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Piccoli Comunisti crescono?

Tradizionalmente i nostri giovani crescono sulla sinistra dello spettro politico, per poi spostarsi al centro o destra man mano che entrano nel mondo del lavoro, diventano indipendenti, e cominciano a pagare le tasse. È naturale: da piccoli l’educazione americana insiste sull’eguaglianza, sull’avere tutti le stesse opportunità a condizione di lavorare duro, e credere tutti in un mondo migliore. 

Dopo, quando alle università prestigiose entrano sopprattutto i figli dei ricchi, quando ai lavori meglio pagati accedono quelli con le connessioni giuste, il giovane si rende conto che l’individualismo americano è rimasto a homo homini lupus. Tantissimi rimarranno con stipendi da fame a Walmart o a controllare gli ingressi degli aeroporti, pochissimi continueranno ad essere ricchi, nessuno riuscirà a diventarlo se nato povero. I giovani si sentono giustamente traditi, perché i loro genitori, e specialmente i nonni, prendevano quell’ascensore sociale che oggi è fermo al piano.

Con l’ultima generazione le cose sembrano cambiare: Repubblicani e Democratici vedono che la Gen-Z, nata tra 1997 e 2012 ed ora stabilmente al lavoro dal dopo-Covid, non compie quella transizione al centro o a destra che era abituale con le generazioni precedenti. Nel recente passato Bernie Sanders ha avuto buon successo con i giovani, anche AOC era riuscita a smuoverli in massa, ma il primo è ormai vecchio decrepito, mentre la seconda s’è venduta alle lobby, diventando milionaria e mettendo in soffitta i buoni propositi iniziali.

Da Mamdami, sindaco di NYC, a Wilson a Seattle, Platner in Maine e El-Sayed in Michigan, alcuni giovani politici democratici propongono politiche comuniste per ingraziarsi quest’ultima leva di elettori, e scalare la gerarchia di partito. È facile proporre di tassare i ricchi, espropriare le case sfitte e nazionalizzare le aziende, per poi erogare un reddito para-statale dove tutti stiano bene, pure i maschi bianchi. Questi finora erano lasciati in fondo alla scala delle priorità, che vede in cima i trans, seguiti dai neri e dall’orsetto polare senza più ghiacci su cui correre, e Trump li aveva catturati per la sua elezione. Ultimamente però, vedendo cosa capita ai bambini palestinesi ed alle promesse elettorali del Presidente, entrambe distrutte, i bianchi si spostano a sinistra.

I Gen-Z riconoscono l’inutilità delle prediche sul cambiamento climatico, la perdita di tempo a parlare di razze protette, ed a parte Gaza non si interessano di altri fenomeni sociali. Per forza: in due anni la disoccupazione giovanile è aumentata assai, e specialmente l’inflazione, il costo degli affitti ed il salasso dei mutui sono diventati insostenibili. Lo vedo con mio figlio, che con la ragazza in un appartamento da $2.500 al mese, deve limare le spese con molta attenzione, e non ha possibilità di accedere ad un mutuo. I due ragazzi, ed i loro amici, non vedono il futuro con lo stesso ottimismo che trent’anni fa avevano i loro genitori, e non li biasimo.

Il CEO Capitalism descritto da Ruggeri su Zafferano, il tecnofeudalismo illustrato da Varoufakis, le strategie di monopsonismo e controllo del lavoratore messe in atto dalle piattaforme digitali di cui tanto scrivo da anni, hanno bloccato il nostro ascensore sociale ed eliminato la classe media, assieme al libero mercato. Oggi il percorso universitario non garantisce più un ingresso decente nel mondo lavorativo: il mix di inflazione accademica, outsourcing ed off-shoring, con spruzzata di automazione e disintermediazione digitale, ha commoditizzato il lavoro, pagato molto meno che in passato. I $25/ora che trent’anni fa consentivano al genitore di metter su casa e famiglia son rimasti gli stessi, e i figli son piantati.

Purtroppo i tecno-nobili giocano a fregare i Gen-Z, facendosi promotori del reddito di cittadinanza, un quid mensile cui loro a parole si dicono pronti a contribuire con le loro tasse, e che consenta ai giovani di starsene tranquilli su Netflix e videogiochi, senza preoccupazioni. Nel partito Democratico si inizia a parlare di togliere le tasse sul reddito a metà dei contribuenti, per alzarle a chi già oggi paga di più. Purtroppo i ricchi riescono sempre a farla franca, come visto proprio a NYC e Seattle, dove i due sindaci si son sentiti dei novelli Robin Hood fino a quando alcuni miliardari hanno annunciato il trasferimento assieme a migliaia di loro dipendenti verso altri stati, con un ammanco fiscale pesantissimo per le due città dem. Ammanco che ora si traduce in ulteriori tasse per i lavoratori cittadini.

Mentre i sintomi denunciati dai ragazzi sono inoppugnabili, occorre attenzione alla diagnosi, e non farsi fregare dai furboni che intortano sul fallimento di capitalismo e libero mercato. Continuare a portare all’estero produzione e servizi, anche adesso verso Cina ed India, non aiuta i lavoratori americani. Consentire a poche aziende di avere il totale controllo sui fornitori, quell’insidioso monopsonismo cugino del monopolismo (quando il cliente ha possibilità di comprare da un altro, mentre il lavoratore non riesce a lavorare per altri), significa bloccare la crescita salariale. Lasciare che stati e città facciano una gara al ribasso dietro l’altra per rubarsi fabbriche ed uffici, compromette i diritti dei lavoratori. Da ultima, una tassazione che picchia il lavoratore ma lascia libero l’ereditiero e chi vive di rendita, blocca l’ascensore sociale.

Spiego ai ragazzi che il caro affitti, a Boston come altrove, è frutto di un mercato ingessato e controllato da pochi ricchi, non sufficientemente libero. Oggi gli architetti in città sono depressi, perché il 95% del loro tempo è speso in permessi, solo il 5% nel progetto: son diventati dei passacarte costosi, per soddisfare i burocrati al comune, alla contea, allo stato ed al governo federale, con le loro mille mila regole inutili. Il risultato è presto detto: se per costruire una casa nuova devi salvaguardare l’orsetto polare, il pronipote dello schiavo, la memoria della nonna e centinaia di pagine di altri cavilli, pochi ricchi costruiscono e te affitti a caro prezzo, gran fregatura.

Questo dilemma mette all’angolo il resto del mondo politico, perché l’unica alternativa al comunismo è smantellare il controllo delle elites e relative lobby, che foraggiano lautamente i nostri rappresentanti con milioni di dollari all’anno. Se non si riapre il mercato, se non si smantellano i cartelli delle diverse industrie, i giovani dovranno scegliere tra divano di cittadinanza e riprendere in mano il proprio futuro.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Giulio Paci (Pistoia): scrittore, poeta, saggista. Laureato In Scienze Filosofiche.
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Guido Saracco: già Rettore Politecnico di Torino, professore, divulgatore, ingegnere di laurea, umanista di adozione.