Pensieri e pensatori in libertà


Le settimane creative e altri nominalismi scolastici

Ho tenuto una lezione in una scuola secondaria durante la settimana dedicata ad attività “altre”, diverse da quelle solite, particolarmente raccomandate da governi di ogni colore. Queste settimane sono le eredi delle occupazioni spontanee degli anni ’70 e ’80, tese a protestare contro il regime elitario e classista delle scuole dell’epoca. Gli studenti occupavano le aule e le presidenze, con rivendicazioni di carattere ideologico. Negli anni ’90 le occupazioni vennero istituzionalizzate, diventando settimane previste di autogestione studentesca. 

Infine, a partire dalla prima decade del 2000 le autogestioni vennero sostituite da festival della creatività, della scienza, della ricerca, della fantasia, organizzati dai professori. La differenza tra queste settimane e il resto dell’anno è che le regole di silenzio, partecipazione e attenzione vengono ulteriormente attutite, rischiando di essere semplicemente una settimana aggiuntiva di vacanza.

Il momento più interessante di una faticosa mattinata di tavola rotonda, nella quale forse un 10% degli studenti prestava attenzione a noi relatori, mentre gli altri chiacchieravano, guardavano i cellulari, si alzavano per seguire più interessanti gare sportive dei compagni mentre i professori li inseguivano per dire chi poteva o non poteva uscire, è il finale. La generosa professoressa che aveva organizzato il tutto ringrazia gli studenti per la loro attenzione. Solo che, mentre lei li ringrazia, gli studenti si sono già alzati e avviati all’uscita in massa perché era suonata la campanella. La professoressa prosegue il suo ringraziamento agli ospiti mentre l’aula da centinaia di posti è ormai vuota.

L’immagine è perfetta per spiegare la crisi dell’istruzione italiana. La scuola così non funziona perché è nominalisti. I nomi delle cose non corrispondono alla realtà delle cose: la settimana degli studenti è in realtà dei prof, gli studenti vengono ringraziati per un’attenzione che non hanno, l’incontro interessantissimo non interessa a nessuno. Ma tutti parlano bene di tutto e tutti. E il riflesso puntuale della situazione generale: la scuola ormai non può bocciare ma non lo si dice, la preparazione cala per motivi sociali ma non lo si afferma, l’ordine e la disciplina non sono più richiesti ma non lo si sostiene, i voti sono gonfiati ma non lo si condivide.

È inutile fare i moralisti. Ci possono anche essere buoni motivi per abbassare i livelli della scuola o per evitare di proporre modelli sorpassati di disciplina sociale. Tuttavia, il nominalismo non è mai una buona politica. Il far finta collettivamente di vivere in un mondo mentre in realtà tutti sanno che le cose stanno altrimenti è culturalmente pericoloso. Infatti, a fronte di scuole molto più semplici, i ragazzi sono spesso stressati a causa delle loro performance e si sentono impegnati più di un CEO di multinazionale, i genitori si infuriano con i prof per voti e giudizi non ancora all’altezza delle loro aspettative, i prof sono spesso frustrati nelle loro conoscenze e in lotta con presidi che cercano una via diplomatica per spiegare che la preparazione non conta, i test internazionali dicono che i nostri studenti sono più impreparati di qualche decennio fa.

Il problema è che, per quanto si faccia, il mondo reale non si conforma alle parole, smentendole. Solo che, invece che dire “il re è nudo” e accettare la realtà, la soluzione è innalzare ancora di più il livello delle parole, ringraziandoli per la grande attenzione e partecipazione mentre sono già usciti.

Un amico insegnante mi indica la strada provocatoria della rivoluzione, che qui riporto. Il realismo deve cominciare dai voti. Si cominci a dire che per legge non si può più bocciare, ma i voti sono quelli veri: le insufficienze sono tali, e possono anche essere gravi. Tranquilli, nessuno “perderà” degli anni. Ma almeno “guadagnerà” consapevolezza. Un piccolo passo per dire che ciò che conta in effetti è la realtà della preparazione, non l’immagine né degli studenti né dei professori, né tantomeno della scuola. Non so valutare quanto e come questa sia una proposta sensata, ma altre analoghe possono essere pensate, pur di riportare tutti alla realtà. Anche perché senza accettazione della realtà, anche nei suoi lati difficili o ardui, la vita genera facilmente disappunto e violenza, e soprattutto dà meno gusto.


© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Silvia Andrea Russo (Cremona): passione per l'antichità, la letteratura, la recitazione, la musica, il canto e la scrittura