Speciale USA 2020 / 3


Il dramma interno dei partiti americani

Mentre si parla di elezioni americane, raramente si guarda alla storia dei due celebri partiti. Guardarla, invece, fa capire la macro-picture, il quadro storico complessivo dentro cui si muovono i personaggi di oggi.
I due partiti americani hanno più volte incrociato le proprie traiettorie politiche. In generale, nel Novecento (perché prima era il contrario) i democrats sono quelli che si sono occupati del mondo, nel bene e nel male, e che hanno voluto uno Stato centrale forte rispetto ai singoli Stati, nel bene e nel male. Nel bene i democrats sono stati quelli che hanno accolto...

... e fatto prosperare milioni di immigrati (controllati e certificati), che hanno cercato di estendere diritti e sanità a tutte le etnie d’America, che hanno voluto partecipare alla Seconda guerra mondiale, aiutando a sconfiggere Hitler. Nel male sono quelli che hanno cominciato il maggior numero di guerre e che hanno esportato modelli e mode non sempre adatti agli altri Paesi.

Dagli anni ‘70 del Novecento, i dem hanno aggiunto a questa cultura economica-politica un tono etico nel quale si sono avvitati sempre di più. Questo tono è diventato dominante sotto la presidenza Obama con l’affermarsi dell’etica delle parole politicamente corrette, della cancel culture che fa sì che in tante Università si possa ascoltare solo chi accetta i valori liberal, di una politica molto aggressiva su aborto ed eutanasia.

La dottrina classica dei repubblicani, invece, non si occupa di ciò che accade nel mondo, difende il duro libero mercato e una concezione minima dello Stato, lascia molto spazio ai singoli Stati. Anche in questo caso nel bene e nel male: poche guerre ma disinteresse alle situazioni mondiali, libertà ma anche libertà di essere armati, responsabilità personale nel soccorso ai poveri ma poca cura sociale delle diseguaglianze, in tutti gli ambiti. Questa dottrina è entrata in crisi prima parzialmente con Reagan, che ha mostrato un interesse alla situazione mondiale più forte della dottrina classica, e poi, definitivamente, con Bush jr., la cui consigliera Condoleeza Rice ha invertito il paradigma repubblicano: per essere sicuri in patria, occorre far la guerra all’estero ed “esportare la democrazia”. Trump è il rappresentante della rivolta della base repubblicana a questa svolta etico-politica (neocon) avvenuta negli otto anni di Bush e snervata dagli otto di Obama.

Nei democrats, invece, la rivolta interna, che mira più a sinistra, è quella alla Sanders o alla Ocasio-Cortez che vogliono un approccio più “socialista”. Biden è l’ultima figura che può tenere insieme, almeno elettoralmente, l’anima più popolare con quella più radicale del partito. Forse l’avevano scelto perché pensavano di perdere con una figura di persona perbene, e così sarebbe avvenuto senza la disastrosa gestione e comunicazione del Covid-19 da parte di Trump (come della maggior parte dei leader mondiali) e senza la sua attuale malattia che apre scenari elettorali inesplorati. Adesso, rischia di vincere ma rimane oscuro come poi possano convivere le anime molto diverse del partito.

Perché sapere tutto questo ci serve? Per capire che nelle elezioni americane, oltre che sull’economia  (sempre argomento principe) si vota su questioni culturali: alcune sono solo americane, come quella Stato centrale-Stati singoli, altre sono globali, come quelle sul ruolo degli U.S. nel mondo, sul tipo di capitalismo che vogliamo, sulla bioetica e sulla cultura che si insegna in Università. Sono problemi di concezioni e non solo di figure politiche e sono questioni che hanno lunghe storie.

Senza capire questo, si continuerà a pensare che gli americani (in milioni!) abbiano eletto un pazzo e, comunque vada a finire, che ci sia una metà, o quasi, di un intero popolo che è semplicemente stupido, rozzo, ignorante. Una grave svista, che non fa capire niente del Paese guida dell’Occidente, nel bene e nel male.

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Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
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