IL Digitale


Conviene comprare NFT?

In quest’epoca di spensierata crescita di borsa e criptovalute sono nati i non-fungible tokens (NFT), ossia dei gettoni blockchain che ti consentono di comprare il diritto d’uso su prodotti e servizi, da soli o in comproprietà. Con questi NFT puoi comprare dei tweet, figurine di calciatori, una parte minima della Gioconda, un incontro col cantante preferito, un coccio del Colosseo: il limite è la fantasia.  C’è così tanta fuffa dietro agli... 

... NFT, che è meglio inquadrarli come la marchiatura a fuoco della mucca del Far-West. Se vedi una mucca marchiata sai chi è il proprietario, ma quanto vale il marchio? E specialmente, quante marchiature puoi fare ad una mucca?

Jack Dorsey, CEO di Twitter, ha venduto il suo primo tweet per $2,9milioni, e si sprecano i deficienti che spendono soldi veri per acquisire oggetti e servizi il cui valore è decisamente inferiore. Da gnugni diventano volpi, quando trovano uno più stupido che ricompra a prezzo maggiorato.  In questo istante abbiamo una bolla di NFT, ma il motivo per la loro creazione è valido: trovare un modo per marchiare oggetti, più spesso digitali e virtuali, che altrimenti vengono clonati senza ritegno azzerandone il valore.

Pensate alle fotografie: improbabile che conosciate fotografi professionisti oggi, persone che si guadagnano da vivere solo fotografando paesaggi, animali, matrimoni. Sono diventati rari come la tigre del Bengala perché chiunque tra noi può scaricare le loro foto e renderle proprie, magari ritoccandole. Anche nel mondo dell’editoria e della pubblicità c’è scarso riconoscimento del lavoro di fotografi o altri produttori di arte digitale, proprio perché facilissimo (ed illegale) clonare i loro prodotti.
Siete disposti a pagare $20 per una stampa in alta definizione che riproduce un disegno di Leonardo Da Vinci? E quanti ne paghereste per essere l’unico proprietario di quella tela? O uno dei mille, o uno del milione di unici proprietari del disegno del Maestro? Ecco a cosa serve marchiare le tavole di Da Vinci come una mucca del Far-West: a fare in modo di controllare chi ne può usufruire, e nessun altro.  Da qui il concetto di non fungibile: mentre gli euro che avete in tasca, il latte, il petrolio o la corrente elettrica che usate sono mutualmente interscambiabili (uno litro vale l’altro, un kilowatt vale l’altro, una moneta da 20 euro vale un altra dello stesso importo), di Gioconda ce n’è solo una, di incontro col cantante pure, e così via.

Gli NFT nascono per evitare la commoditizzazione di prodotti e servizi, specie digitali: l’intento è meritevole. Il più grande cliente dei servizi di cloud di Amazon oggi è Spotify, l’azienda che fa streaming di musica ad oltre 120 milioni di clienti abbonati, un numero bassissimo paragonato agli utenti di social media che ascoltano musica giornalmente da cellulare e computer, gratis. E’ evidente che la digitalizzazione di internet ha notevolmente ridotto i guadagni di artisti, fotografi, reporter e tutte le altre professioni che producono digitale. Anche i cinque milioni di ragazzi cinesi, indiani ed americani che giornalmente classificano dati per far funzionare l’intelligenza artificiale sono pagati una miseria, tra $2 e $4 all’ora. 

Uno penserebbe che i consumatori non vogliano una tecnologia che li farà spendere di più. Allora perché gli NFT sono diventati di moda e moltissime persone cominciano a comprarli a man bassa? Elinor Ostrom, Premio Nobel per l’economia, ha studiato come le comunità gestiscono le proprie risorse, e confermato che il consumo eccessivo derivante dalla commoditizzazione danneggia la società, che finisce per privilegiare l’origine del prodotto. Oltre a questo, la nostra mente da anche un valore edonistico all’acquisto, perché in effetti scarsità e provenienza sono fattori psicologici che contribuiscono parecchio a quanto siamo disposti a pagare per qualcosa. Tutte le grandi marche fanno affidamento su questi due concetti, per vendere a prezzi spropositati articoli che da altri fornitori costano molto meno. Una ricerca interessante sull’effetto edonistico e scarsità fu fatta qualche anno fa a proposito di figurine nei videogiochi (qui).

Se l’intento del NFT è nobile, siamo comunque al mercato delle vacche del Far-West, perché non si capisce chi ha diritto a “tokenizzare” un prodotto, fisico o digitale che sia, e specialmente il gettone blockchain rappresenta un contratto di proprietà e non il prodotto stesso. Per chi volesse approfondire l’aspetto legale raccomando qui. Certo è che se volete giocare qualche centinaia o migliaia di euro, o meglio ancora qualche criptocurrency, comprate basso e vendete alto: gli NFT sono molto variabili e consentono tanto brutte perdite quanto ottimi guadagni. 

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Barbara Nahmad (Milano): pittrice e docente all'Accademia di Brera. Una vera milanese di origini sefardite