Bruxelles


Perdersi la faccia

Mi mostra il suo iPhone 11Pro Max da 1.605 euro più accessoristica scintillante e la foto che, richiamata, docilmente si mostra sullo schermo. Un passaggio pedonale affollato, un semaforo, due schermi grandi come quello di un iPad e due volti di persone, con nome, che hanno attraversato non rispettando le norme: giallo maturo? traiettoria ardita? passo lento? L’indagine dell’amica non si è spinta a capire di più: eravamo a Shangai, a giudicare dalla skyline e dai tratti dei reprobi.

Fatto sta che lei era sconvolta e cercava conforto nella specificità e nella peculiarità ossessiva dei cinesi per il controllo sociale. Del resto, sono millenni che il controllo sociale diffuso, e sistematico spionaggio reciproco, reggono quella società, e molte altre. E la digitalizzazione non poteva che aggiungere un tocco di sadica precisione, accuratezza ed efficienza alla antica tradizione.

Notizia comunque vecchia. Sono almeno tre anni che lessi i primi rapporti sull’applicazione della tecnologia di riconoscimento facciale diffusa e applicata appunto in Cina. Ed era il 2002 quando Steven Spielberg girò “Minority Report” dove il riconoscimento facciale faceva la sua comparsa abbinato alla precoce diagnosi delle intenzioni criminali di un individuo – una delle più belle interpretazioni di Tom Cruise che riesce in questa pellicola a cambiare espressione almeno un paio di volte...

Di mio, nel 1978 aprii un conto alla Banca Commerciale Italiana e ottenni la carta di credito “conto d’identità”, credo rimase inimitata, che recava la mia fotografia nel corpo della carta di credito, come un badge aziendale. Ah, che sensazione di modernità e la certezza che per la banca “non fossi solo un numero”... Faceva anche da bancomat ed ero convinto in un soprassalto di futuribilità, che tutte le volte che prelevavo quattrini dal teller venissi identificato e che non fossero possibili truffe e furti...

Quindi, dovrei forse provare irritazione, e riprovazione, rispetto alla decisione della Commissione Europea, filtrata pochi giorni fa in contemporanea su Politico e sulla Reuters, di bloccare per i prossimi cinque anni l’implementazione degli strumenti di riconoscimento facciale in luoghi pubblici.

Si tratta, secondo le anticipazioni dei due media, di lasciare alla Commissione il tempo di capire come prevenire gli abusi. E si tratta dello scheletro di un classico “libro bianco” che servirà per sistematizzare elementi su un argomento prima di ulteriori passi e per aprire un dibattito in merito.

Il tutto rientra nel filone dei sistemi guidati dall'intelligenza artificiale e ampiamente utilizzati dalle forze dell'ordine, riporta Reuters. La Commissione europea, prosegue, ha affermato che potrebbe essere necessario introdurre nuove regole severe per rafforzare le normative esistenti a tutela della privacy e dei diritti dei dati degli europei. "Basandosi su queste disposizioni esistenti, il futuro quadro normativo potrebbe andare oltre e includere un divieto a tempo limitato sull'uso della tecnologia di riconoscimento facciale negli spazi pubblici", afferma il documento.

Da quanto ho visto, gran preambolo - e poi sei sezioni distinte per sondare l’esistente anche legislativo in Europa e altrove; seguirà una descrizione in dettaglio delle azioni e politiche a supporto dello sviluppo dell’intelligenza artificiale in tutta Europa e di come potrà influire (qui parte il mantra brussellese) “sulle azioni a supporto includendo investimenti, skills, e ricadute sulle piccole e medie imprese”: traduzione, ci saranno fondi, finanziamenti, soldi.

La quarta parte indagherà sulle idee per facilitare l’accesso ai dati, prerequisito per lo sviluppo di ogni forma di intelligenza artificiale. Infatti, la generazione, sistematizzazione, gestione e soprattutto storage (custodia e immagazzinamento) dei Big Data è capitale (in tutti i sensi) per questi progetti.

La quinta è il piatto forte del libro bianco che verrà: l’architettura e il perimetro dei riferimenti legislativi per un’intelligenza artificiale che “rispetti valori e i principi europei” (sic!).

L’ultima parte conterrà l’esplicitazione del piano di lavoro della Commissione in materia e la tempistica entro cui gli stakeholder potranno esplicitare i loro pareri.

Vale a dire: bandiera verde sventolata per lobby e gruppi d’interesse, ong di ogni specie, hypercorporations, Microsoft, Apple, Amazon, Facebook, Google, e tutti i soliti sospetti a montare le azioni che riterranno opportune per cautelarsi dalle limitazioni (davvero?) al furto continuato e aggravato di dati personali che la moltitudine continuerà a mettere a loro disposizione a diversi gradi di consapevolezza e tacita, scambievole, complicità.

Il libro bianco sarà completato da tre documenti: un rapporto sulle implicazioni più ampie dell’intelligenza artificiale, Internet of Things (IOT) e le altre tecnologie digitali i cui si configurino elementi importanti per la sicurezza e la responsabilità dell’Unione Europea. A questo si affiancheranno un regolamento (provvedimento a effetto immediato e universale negli Stati Membri) sui computer ad alte e altissime performance e la revisione del Piano Coordinato sull’Intelligenza Artificiale.

Pardon, ma sono scettico che un libro bianco così concepito possa portare a una solida legislazione in grado di proteggere il cittadino dalla completa sottomissione della sua privacy, della sua faccia, del suo profilo di vita e di acquisti, delle sue decisioni di movimento, e scelte commerciali o ideologiche (un esempio solo: la profilazione dei libri acquistati su Kindle, degli spettacoli visti, eccetera...) a chiunque raccolga dati.

Ricevute mediche, farmaci prescritti e ritirati o acquistati, percorsi con navigatore, monopattini elettrici, car sharing, Uber, UberEats, JustEat, Deliveroo, Booking, Trivago, Zalando. Perfino il vino comprato su Tannico o Chateau-on-line. Amazon, AmazonPrime. Tracking delle carte di credito... completate voi. E ci preoccupiamo adesso di “limitare fino a un massimo di 5 anni” l’implementazione del riconoscimento facciale nei luoghi pubblici (definizione, please).

Sono anni che Apple IOS contiene gli album fotografici di buona parte del mondo, che mette insieme le facce e costruisce raccolte verticali nel tempo. Facebook con i sui strumenti collaterali Instagram, Whatsapp permette di “taggare” persone e associarle a luoghi (come tutti ormai). Twitter tagga, e non c’è alcun prestatore di servizi che lasci sul serio la scelta di cancellare a fondo i propri dati. Gran parte del mondo sta poi anche su LinkedIn con foto e curriculum.

Google ci fa anche pubblicità, ma il magico tasto, chiaro e in evidenza sulla home page, “cancella tutto adesso e per sempre” non esiste ancora. La procedura c’è, ma accomodatevi e prendetevi del tempo... Facebook permette di cancellare il proprio profilo. Macchinosissimo e comunque incompleto.

Non è facile lamento, è disillusione. Il mio primo Commodore lo portai dagli Stati Uniti e lo attaccai alla tv di casa con un accrocchio per imparare il linguaggio basic.

Costrinsi un datore di lavoro a comprare un primo personal computer quando ancora andavano forte i mainframe e le macchine medie. Facevo il caporedattore in un giornale economico secondario quando pubblicai con grande anticipo notizie, commenti tecnici e una “prova su strada” del personal di Olivetti, l’M20 nel 1982. Questo costrinse un grande editore a inventarsi su due piedi un mensile specializzato nel digitale per timore che gli portassi via il mercato; in più mi sottrasse il redattore, un filosofo, a cui avevo affidato il comparto... Il mio primo indirizzo e-mail era fatto da numeri e le prime ricerche on-line le feci con una telescrivente in un database americano che costava 15 mila lire ogni mezz’ora quando ne guadagnavo 500 mila scarse al mese. Introdussi un personal computer nell’ufficio dei caporedattori del principale settimanale economico italiano quando vi lavoravo in tal veste e dovetti fronteggiare le perplessità congiunte di comitato di redazione e rappresentanza dei tipografi per l’introduzione surrettizia e non concordata delle “nuove tecnologie”. Perciò difficile convincermi con i principi universali. Le cose possono solo, e devono, avanzare e progredire.

Il compito della Commissione è evitare che si creino ulteriori disuguaglianze (si chiamano divide, nel digitale). Pagare i conti con un sorriso - magari anche con un assenso vocale anch’esso riconosciuto - e non con un pin che può essere rapinato (hackereato) è rassicurante e facile. Che la mia compagnia di assicurazione medica attraverso un controllo periodico della mia faccia mi dica che l’algoritmo segna, interpretando una smorfia, una patologia seria che va subito curata o prevenuta mi rassicura altrettanto; ma se questo porta poi la compagnia a revocarmi la polizza sulla scorta dell’emicrania di un algoritmo cagionevole, m’arrabbio - e sono fregato. Per questo non sono contento di una Commissione che appronta quello che visto adesso e da qui è un pannicello caldo su cui banchetteranno influencer, campaigner professionisti, ong e lobbisti. Me compreso; lo ammeto fin d’ora.

Nel frattempo, cinesi, americani e molti altri sono già andati oltre e stanno affinando la già avanzata gait recognition, il riconoscimento dell’andatura individuale. Come quando aspettando qualcuno alla stazione o all’aeroporto riconoscevamo, già da lontano, la persona attesa solo con l’aiuto della memoria, dell’affetto o dell’amore, dalla sua andatura prima ancora che dal viso. Bei tempi.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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Roberto Zangrandi (Bruxelles): lobbista