abituati a stipendi notevoli, per poi saltare il fosso e provare a far partire la propria azienda con un manipolo di altri programmatori, sempre con lauti investimenti da Angel e Venture Capital. Ancora di recente, nel campo dell’AI, aziende come Meta ed OpenAI pagano milioni di dollari al personale più capace.
Tuttavia, Covid con relativa remotizzazione del lavoro, e la recente crescita esponenziale delle piattaforme di AI generativo, hanno rovinato il quadro idilliaco: adesso in SV si lavora ai ritmi cinesi del 996 (dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni la settimana), e specialmente si usa tecnologia open e gratuita cinese. Oggi l’84% delle startup che si presenta da un investitore californiano, per finanziare la scalata del mercato, ha già completato sviluppo e lancio del prodotto su piattaforma cinese. Mentre le magnifiche sette si vendono l’un con l’altra contratti miliardari per GPU, datacenter e sogni fumosi, chi davvero sviluppa software con l’intelligenza artificiale usa piattaforme e tecnologie d’oltreoceano, gratuite ed efficaci.
Ora, se in SV un’elevata percentuale di giovani aziende usa piattaforme open cinesi, qual è la probabilità che in altri paesi siano già al 100% di adozione di quelle tecnologie? Questo ci porta due considerazioni: da un lato la possibilità che in SV nasca un altro unicorno miliardario si abbassa, dall’altro, chi legge questa rubrica in Italia potrebbe pensare a buttarsi nella mischia, da imprenditore.
Ricordo che l’ultimo sviluppo sull’intelligenza artificiale analogica viene si dall’Università di Pechino, ma l’inventore principale ha studiato al Politecnico di Milano, che insieme ad altre università italiane produce ricercatori che nulla hanno da temere su questi temi. Il punto è semplice: la disponibilità di modelli open e testati su casi pratici abbatte la barriera all’ingresso, e chiunque abbia l’idea giusta e si impegni può sviluppare un prodotto digitale di successo a costi minimi.
Ho parlato spesso della strategia “land and expand” (atterra ed allargati), per cui l’azienda italiana apre una filiale commerciale e di supporto clienti in America, ed accede ad un ecosistema pronto ad investire in aziende che dimostrino la capacità di scalare. Sono testimone diretto di aziende digitali che hanno trovato investimenti ingenti da questa parte dell’oceano, e la loro tecnologia oggi è diffusa a livello mondiale.
In Italia abbiamo un patrimonio importante di competenze consolidate sul design, la produzione, automazione e robotica, medicina, farmaceutica. Alcuni distretti in giro per il Paese concentrano una quantità di aziende e professionisti all’avanguardia su scala globale per l’innovazione e qualità delle soluzioni offerte. Questi sono gli ecosistemi migliori per sviluppare nuovi prodotti digitali, fare nuove imprese, a sviluppare nuovi prodotti per il mercato mondiale. Fate il prodotto con una buona dose di ottimismo californiano e piattaforme cinesi, ed andrete alla grande.
