IL Digitale


Intelligenza artificiale e fake news, dove andiamo?

Erich Schmidt è stato amministratore delegato di Google per quasi vent’anni, ed ora si concentra sul tema dell’intelligenza artificiale. Insieme agli altri CEO californiani con la felpa, ha contribuito al tema della libertà d’espressione aprendo i rubinetti di internet, facendo in modo che ci fosse la maggior quantità d’informazioni disponibili, su ogni argomento. Tutti noi che abbiam provato a capir qualcosa del Covid ci siamo trovati addosso il mondo: dagli articoli scientifici liberi, a quelli... 

... rivisti dai competenti, da pezzi giornalistici alle interviste video di scienziati e politici. Mantenere una rotta in questo mare di fonti ed opinioni molto diverse, ed espresse con forza, è difficile.

Son passati vent’anni dall’arrivo dei social media, e quasi tre miliardi di persone usano Facebook per condividere foto, amicizie, idee politiche ed opinioni sul Covid. Ma ora l’intelligenza artificiale ha fatto un passo avanti importante: è tra noi, in molti aspetti della nostra vita quotidiana, che sia lavorativa o meno. Possiamo guidare un’auto che ci aiuta a districarci nel traffico, che dice alla nostra assicurazione se passiamo il limite di velocità, e che ogni tanto riceve un aggiornamento software che le da funzionalità e performance che prima non aveva. Ci sono anche giocattoli dotati di intelligenza artificiale: possiamo dare un orsacchiotto al bimbo piccolo, e questo interagisce in modo sempre più complesso col crescere del pupo. E cosa dire dei wearable che ci ricordano di muoverci, dormire abbastanza, cosa comprare, e specialmente riversano tutti questi dati a chi può ideare ulteriori modi di monetizzare queste informazioni?

Il pericolo non nasce dall’hacker che mi pianta l’automobile nel mezzo della strada, dal programmatore razzista che educa il pupo attraverso l’orsacchiotto robotizzato, e nemmeno dall’essere plagiati nel comprare determinati prodotti ad un prezzo troppo alto. Il mercato infatti non ha il minimo interesse a danneggiarci e farci dubitare della bontà di queste innovazioni: al contrario si muove proprio per farcele adottare quanto prima. Il problema è che viene meno la responsabilità sugli impatti di questa tecnologia. Abbiamo già visto un giudice californiano non saper come multare l’auto a guida autonoma di Google, che rispettava il limite di velocità in autostrada ma rallentando il traffico e creando ingorghi. Il ranocchio elettronico ha guidato la macchina secondo una delle norme del codice della strada, ma senza tener conto del contesto e della necessità di andar più veloce. Di chi è la colpa? Di nessuno.

E cosa dire del mutuo negato, del dipendente non promosso, e di mille altre decisioni che, più che esser sbagliate, non consentono di risalire al responsabile? Sempre più cinesi soffrono gli effetti dell’intelligenza artificiale che guida il loro credito sociale. Immaginabile che un medico venga punito per aver parlato del Covid, che un giornalista perda il posto per aver osato criticare il partito, ma chi si sogna che attraversar la strada fuori dalle strisce pedonali mi blocchi il rilascio del mutuo per la casa? Se avete mai visto un allevamento industriale, di quelli dove entrano TIR di animali vivi e ne escono altri pieni di cotolette, la stazione più automatizzata è quella dove l’animale viene ucciso. Giustamente, nessuno vuol fare un mestiere del genere. Nessuno vuol esser responsabile per un incidente, una mancata promozione, una diagnosi sbagliata, per carità. Facciamolo fare al robot intelligente.

Aspettiamoci quindi grandi campagne promozionali su quant’è importante l’etica per l’intelligenza artificiale, quant’è utile farsi aiutare da un robot per non essere influenzati dai nostri pregiudizi (useranno la parola bias, perché più vaporosa), quanto necessario avere una governance di competenti per non rischiar nulla con la privacy, quanto vitale investire mille mila miliardi per non farci superare dalla Cina. E dalla guerra fredda per il nucleare passeremo a quella eterea per l’intelligenza artificiale, senza capire che l’avversario non è in un altro paese, ma di fianco a noi.

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro