IL Digitale


CEO Digitali e Congresso

Per la prima volta dall’inaugurazione del presidente Biden, i CEO di Facebook, Twitter e Google sono stati richiamati al Congresso per ennesimo interrogatorio sul peso eccessivo delle loro piattaforme nel guidare l’opinione pubblica e le fake news. Ancora una volta l’oggetto del contendere è la sezione 230 del Communication Decency Act, che protegge le piattaforme da qualsiasi cosa venga detta e condivisa, al contrario di quanto capita per gli editori che sono responsabili di...

... cosa appare sulle loro colonne.

A differenza delle volte precedenti, dove i CEO almeno avevano fatto finta di essere intimoriti dalle accuse ed interrogatori, questa volta non hanno avuto remore a prendere in giro alcuni dei politici. Così facendo hanno compattato Democratici e Repubblicani, che si sono uniti in modo più incisivo rispetto al passato. I repubblicani hanno battuto il tasto delle giovani generazioni, e come siano indotte a credere a fandonie senza fondamento, i democratici hanno seguito i soldi: “è vero che siete disposti a pubblicare qualsiasi schifezza pur di tener la gente attaccata allo schermo, perché è cosi che guadagnate?”.

Il re è nudo. Ad un certo punto salta fuori che son solo 12 gli individui ed organizzazioni che postano il 70% dei falsi sul Covid, alimentando il movimento No-Vax: come possibile che le tre piattaforme non li abbiano chiusi come fanno facilmente con milioni di persone ogni giorno, come han fatto pure con Trump? Perché le posizioni estremiste ci incollano agli schermi e forniscono ancora più dati per mirare le pubblicità in modo chirurgico: è così che fan soldi queste aziende.  Negli USA si vaccinano tre milioni di persone al giorno, ma il 30% della popolazione non è sicuro di farlo e molti di più son quelli che han finito di rispettare maschere e distanze. Con la crescita della variante inglese in alcuni stati, la curva dei contagi non diminuisce più: l’America non può permettersi una terza ondata, e questo ha dato la carica ai Senatori. Le fake news sul Covid vanno represse, adesso, e la salute pubblica conta più della pubblicità dei motori di ricerca.

Anche Amazon ha pensato bene di usare toni più ruvidi rispetto al passato, prendendo in giro la senatrice Warren sul fatto che se riescono a pagare pochissimo in tasse è proprio grazie al Congresso che ha legiferato male. Da dove viene questa spavalderia? Le piattaforme digitali sono sempre difese dall’amministrazione americana quando gli attacchi vengono dall’estero. Appena la Francia ha ipotizzato una tassa sui ricavi, prima Trump e poi Biden si son fatti sentire tassando vini e formaggi. Non parliamo di Cina e Russia, che ogni volta che provano a limitare YouTube o Facebook si ritrovano dazi e ritorsioni tra capo e collo. Queste multinazionali digitali sono anche le più spendaccione nelle attività di lobbying a Washington, esercitando pressioni forti su una schiera di politici, molti dei quali non sarebbero su quelle poltrone se non fosse per i CEO digitali.

Probabilmente i CEO FAANG (Facebook, Alphabet, Amazon, Netflix, Google) scommettono sull’avere il coltello dalla parte del manico. Stanno tenendo muto Trump, e così facendo aiutano tanto democratici quanto repubblicani politici di carriera. Fanno da megafono alla narrativa dell’amministrazione, che descrive la Cina come il nemico e l’Europa come un accozzaglia di buoni a nulla se non c’è l’America che li aiuta. Danno lavoro a milioni di persone ed investono in tecnologia, specialmente intelligenza artificiale, più di quanto faccia lo stato cinese.

Quale sarebbe il vantaggio per il Congresso, e per Biden, di far saltare la monopsonia di queste cinque aziende e creare vera concorrenza sul mercato? La scommessa non è ancora vinta. La maggiorparte di questi lavoratori guadagna molto poco e non ha rappresentazione sindacale, Google ha pure asfaltato la sua patina etica licenziando chi doveva assicurare la correttezza delle solo soluzioni. Ora che il vento gira verso le aziende ecosostenibili e dell’energia pulita, che i fondi spostano trilioni di dollari su altri cavalli, forse qualcosa può succedere ai CEO con la felpa californiana. 

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Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa