IL Cameo


Uno scisma? Non sono preparato

Uno scisma? Non sono preparato

Mi sono svegliato, come si conviene ai vecchi, in ore antelucane. Dopo lunga riflessione ho scritto, temo con la superficialità di un Donald Trump qualsiasi, un tweet: “Vivere a lungo è bello, ne vedi di tutti i colori: a me manca solo uno scisma”.

Al di là della battuta zafferaniana, come cattolico c’è in me molta amarezza. Mi sento culturalmente tagliato fuori da quello che mi pare stia succedendo, qualcosa di strano, che non riesco a decrittare e a declinare. Il mio spessore dottrinale è quello del catechismo della mia adolescenza, vissuto con grande partecipazione. Da 85 anni vivo sereno la mia fede, in modo intimo, riservato (che motivo avrei di parlarne con qualcuno?), com’è giusto che sia. E così vorrei continuare, a me la fede cattolica piace così com’è, non inquinata dagli aspetti laici della vita, ho un collegamento diretto ogni sera con Gesù, a me basta. Quando un prete parla di politica prendo ed esco dalla Chiesa, lo facevo già negli anni Cinquanta ai tempi di Baffone, mi vergogno per loro. Da qualche tempo sento sussurrare il termine “scisma”, lo confesso, non sono preparato alla bisogna, e non ci tengo neppure ad esserlo. E’ una parola che non mi piace.

Due mesi fa ero rimasto molto colpito dalle parole che Papa Francesco aveva pronunciato in Monzambico a 24 suoi confratelli gesuiti. Eccole: “Sento continuamente il bisogno di chiedere l’elemosina della preghiera. E’ importante che la gente preghi per il Papa e per le sue intenzioni. Il Papa è tentato, è molto assediato: solo la preghiera del suo popolo può liberarlo”. Aggiungendo: “Come si legge negli Atti degli Apostoli, quando Pietro era imprigionato la Chiesa ha pregato incessantemente per lui. Se la Chiesa prega per il Papa, questa è una grazia. La preghiera del popolo sostiene e io davvero sento continuamente di chiedere l’elemosina della preghiera”.

Sono parole belle, sofferte, pesanti, da chi si sente circondato (lui usa un termine ancora più coriaceo: “assediato”, che presuppone un qualcosa di fisico, non certo di religioso). Così come in poche righe usa tre volte il concetto di popolo, “popolo che preghi per lui”, “popolo che può liberarlo” e “gente”, immagino intesa come massa, quindi tutti noi. E’ esplicito, si rivolge a noi cattolici comuni per un aiuto, superando l’intermediazione della tecnostruttura dei vescovi che lui stesso, in questo caso, ha tenuto fuori. E poi quel “davvero” mi ha molto turbato. E pure il ripetere la bella locuzione “Elemosina della preghiera”. Cosa possiamo fare per lui? Certo pregare, come umilmente ci chiede. Ma perché ci chiede questo e proprio in questo particolare momento storico? Chi lo assedia? Perché queste parole preoccupate fra confratelli sono state rese pubbliche?

Queste parole pronunciate in Mozambico, non avevano attirato più di tanto l’attenzione dei media laici: ne avevano parlato in modo distratto, con la loro tipica nonchalance che banalizza qualsiasi problema religioso rendendolo intercambiabile con quelli laici. A questo punto arriva l’intervista a La Verità del grande Vittorio Messori (lo considero un maestro, vorrei essere un cattolico come lui, il suo libro “Ipotesi su Gesù” è stato per me un Vangelo laico). La consiglio, è un’intervista di altissimo profilo religioso e culturale, l’ho chiosata. Alcune sue frasi mi hanno colpito, specie quelle dedicate alla dottrina”. Da cattolico nature, io mi fermo qua. E’ sera. Vado in pace.

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In questo numero hanno scritto:

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Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Pietro Gentile (Torino): bancario, papà, giornalista, informatico
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro