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Breve introduzione all’Antigone di Bertolt Brecht

Bertolt Brecht (Augusta, 1898-Berlino Est, 1956), rinomato volto nel panorama teatrale novecentesco, fornisce una tra le più particolari e significative riletture dell’Antigone di Sofocle. Die Antigone des Sophokles, rielaborata sulla traduzione proposta da Hölderlin, viene composta nel 1947 e messa in scena per la prima volta nel 1948 in Svizzera, a Coira.

Berlino. Aprile 1945.

Con questa didascalia si apre il preludio alla tragedia. Recitato da due anonime sorelle e da una SS, il preludio è ponte tra la dimensione del mito e la realtà fattuale e contemporanea alla luce della quale è ripensata e rivissuta la storia di Antigone. Una chiave utile alla contestualizzazione dell’interpretazione, nonché una dichiarazione di intenti, una spia della funzione politica di quel teatro epico che, a detta di Brecht, deve esortare lo spettatore allo sviluppo di senso critico.

L’attualizzazione ideologica della vicenda di Antigone, condannata a morte per aver violato i decreti di Creonte seppellendo il fratello Polinice, è resa evidente soprattutto dal personaggio di Creonte. Se la lettura suggerita dall’originale sofocleo, seppur problematica e non univoca, esorta a vedere nel sovrano di Tebe il difensore delle leggi degli uomini, alle quali si oppongono le leggi degli dei, in nome delle quali si ribella Antigone, il Creonte brechtiano è emblema unicamente di un dispotico diritto della guerra. Il Creonte di Brecht non è sovrano, bensì tiranno autoritario, assetato di ricchezza e potere. Dal sapore squisitamente brechtiano è proprio l’originale centralità riconosciuta all’esperienza bellica, decisamente ricorrente nella produzione letteraria del drammaturgo. Spinto dalla tremenda brama di autoaffermazione, Creonte si rende protagonista di una guerra contro Argo, guerra nelle maglie della quale si consuma la crisi della famiglia di Edipo. Per Creonte combattono insieme Eteocle e Polinice, non più nemici, ma alleati. Polinice non muore più per mano del fratello, come nel testo greco. In Brecht, Polinice, improvvisamente disertore, viene ucciso da quel tiranno all’arbitrio del quale ha cercato di sfuggire.

“Già a precipizio il fuggiasco ha varcato / I ruscelli dircei, finalmente respira / E vede sorgere Tebe dalle sette porte, quand’ecco Creonte / Che alle spalle tutti incalza in battaglia, / Lo afferra, macchiato dal sangue fraterno, e lo fa a pezzi.”

Creonte è, dunque, il personaggio rispetto al quale si costruiscono rapporti di sottomissione. Sono ugualmente vittime del tiranno i due fratelli, sono vittime i figli di Creonte, che il dittatore è pronto a sacrificare in nome del potere. Anche dinanzi alla morte di Emone, infatti, Creonte ribadisce la priorità del proposito bellico e la propria monolitica adesione a esso.

“(…) M’è morto presto, il figlio, / Ancora una battaglia e Argo sarebbe stata/ A terra!”

Ma è vittima di Creonte anche e soprattutto Antigone. Tra i due poli, ricorda Maria Grazia Ciani , Brecht impedisce ogni tentativo di incontro e di dialettica. Antigone è la voce che osa opporsi al volere di Creonte non più da un punto di vista etico, ma, ed è qui la novità, da un punto di vista politico.

“Morire per te non è morir per la patria.”

L’Antigone di Brecht svela la natura pretestuosa della guerra, mero strumento di arricchimento personale, lasciapassare per lo sfogo di violenza gratuita, e condanna la cieca autoreferenzialità del potere di Creonte. Nello schierarsi contro il dominatore assoluto, la giovane figlia di Edipo, schiacciata in un conflitto necessariamente impari, è personificazione di una libertà individuale che ha il coraggio di ribellarsi a “un’autorità disumana”.

In conclusione, se, come commenta Ciani, “il mondo di Sofocle appare lontano” , la tragedia di Antigone non smette, tuttavia, di interrogare le coscienze, sollecitando nuove prese di posizione dinanzi a un dramma destinato, forse, a non trovare mai completa risoluzione.

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