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Qualche bizzarro motivo per leggere “Il pellicano” di August Strindberg

“Ho scritto questo dramma contro la mia volontà: lavorandoci, sono stato più volte al punto di gettarlo via e l’ho messo da parte, ma è ritornato, m’ha perseguitato. Ho ugualmente sofferto nel vederlo recitare, soffro tutte le sere, e però non arrivo a pentirmi di averlo scritto, non vorrei non averlo fatto.”

Con queste parole, indirizzate al fratello Axel, lo svedese August Strindberg (1849-1912), uno degli storici nomi del panorama del dramma borghese, commenta la gestazione e la prima rappresentazione de Il pellicano (1907).

Inizialmente pensato come I sonnambuli, Il pellicano inaugura la vita del Teatro Intimo di Stoccolma, per il quale Strindberg scrive i sei “drammi da camera” (Temporale, Casa bruciata, Sonata di fantasmi, Il pellicano, L’isola dei morti, Il guanto nero), l’apice dell’attività drammaturgica dell’autore.

Alla tradizionale analisi stilistico-contenutistica dell’opera, miniera di interessantissimi e profondi spunti per una riflessione letteraria ed esistenziale, nonché denso concentrato delle più ricorrenti ossessioni strindberghiane, preferisco, in questa sede, la condivisione di qualche curioso, bizzarro e, mi auguro, accattivante motivo per il quale leggere Il pellicano.

1. Ricordare la “trama” non è difficile

È quasi assurdo parlare di “trama” quando si tratta de Il pellicano, pièce ben lungi dall’assomigliare a testi teatrali dagli intrecci virtuosisticamente intricati, pronti a sfidare l’attenzione e la memoria del lettore/spettatore. In linea con le caratteristiche del dramma borghese, Il pellicano è uno spioncino nel quotidiano, una lente di ingrandimento nell’interiorità di personaggi che si muovono in una dimensione ambigua, contesa tra il familiare e lo straniante, il protettivo e il claustrofobico. Il pellicano è la presa diretta, silenziosa, di singolari dinamiche di vita domestica: un padre da poco defunto, una madre tiranna, due figli malcresciuti, un recente matrimonio e una segreta relazione extraconiugale. Manca l’azione, mancano veri colpi di scena. L’intreccio, labile, quasi del tutto inesistente, ruota attorno al ritrovamento di una misteriosa lettera, superficiale pretesto materiale per la pura evocazione di ferite, complessi irrisolti, storie passate, verità ignorate. Il tragico finale sancisce la piena emersione di un dramma che si snoda non nella materiale visibilità del palcoscenico, nello spazio dell’agire, bensì nelle profondità nascoste, vissute, dell’io.

MADRE: (…) Non è il testamento, è una lettera che aveva scritto al ragazzo, dove calunnia me – e te!

2. Mette fame

Ne Il pellicano si parla, essenzialmente, di cibo. Si parla di cibo fin dalla prima scena, da quella sorta di prologo lugubre che è il dialogo tra la Madre e la serva Margret, figure legate, benché in modalità diverse, all’atto del nutrire e, di conseguenza, del prendersi cura dell’altro.

Si lamenta del cibo mancato il malaticcio figlio Fredrik, un giovane privo di ambizioni e prospettive future, fatto di ossa fragili, tristezza e alcool. Disprezza il cibo cattivo un’ingenua Gerda, incapace di amare perché mai veramente amata, una donna prigioniera nelle fattezze e nelle fantasie di quella bambina che, forse, non è mai stata davvero.

Ne Il pellicano si parla di cibo, ossessivamente, quasi, ma il cibo, quello buono, quello del corpo e dell’anima, ne Il pellicano non compare mai.

MARGRET: (…) Non è a suo agio, qui; è inquieto; e ha sempre fame. Dice che non ha mai potuto mangiare abbastanza…

3. Svela la natura mostruosa delle donne

Perfettamente aderente al tipo di “donna pericolosa” spesso ricorrente nella drammaturgia strindberghiana, la Madre si dimostra di essere, fin dalle prime battute, una creatura dai tratti inquietanti, quasi demoniaci. Costantemente scissa tra lo stato di vittima e di carnefice, di indifesa sottomissione e crudele imposizione, la donna vive in una problematicità relazionale che la rende catalizzatore di rapporti corrotti e castranti. Critico è, infatti, il suo pseudo-legame con i figli, costretti alla miseria (fisica ed emotiva) dal suo cinismo, dal suo egoismo e dalla sua oggettiva incapacità d’amare, ma ben più critico è il suo relazionarsi con le figure maschili. La Madre strega, la Madre fagocita, la Madre annienta l’uomo, ridotto alla totale inettitudine da una femminilità anormale, generatrice e distruttrice, insieme vita e morte.

Nel suo crudo tentare di dominare il maschile, dunque, la Madre si fa volto di quell’insaziabile lotta tra sessi che anima tanto il pensiero borghese dei tempi strindberghiani quanto, necessariamente, la sua traduzione teatrale.

FREDRIK: (…) Come hai assassinato mio padre, lo sai benissimo, l’hai messo alla disperazione, e non è reato; come hai assassinato mia sorella, lo sai anche meglio, ma ora lo sa anche lei!

4. Insegna a non dire le bugie

Come suggerisce il primo titolo assegnato al dramma, i personaggi de Il pellicano appaiono perennemente sospesi, seppur con gradi di lucidità diversa, in uno stato di tragico sonnambulismo. Si muovono per la vita con gli occhi chiusi, prigionieri di menzogne di cui non hanno il coraggio di riconoscere la fallacia. Mente la Madre, quando difende l’amore che crede di aver donato ai figli. Mente Gerda, quando finge di non essere a conoscenza della relazione che il marito Axel ha con la suocera stessa. Dormono tutti, ma il sonno dell’inganno non è eterno. Irrompe presto il risveglio, la lucida affermazione della verità, della malvagia assurdità del reale, l’attimo fatale del dissolversi di quelle illusioni che hanno impedito la sofferenza e, con essa, la “folle” esistenza.

GERDA: (…) Ricordi, quando si è bambini… dicono che si è cattivi quando si dice la verità… (…) Così ho imparato a dire quello che non pensavo, e sono stata finalmente in grado di entrare nella vita.

5. Niente è come sembra, titolo compreso

Lo spazio della vita dei personaggi è, dunque, l’incerto, il fragile punto di frattura tra il vero e l’apparente, l’apice della demistificazione della stortura del reale. I personaggi sembrano, si mostrano in una nitida perfezione che maschera il mostruoso, il deforme.

Sembrano felici, Gerda e Axel, novelli sposini di facciata.

Sembra amare davvero la Madre, Axel.

Sembra un pellicano, la Madre, la figura genitoriale (l’unica materialmente presente, dopotutto) alla quale il lettore, istintivamente e inconsciamente, è portato ad associare il significato simbolico del titolo: il pellicano, l’animale che, nell’immaginario comune, nutre i piccoli con il proprio sangue. Eppure, lo spirito di sacrificio e l’incondizionato amore materno sono aspetti che ben poco si addicono alla caratterizzazione della Madre. Non è, forse, un titolo antifrastico?

FREDRIK: (…) Guardami, pellicano, guarda Gerda, il torace che ha! (…).

C’è, allora, un vero pellicano?

Al finale del dramma è assegnato il compito di svelare il mistero. E a voi quello di leggere Il pellicano.

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