LA Caverna


Tutto funziona. E proprio per questo siamo perduti

Ogni epoca della storia umana si sviluppa entro un proprio orizzonte di senso, un insieme di valori, credenze e finalità condivise che orientano il comportamento individuale e collettivo. 

Per i Greci l’ordine cosmico e la natura offrivano il limite e la misura; per il Cristianesimo Dio e la Sua promessa di salvezza indicano la meta ultima; per l’Illuminismo la ragione autonoma e critica doveva liberare l’uomo da superstizioni e oscurantismi; nel ’900 si affermò la convinzione che il progresso scientifico, la giustizia sociale e la liberazione interiore rappresentassero le vie decisive per affrontare i problemi essenziali dell’umanità.

Oggi, nel XXI secolo, il quadro è mutato radicalmente: il nuovo orizzonte è la tecnica, non come semplice insieme di strumenti, ma come sistema complesso che si autoalimenta, detta priorità e modella il pensiero. Martin Heidegger, avvertiva che la tecnica moderna non è più un semplice mezzo nelle mani dell’uomo, ma una forma di “disvelamento” che tende a trasformare tutto — natura, persone, culture — in risorsa da sfruttare. La logica interna della tecnica è l’efficienza, non il senso.

La tecnica funziona, e proprio questa efficienza totale diventa inquietante. Nel pensiero di Martin Heidegger, la frase "tutto funziona" racchiude l'essenza della crisi dell'uomo moderno, il quale vive in un mondo dominato dalla tecnica e dall'oblio dell'Essere. La domanda del "perché" viene soppiantata da quella del "come", segnando la perdita di un orizzonte di senso ultimo (La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976). La politica, incapace di governare processi tecnologici globali, spesso rincorre innovazioni già realizzate, subendo l’agenda dettata da attori tecno scientifici; l’economia non è più orientata solo dalla domanda sociale, ma dalla direzione suggerita dalle possibilità tecniche (intelligenza artificiale, biotecnologie, automazione); l’etica è ridotta a formulare appelli e raccomandazioni che raramente riescono a influenzare concretamente lo sviluppo tecnologico. L’uomo moderno “ha liberato Prometeo”, scatenando poteri tecnici superiori alla propria capacità di previsione e di controllo (Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 2002), La tecnica non persegue un fine, ma si auto-accelera.

La velocità diventa un valore in sé: processi produttivi, comunicazione, decisioni e persino emozioni si adeguano al ritmo dettato dalle macchine. Questa accelerazione, osserva Hartmut Rosa, provoca una dissonanza tra il tempo esterno e la capacità psichica umana di assimilare cambiamenti (Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica nella tarda modernità, Einaudi, Torino, 2015). Si vive in uno stato di “presentismo” in cui passato e futuro si appiattiscono sull’immediato, e il senso profondo sfugge (François Hartog, Regimi di storicità. Presentismo e esperienze del tempo, Sellerio, Palermo, 2007). La vera crisi non è tecnica ma esistenziale. Nel vortice dell’efficienza, l’uomo rischia di perdere la capacità di interrogarsi sul senso delle proprie azioni. Il “perché” è stato sostituito dal “può essere fatto” e dal “funziona”. Ciò genera un vuoto di finalità, mascherato dall’abbondanza di mezzi.

Viviamo in una “vergogna prometeica”: ci sentiamo inadeguati rispetto alla perfezione delle nostre stesse creazioni, e finiamo per adattarci ad esse anziché farle servire a un progetto umano.  Se il funzionamento diventa l’unico criterio di validità, l’orizzonte di senso si dissolve. Non è detto che sia scomparso in sé - forse è solo oscurato dal bagliore delle nostre stesse tecnologie — ma l’umanità rischia di vivere senza direzione, correndo verso un “nulla” che, al momento dell’arrivo, non potrà offrire né consolazione né risposte. Per evitare questa deriva, occorre: rimettere in dialogo tecnica e umanesimo, riaffermando la centralità della domanda di senso; sviluppare un’etica della responsabilità anticipatrice, capace di valutare l’impatto a lungo termine delle scelte tecnologiche (Hans Jonas); rallentare consapevolmente in alcuni ambiti, recuperando spazi di riflessione e contemplazione; ricostruire orizzonti collettivi, capaci di dare significato al funzionamento tecnico in relazione a fini umani condivisi.

L’efficienza massima rischia di svuotare la vita del suo senso più profondo. Senza un orizzonte comune, la tecnica non ci salva e non ci condanna: semplicemente ci trascina. La sfida del nostro tempo è riconoscere che la questione decisiva non è quanto bene funzioni ciò che facciamo, ma se valga la pena farlo.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.