IL Digitale


Dove vanno le altre piattaforme?

Dopo aver analizzato posizione e direzione di Facebook e Twitter la settimana scorsa, diamo un occhio ad altre piattaforme che nel passato hanno illuso tantissimi consumatori ed investitori, che oggi cominciano a svegliarsi. 

Snap, Netflix, Uber e Lyft sono crollati in borsa ed hanno dovuto licenziare decine di migliaia di persone per stare a galla. Beninteso, i rami tagliati non sono quelli dello sviluppo software, cybersecurity o e-commerce, sempre in forte spolvero, ma quegli enti opzionali che era tanto giusto mettere in mostra: quelli che si occupano dei diritti umani, del cambiamento climatico, e di qualsiasi tematica woke piacesse al politico di moda del momento.

Cosa può fare di concreto una Twitter o una Netflix per il cambiamento climatico, oltre a gridare ai quattro venti che ci credono e ci sperano? Potrebbero spegnere i loro server, che consumano centrali nucleari di elettricità, ma ovviamente questo chiuderebbe i battenti delle aziende, impossibile. Stessa cosa per i diritti umani: qualche migliaio di ricchissimi ragazzi con la felpa in California non può far nulla di concreto per la salvaguardia di popolazioni maltrattate e malnutrite in Africa o Asia, salvo incollarsi per terra per bloccare il traffico. Chiaro che quando la crisi economica conseguente all’inflazione ha colpito a gamba tesa, ed i cordoni della Borsa si son ristretti, chi era in queste posizioni accessorie ha perso il lavoro, peraltro inutile.

Se siete fidi lettori di questa rubrica, ricordate i primi articoli di due anni fa, dove spiegavo la logica di disintermediazione delle piattaforme e l’economia gig, che premia con tante stelline e pochissimi dollari i poveri disgraziati che devono pedalare come matti per portar pizze a consumatori che a malapena si alzano dal divano. Era chiaro fin da subito che dietro ad Uber e Lyft c’era fuffa: nulla di diverso dai taxi cui siamo abituati da anni, se non il fatto che l’applicativo schiavizza il conducente e gli consente solo minimi guadagni, decenti per chi deve integrare un altro stipendio, ma insufficienti per chi debba mettere un piatto in tavola per sé e famiglia.

Anche per Netflix il film era chiaro dall’inizio: invogliare milioni di clienti con abbonamenti in perdita, e poi usare l’economia di scala per convincere i produttori a ribassare i prezzi della distribuzione. Quando questi si sono accorti che dietro a Netflix ci sono server come tanti altri ed un’applicazione che non ha nulla di trascendente, ovvero quando han capito che la barriera all’ingresso e’ minima, il vantaggio competitivo di Netflix è sparito in un soffio.

L’idea di vendere sottocosto per creare una gran base clienti, e poi usar quella per costruire un regime monopsonistico a scapito dei fornitori, è la ricetta vincente di Bezos e della sua Amazon, che nel corso degli anni ha asfaltato i concorrenti nella distribuzione dei libri e poi di mille altri prodotti, arrivando a rivaleggiare aziende molto più vecchie come Walmart. Amazon ha impiegato molti anni a produrre profitti, grazie ad una cura maniacale nel risparmio dei costi ed all’esser la prima azienda a sviluppare la piattaforma monopsonistica. Specialmente, ha gestito prodotti, non servizi banali come il trasporto automobilistico, lo streaming di film e musica, o social media.

Qui sta la differenza con le altre aziende, che quest’anno han lasciato almeno il 30% del loro valore borsistico. Gli investitori han finalmente capito che sono costruite su aria fritta, palloni gonfiati che quando gira il vento perdono quota, o magari si schiantano. Ci dispiace? Assolutamente no, perché questi finanziamenti stanno finalmente dirigendosi verso settori più concreti dell’economia, del progettare, fabbricare e distribuire prodotti, che è sempre meglio di progettare servizi per tener la gente incollata al divano.

Per chi fosse interessato ad un approfondimento, raccomando questo, originale (https://www.economist.com/business/2022/10/31/what-went-wrong-with-snap-netflix-and-uber)


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