IL Digitale


Hacking della mappa del DNA

In questa rubrica ho spesso sconsigliato di dare il proprio DNA a quelle aziende digitali che promettono di trovarti il bis-bis-bis-trisnonno e ricostruire l’albero genealogico fino a qualche sperduto cavaliere del medioevo. Venerdì scorso, una delle aziende più famose del campo con 14 milioni di clienti nel database, ha annunciato di esser stata hackerata: un bel guaio.

Come da prassi, le comunicazioni ufficiali parlano di una percentuale irrisoria di dati compromessi, in questo caso solo lo 0.1% dei clienti avrebbe i propri dati sul mercato nero. A parte il fatto che sono comunque 14.000 persone, è lecito dubitare che la percentuale sia così bassa. Perché preoccuparsi del furto del DNA?

Ovviamente il fatto che Dante Alighieri, o Madama La Marchesa, siano a pieno titolo nel vostro album di famiglia, non interessa a nessuno. Il problema è che il DNA dice molto della nostra salute, della nostra famiglia, delle condizioni ereditarie, ed ovviamente ci identifica in modo certo, al punto da essere usato come prova sicura nei casi criminali. Questo è ulteriormente complicato dalla facilità e basso costo con cui si mappa il genoma umano, ed avere il proprio DNA a spasso per internet ci espone sia a rischi di ricatti, sia a quello di venire impersonati dal cattivo di turno. Pensate che già oggi queste informazioni vengono proposte a chi si occupa di assunzioni, una pratica assolutamente illegale. Se dal DNA so che un parente del candidato è stato un criminale, oppure che lo stesso ha davanti a sé pochi anni di vita, perché assumere proprio lui?

La cyber-bio-informatica è un settore in forte sviluppo, raccomando una lettura introduttiva qui, perché insiste sul patrimonio più importante che abbiamo: noi stessi. Questo attrae aziende con pochi scrupoli, a volte criminali, come quella che si faceva pagare $250 per analizzare un campione di saliva e poi dirti il trisnonno e la conta di tutte le malattie che stai per sviluppare.

Purtroppo, per provare a fare queste predizioni mediche, l’azienda spargeva i dati dei clienti a destra e sinistra, rendendoli semi-pubblici. Non solo la diagnosi era tutt’altro che affidabile, a quel punto il cliente aveva sbandierato ai quattro venti il proprio patrimonio genetico. Per fortuna schiere di avvocati si sono messi a lavorare attentamente su questo problema (qui), ed è interessante vedere come il concetto stesso di privacy prende un ruolo centrale quando si parla del nostro DNA. Molto interessante la differenza tra diritto dell’individuo ad avere il pieno controllo sul proprio genoma, e quello dei medici, o di una parte più ampia della società, che potrebbe voler controllare i suoi cittadini. Ora che tutto questo è digitale, fidatevi, non mettete il DNA su internet, perché’ tutto quello che finisce li sopra, ci resta.

Il prossimo sviluppo della cyberbioinformatica è appena iniziato: sviluppare LLM che invece di lettere e parole combinano gli elementi di base della nostra genetica, come nucleotidi, gruppi fosfato e proteine. L’obiettivo è ovvio: creare farmaci specifici per il singolo paziente. Per prudenza, evitate di condividere il vostro DNA.

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite