Il Cameo


Cinque anni di libero giornalismo reputazionale, ove anti non significa contro ma contrario

Siamo vicini al compimento del primo lustro di vita di Zafferano e del suo sogno-obiettivo: essere leader nella nicchia che ci siamo inventati, quella del libero giornalismo reputazionale. Noi ci abbiamo creduto, così i nostri diciannovemila abbonati. Siamo campati in interstizi lontani dalle luci della cronaca, raccontando “in silenzio” il possibile processo di auto implosione naturale del modello del CEO capitalism, come è stato per il comunismo russo.

Nello scontro (mortale?) in corso fra media tradizionali e social media per stabilire chi deve impostare l’agenda, e come i fatti sociopolitici debbano essere comunicati e interpretati (strategico l’arrivo in X di Elon Musk) la “pulce” Zafferano ha scelto di essere null’altro che un osservatore-narratore. Gli altri editori si sono concentrati su una ristrutturazione convenzionale dei loro media (in un mercato sempre più piccolo e più fragile) e su un convenzionale riposizionamento strategico. Editori che spesso tali non sono più, stante che a fronte dei loro business primari hanno preferito priorità editoriali altre.

Nessuno che abbia studiato il nostro modello strategico organizzativo da process company, nessuno che ci abbia seguito nella nostra scelta di una strategia comunicazionale ove la parola odio fosse esclusa, e dove “anti non significa contro ma contrario”. Il virus politico politicante è sempre stato lontano dalle nostre menti e dalle nostre tastiere. Unico modo per mantenere la reputazione (parola ormai rara) di autentica indipendenza dal potere.

Mi sfugge il perché dell’oscena diffusione del clima d’odio reciproco fra segmenti importanti delle società occidentali. Incomprensibile che tutti odino tutti, perdipiù sul nulla. E il nulla si fa sempre più cosmico! Possibile non capiscano che scrivere con la penna intrisa nell’odio a gioco lungo ti rende un inibito patologico alla vita vera? Eppure il mainstream chiama questo chiacchiericcio informazione. Che tristezza.

Com’è possibile aprire un giornale, un libro, accendere la televisione, seguire un talk su temi seri e assistere a continui flussi di odio multidirezionali? Così sulla rete. Dalle parole del “tutti contro tutti” sgorga lava, e si fa subito magma.

Intanto i giovani, figli di quella cultura, credono di vivere in un mondo tecnologicamente magico, perché hanno l’opportunità di scaricare app idiote per risolvere problemi idioti, come pagare, pensa te, il caffè con lo smartphone. Mi pare che si sia tutti preda di un’allucinazione sociale: la chat-robot sta prendendo il posto della famiglia, della scuola, dell’amicizia, del sesso, speriamo non ancora dell’amore. Che tristezza vederli a testa perennemente china fornicare sul nulla dello smartphone, con i polpastrelli frusti e la testa tragicamente vuota.

Chi più odia, più invecchia, mentre chi più studia, più interagisce, più vive. Un’ovvietà, eppure non gliela hanno insegnata.

Nel frattempo, il dissenso fra l’America (il nostro sempre più stanco gendarme storico) e la costituenda Holding Cina-Russia-Islam si sta allargando, un dissenso foriero di pericoli d’ogni genere. Continua nel frattempo l’implacabile declino dell’Europa, un’entità che da settant’anni vive di chiacchiere, produce progetti che si rivelano tutti infattibili in termini di execution, spesso controproducenti addirittura per se stessa (finirà così la scelta ideologica sull’auto elettrica, sull’agricoltura, etc.?). Continuano a scegliere leadership ricche di boria di taglio bancario-cosmopolita, che inanellano però continui flop. Lo dimostrano i loro giovanissimi eredi: altro non sanno fare che deturpare opere d’arte con ciotole di minestrone comprato al discount.

Il declino dei popoli un tempo dominanti ha sempre assunto nella storia i connotati dell’opera buffa. Personalmente la risposta difensiva a questo mondo ignobile l’ho trovata tanti anni fa: “Autoconvincersi che vivere sorridendo anche in un regime guidato da ricchi idioti come l’attuale, può essere libertà”. Libertà per me è non trattenere mai il respiro e non odiare mai nessuno, perché “anti non significa contro ma contrario”.

E nel prossimo lustro? Zafferano continuerà a difendere la sua idea di nicchia solitaria del libero giornalismo reputazionale, rafforzando i tre plinti sui quali si basa: assoluta gratuità, rifiuto della pubblicità, modello di funzionamento stile process company. Sorridendo sempre, comunque vada!

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro