Fuori sacco


OBSOLESCENZA DELLE ELITE. CHE FARE?

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OBSOLESCENZA DELLE ÉLITE DEGLI ECONOMISTI di Nicola Porro

Una delle intuizioni geniali di un economista, la cui fama di tecnico ha ingiustamente messo in ombra la sua vera qualità e cioè quella di mondano, parliamo di John Maynard Keynes, è che i politici, spesso senza neanche saperlo, sono vittime delle idee di qualche economista morto da tempo. Oggi più che mai i nostri politici, il nostro establishment, o se preferite le nostre élite, sembrano essere vittime di una struttura di pensiero elaborato negli ultimi centocinquanta anni e che mal si adatta al momento che stiamo vivendo. D’altronde hanno studiato in quelle accademie, hanno fatto le loro carriere con quei corsi d’onore, hanno adottato fino ad oggi quelle politiche e i giornalisti hanno orecchiato quei principi. È un brodo di cultura, grazie al cielo molto recente, in cui tutti noi ci siamo immersi.

Sia chiaro, si parva licet, la nostra critica è molto diversa da quella che stupefatta che la Regina Elisabetta d’Inghilterra, con i sui modi blasè, pose ad un augusto consesso di studiosi della scienza triste all’indomani della crisi economica del 2007. L’aristocratica signora chiedeva loro, a cosa servissero se non a prevedere una crisi, che tanti danni provocò. In fondo gli economisti tradizionali ce lo avevano spiegato da tempo e cioè che i cicli economici, fatti di alti e bassi, si susseguono. Alcuni di loro con una furia illuministica, o costruttivistica, come dice un filosofo economico come Friedrich von Hayek, ci avevano messo in guardia: l’uomo non è in grado con un modello matematico di spiegare il futuro. Per la verità non riesce a farlo per il “Clima”, dotato di migliaia di variabili, figuratevi un po’ voi se lo può fare per le scienze umane, che sono regolate da comportamenti e interazioni di miliardi di individui. Alla critica liberale al determinismo economico, vero peccato originale del pensiero marxiano, si lega un’analisi più conservatrice. Nel senso che maggiormente rispetta, in fondo, la capacità predittiva degli economisti. La fece in un bel libro, Nassim Taleb, quando spiegò che ogni tanto arriva un cigno nero, che sconvolge i nostri piani. Ma appunto è una critica del modellismo economico, ma pur sempre all’interno del suo alveo. Taleb riesce a tenere tutto dentro: il cigno nero cambia i piani, ma la direzione resta quella.

A volere ridurre il dibattito, gli economisti si sono per almeno in secolo arruffati sul peso che l’intervento pubblico avrebbe dovuto tenere in un mercato dominato da un sistema di creazione della ricchezza di tipo capitalistico. Da Adamo Smith a Milton Friedman, da Luigi Einaudi a Robert Nozick, i liberali, di diversa trazione, hanno sempre ritenuto che lo Stato, o il Sovrano, avessero compiti, ma limitati. Che l’individuo e la sua impresa, poi declinata come consumatore, siano il fulcro dell’attenzione da parte dello studioso della scienze economiche. Il primo a mettere in discussione, in modo radicale, questo sistema di pensiero classico fu Karl Marx, che commise l’incredibile imprudenza di trasformarsi in profeta, e prevedere che cosa sarebbe successo al nascente capitalismo figlio della rivoluzione industriale che ai suoi tempi era in pieno sviluppo. Con maggiore aderenza alla realtà e alle richieste dell’establishment, Keynes, circa una secolo dopo, riuscì invece a organizzare una Teoria Generale dell’Economia, che di generale aveva ben poco, se non un germe di cui sono ancora vittime molti dei nostri economisti e delle nostre élite. Il mercato fallisce, notava il mondano inglese, e dunque conviene che lo Stato intervenga. Un bazooka nelle mani dei politici: che da quel momento in poi hanno avuto la giustificazione teorica di aumentare la loro sfera di influenza. Poco importa che poi anche lo Stato possa fallire, e che il suo fallimento sia ben peggiore di quello del singolo.

Ma ritornando al punto da cui siamo partiti, e prendendo per buona la nostra mostruosa semplificazione che farebbe orrore ad ogni buon accademico, entrambi i “partiti” si sono confrontati con un modello sviluppo generato dalla macchina a vapore e dagli enclosure acts. La prima forniva all’uomo la possibilità di produrre oggetti e coltivare la terra in modo completamente nuovo rispetto alla tradizione. I secondi adottati dalle contee inglesi in diversi momenti e con forme varie, introdussero non solo le recinzioni ai pascoli, ma soprattutto crearono un sistema giuridico funzionale per il sistema industriale che si andava formando: agricoltura più produttiva, minori malattie del bestiame, aumento della povertà nelle campagne, creazione di maggiore ricchezza nei vecchi feudi a disposizione di pochi, processi di urbanizzazione di masse immense, e sviluppo di fabbriche e miniere. Il capitalismo nei suoi esordi ed eccessi veniva spiegato da Charles Dickens e cinquanta anni dopo nella sua originalità e capacità di cambiare il mondo ci ha raccontato Ayn Rand.

Chi crede nel progresso e nell’ordine spontaneo e chi ritiene che il modello economico si debba adattare all’uomo, e non il contrario, non può che ritenere che il paradigma oggi sia cambiato. E che le vecchie idee degli economisti, oggi siano tanto diffuse, quanto mal centrate. Per fare un paragone azzardato ci troviamo come probabilmente si trovavano i vecchi feudatari alla fine del 700, immersi in una rivoluzione di cui non si conoscono i confini. E’ financo difficile capire che cosa davvero stia accadendo oggi. I suoi confini giuridici sono inesistenti. I suoi effetti economici, come quelli della rivoluzione industriale, sono potentissimi. Non si tratta di una fase di incertezza economica, come la tradizione dei cicli vorrebbe credere, per riuscire a mantenere tutto in ordine. I fattori di produzione, per usare un termine del capitalismo come lo conosciamo, sono cambiati. Il consumatore, cioè l’individuo stella polare del pensiero liberale, è diventato vittima di se stesso. La dimensione antitrust, un termometro dell’aderenza della tecnica giuridico-economica alla strutturazione dell’impresa e del monopolio, è completamente cambiata. Nello stesso anno in cui Kodak, la prima azienda al mondo ad aver inventato e ignorato un metodo digitale per far le foto, falliva con un passivo da due miliardi, ebbene in quello stesso anno un’azienda con poche decine di dipendenti e i conti in rosso, come Instagram, veniva acquistata per i medesimi due miliardi di dollari. Un’operazione che in nessun modello novecentesco di tipo “regolatorio”, si sarebbe potuta fermare e che invece rischia, a cose fatte, di generare un colosso dotato di forti rendite di posizione. Oppure di qualche cosa altro che oggi ancora non riusciamo a comprendere. Siamo in un periodo in cui la merce lavoro, vale meno della merce informazione. Non più intesa come capacità dei media di raccontare la realtà, ma come capacità della impresa digitale di prevedere, anticipare, o forse indurre la nostra prossima decisione di consumo. Le piattaforme informatiche, poche e centralizzate, hanno una dinamica di sviluppo completamente diversa rispetto a quella della fabbrica. Applicare i modelli econometrici e manageriali delle seconde, che ben abbiamo conosciuto, alle prime è semplicemente folle.

Siamo immersi in una rivoluzione, banalmente definita digitale, e cerchiamo di interpretarla e governarla con strumenti industriali. Non è detto che il capitalismo sia finito. È certo che la sua mutazione sia radicale, è di tipo discontinuo. E questo pone delle sfide agli economisti, mai viste negli ultimi cento anni. Sia da una prospettiva micro economica che da quella macro. Come sempre avviene è la prima lettura della scienza economica, quella che conta. E cioè quella individuale, quella micro. Il Ceo-capitalism ha rappresentato il primo segnale del mondo che è cambiato. La creazione del valore, è diventata un parola del tutto vuota. Non si capisce più che valore sia stia creando e soprattutto per chi. Non sono le disuguaglianze a doverci preoccupare. È come si generano che rappresenta un campanello d’allarme che occorre cogliere. Il Ceo capitalism ovviamente si nutre dei vecchi paradigmi economici applicato ad un contesto completamente nuovo, anche se acerbo. Non abbiamo, e sarebbe contraddittorio con la nostra premessa, un’idea di nuova disciplina economica. Ma sappiamo che la vecchia si sta ponendo le domande sbagliate. Sta cercando di costringere la nuova realtà nei suoi vecchi schemi. Smith ci parlava delle fabbriche degli spilli e intuiva la forza della divisione del lavoro, che oggi perde senso con la fabbrica dei dati. I classici, da Smith ad Einaudi, ci hanno raccontato anche i limiti dell’intervento dello Stato, e il rispetto delle prerogative degli individui. Ecco forse una buona traccia da cui partire per lavorare ad una nuova affascinante pagina di un’economia in cui, partendo dalla micro, si riesca ad elaborare un pensiero nuovo sulla difesa dell’individuo e della sua capacità di gestire le nuove risorse scarse che con la rivoluzione digitale avremo.


OBOSOLESCENZA DELLE ÉLITE ACCADEMICHE di Giorgio Donna

Semplicemente per motivi di età, mi è capitato di assistere da vicino all’evoluzione e all’obsolescenza dell’élite accademica. Una élite per antonomasia, se è vero che nella missione dell’università rientra anche il compito di formare le élite future di un paese.
Mi sono iscritto all’università quando era (ancora per poco tempo) una scuola di pochi per pochi. Da studente ho vissuto la spallata del ’68 (anche se in posizione molto defilata, come avvenne per facoltà poco ideologizzate come quella di Economia e Commercio). Da professore mi sono trovato a lavorare nell’università di massa, quella dei tanti professori per tantissimi studenti, peraltro con la fortuna di insegnare in atenei grandi e piccoli, statali e privati, antichi e giovani, generalisti e specializzati.
L’università storica di élite era quella in cui i pochi professori si degnavano di inserire gli orari delle lezioni (ore rigorosamente di 45 minuti) a proprio piacimento e, una volta in aula, erogavano in modo assolutamente unilaterale il loro sapere, discettando senza quasi degnare di uno sguardo la platea (per loro quasi totalmente anonima) che assisteva alla loro recitazione.
Molto spesso, lezioni indimenticabili. Quasi sempre, tenute da personalità che lasciavano il segno.
Baroni della più bell’acqua, ma con la B rigorosamente maiuscola. Rappresentanti di un’oligarchia ristretta e arrogante, ma attenta a non ammettere nel club figure inadeguate a svolgere l’alta missione di cui comunque si riteneva affidataria.
Clark, uno dei più autorevoli studiosi di sistemi universitari, negli anni ’80 descrisse il modello universitario italiano come “un caso estremo di potere dell’oligarchia accademica, che la burocrazia ministeriale è stata incapace di fronteggiare con adeguata forza”. Si può dire che, ben più che altrove, in Italia l’accademia ha saputo fare rispettare la propria antica natura di corporazione (alcuni termini tipici del linguaggio accademico, come università, rettore, collegio, nascono nel Medio Evo nel contesto delle corporazioni).
Il ’68 fu come un “cigno nero”: quell’oligarchia venne sorpresa da una ribellione che era prevedibile ma troppo scomoda per essere presa in considerazione in anticipo. Come tutte le élite che rifiutano di mettersi in discussione e, tanto meno, di sottoporsi al giudizio di qualcuno estraneo alla casta, si mostrò totalmente impreparata ad affrontare un cambiamento che era semplicemente inevitabile. L’università di massa travolse il sistema, anche fisicamente: cinema trasformati in aule, centinaia di studenti in coda per trovare posto e quasi impossibilitati a prendere appunti, docenti spesso improvvisati, lezioni in larga misura … dimenticabili.
La logica baronale venne ostinatamente tenuta in vita (nella gestione dei concorsi a cattedra, nella assunzione di nuovi ricercatori, ecc.), ma affidata a baroni in maggioranza con la b minuscola, a causa del fatto che nel frattempo la casta accademica era esplosa nei numeri senza ordine e senza pianificazione, come è nel costume italiano.
Una élite chiusa e arrogante merita di essere messa in discussione, ma un esercito di figure che si arrogano il ruolo di élite senza possederne le stimmate può fare seri danni.
Sia chiaro: nel mondo accademico sono ancora presenti in numero non esiguo figure di assoluta rispettabilità e qualità sotto i profili scientifico (la produttività della ricerca italiana è tra le più alte al mondo), didattico, valoriale, etico. Tuttavia, è inevitabile che la quantità finisca per corrompere la qualità, con la non irrilevante conseguenza di trasformare il perseguimento di una missione nella protezione di un interesse.
La più efficace modalità di selezione della classe accademica, come insegna tutto il mondo avanzato, dovrebbe consistere nella cooptazione, ben più che in concorsi organizzati e gestiti con tutte le quasi inutili burocrazie finalizzate a garantirne esiti “oggettivi”. Naturalmente, la cooptazione ha bisogno di una condizione: chi ha il potere di cooptare non solo deve essere figura indiscutibile sul piano della serietà e della moralità, ma più ancora deve sentire come forza-guida l’intento di salvaguardare il futuro dell’istituzione che rappresenta, a prescindere dalle istanze degli interessi contingenti. Anzi, contrastando inequivocabilmente qualunque forma di protezione di tali interessi.
Il professore lungimirante sceglie come collaboratore e poi come successore chi promette di essere più bravo di lui, non chi sarà più disposto a “portargli la borsa”!
Per una popolazione numerosa, un compito non facile; per il costume italiano, un’impresa titanica.

A questa situazione, già di per sé critica e difficile da modificare, si è aggiunta oggi una variabile sconvolgente: la velocità e l’imprevedibilità del cambiamento che sotto ogni profilo (tecnologico, sociale, demografico, economico, ecc.) sta caratterizzando il contesto contemporaneo.
Se la sua missione esistenziale consiste nel “preparare la società al futuro”, più che mai l’università dovrebbe essere terreno non solo di elargizione di sapere, ma di progettazione e sperimentazione. Un luogo dove non ci si limita a trasmettere le conoscenze che oggi “sembrano servire”, ma dove si forniscono anche le chiavi per imparare a operare nel futuro da protagonisti e non da sopravvissuti. Una sfida che al mondo accademico (naturalmente, salvo le lodevolissime eccezioni) non piace e non può piacere, perché accettarla significa mettere in discussione quasi tutto: i contenuti dei programmi, le modalità di insegnamento, gli oggetti e i metodi di ricerca, i criteri di valutazione, l’allocazione delle risorse finanziarie, e così via.
Uno tra gli infiniti esempi: qualche anno fa all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Torino venne invitato a tenere la prolusione un accademico americano considerato uno dei più eminenti nell’ambito della cardiochirurgia. In realtà un italiano, laureatosi in ingegneria a Padova. Alla domanda perché avesse deciso di trasferirsi negli USA, entrando a fare parte della numerosissima schiera di cervelli che il nostro paese continua a esportare (dopo averne pagato il costo di formazione), rispose: “E’ molto semplice. In Italia mai avrei potuto vincere un concorso universitario sia in medicina, in quanto ingegnere, e sia in ingegneria, in quanto medico!”.
Il fallimento dell’accademia italiana come motore di sviluppo economico e come ascensore sociale è plateale: mentre nei paesi avanzati si considera che almeno il 40% della popolazione debba avere un titolo di studio di terzo livello, nel nostro paese siamo bloccati al 25%, frutto di un 50% di diciannovenni che tuttora non si iscrive all’università e di un ulteriore 50% di iscritti che si perde per strada; il premio retributivo che il mercato del lavoro riconosce al laureato è molto modesto, e sicuramente inferiore a quanto accade sia nei paesi avanzati che in quelli emergenti; in una popolazione con pochi laureati, il 26% dei laureati triennali, il 30% di quelli magistrali e il 43% (!) dei laureati a ciclo unico (per intenderci, architetti, avvocati e notai, medici e farmacisti) ha almeno un genitore laureato; i laureati figli di operai e impiegati esecutivi sono intorno al 20%, mentre quelli di estrazione sociale elevata arrivano a superare il 30%; gli iscritti di nazionalità straniera sono poco più del 4% (a fronte del 10-12% di Francia e Germania) e provengono per circa l’85% da paesi arretrati; in più, metà di loro è fatta da italiani privi di cittadinanza in quanto figli di immigrati; la fuga dei cervelli non riguarda solo più i laureati, ma anche studenti che decidono di iscriversi direttamente a università straniere. Non fa eccezione la classe politica: come documentato in una ricerca recente di Irene Tinagli (il titolo è emblematico: “La grande ignoranza – dall’uomo qualunque al ministro qualunque”) agli albori della prima repubblica, quando i laureati in Italia erano quasi una rarità, una quota elevata di parlamentari e più ancora di ministri aveva fatto studi universitari; negli ultimi anni, tale quota si è notevolmente abbassata, nonostante che i laureati siano diventati merce ben più abbondante. Le uniche eccezioni sono costituite dai cosiddetti “governi tecnici”, quelli chiamati a prendere decisioni scomode e impopolari: in questo caso, ci si rivolge a laureati e professori, per la patente di prestigio e competenza di cui, talvolta a ragione e talvolta a torto, vengono gratificati.
Come tutte le élite, anche quella accademica non ama gli esami di coscienza, e scarica la responsabilità su altre categorie: la classe politica, che ha contribuito a rendere il sistema universitario italiano quello di gran lunga meno finanziato tra i paesi avanzati; il mondo delle imprese, poco incline a coltivare il capitale umano e portato a vedere nel laureato una risorsa potenzialmente ingombrante, in quanto portatore di grandi aspettative più che di forti competenze; la scuola, che fornisce all’università una materia prima assolutamente inadeguata (si pensi ai recenti dati forniti dall’INVALSI sul drammatico livello di “analfabetismo funzionale” dei giovani).
Tutto vero. Ma questo significa soltanto che siamo in presenza di un concorso di colpa di cui l’élite accademica è sicuramente corresponsabile.
Personalmente, credo che le élite siano indispensabili al progresso di una società, ma a una condizione: che siano animate da valori capaci di minimizzare il pericolo, in cui ogni élite può facilmente cadere, di trasformarsi in un luogo prima di caccia e poi di protezione del potere. Una élite deve mantenersi rigorosamente al servizio del progresso di una comunità.
Per l’accademia questo vale in modo del tutto peculiare, perché il futuro oggi è una sfida drammaticamente complessa (e straordinariamente avvincente) e l’accademia dovrebbe avere il futuro al centro della propria missione. La conclusione? C’è grande e urgente bisogno di una nuova élite accademica. Una élite che sia genuinamente portatrice di valori antichi, ma che al tempo stesso sappia profondamente rinnovarsi nel modo di esercitarli. Come afferma quello straordinario giovanotto novantottenne di Edgar Morin, “tutto ciò che non si rigenera degenera”. E’ un ammonimento che l’accademia deve prendere urgentemente in seria considerazione.


OBSOLESCENZA DELLE RISORSE UMANE di Osvaldo Danzi

Nell’epoca dell’industria 4.0, del welfare, della diversity, dello smartwoking e delle mille buzzword con cui noi del settore ci riempiamo la bocca per sembrare innovativi nel ruolo che in azienda è il meno innovativo (insieme all’Information Technology) e che più di tutti rappresenta sempre e comunque l’ostacolo a qualsiasi progetto di cambiamento che superi il perimetro delle slide di una bella presentazione per i Convegni di settore, le Persone vengono ancora identificate come “Risorse”. O peggio: “Capitale Umano”.

Quando si parla di Persone, in azienda si utilizzano termini che afferiscono al mondo finanziario (“risorse”, “talenti”) o a qualcosa che generi profitto (“il capitale”) e a mio avviso, essendo sbagliato questo punto di partenza, ne consegue un’errata interpretazione della missione che è far crescere e sviluppare le Persone all’interno dell’azienda, creare cultura aziendale ed essere il primo testimone dei cambiamenti della cultura del lavoro in generale.

Questo svuotamento dei valori fondanti ha generato la necessità di ridare una mano di vernice nel tentativo di far sembrare nuove le pareti di una casa il cui intonaco si sta irrimediabilmente sfaldando, che nel caso delle Risorse Umane ha portato ad una trasformazione anche formale nella creazione di titoli come, per esempio, l’HR Business Partner. (Per non parlare del Talent Acquisition Manager, che meriterebbe un articolo a parte).

Un’etichetta che suona come una giustificazione, in un momento storico in cui tutta la baracca è orientata a risultati di business.

Eppure, ad un management di qualità e a un HR Manager consistente non dovrebbe sfuggire che se l’area risorse umane seleziona, recluta, assume, gestisce, forma e fa crescere i dipendenti di un’azienda, automaticamente crea valore (anche) economico all’azienda e l’unico modo per farlo è attraendo in azienda le persone giuste, valorizzarle con contratti e inquadramenti adeguati, creando piani di carriera a medio termine che diano ai candidati (ora dipendenti) una visione sul loro futuro e un obbiettivo a cui tendere. E infine, formando i suoi dipendenti, genera per l’azienda un valore inestimabile con cui non solo fare employer branding di qualità, e quindi attraendo nuove persone e fidelizzando le esistenti, ma creando automaticamente progetti di comunicazione e posizionamento a costo zero.

Ma qui, bisogna spezzare una lancia a favore dei poveri HR Manager che da anni si sentono dire da imprenditori e amministratori delegati che “queste attività non sono produttive”, o che “sono perdite di tempo” e nella migliore delle ipotesi “non c’è budget”. Fino al “paròn pensiero” per il quale “già solo per il fatto che ti faccio lavorare dovresti essermi grato”.

“Mi porti il direttore generale proveniente da una di queste tre aziende”.
Quante volte mi sento dire questa frase. Non “mi porti Mario Rossi”, ma “mi porti uno che lavori per quell’azienda”
Perché in quell’azienda si sa che le Persone sono preparate, sono strutturate e sanno gestire i clienti. I suoi dipendenti sono i primi ambasciatori di quel brand. Quell’azienda si è posizionata ed è un benchmark di riferimento per tutte le altre.

Invece, nelle cinque selezioni di HR manager a vari livelli che ho condotto quest’anno in cui ho incontrato di persona non meno di 70 candidati provenienti da aziende di diversi settori e grandezza, il panorama che ne viene fuori è sconcertante. La motivazione che spinge un HR Manager a cambiare azienda è in primo luogo legata alla mancanza di budget per poter realizzare progetti, ma soprattutto per lo scarso potere decisionale.

Non parliamo delle risposte ricevute alla domanda: “che programmi di formazione prevedete per la crescita manageriale dei vostri dipendenti?” perché qui si apre un panorama desolante:
a) in azienda c’è un consulente da 20 anni, amico del titolare, che fa formazione sulla vendita.
b) non abbiamo budget per la formazione e i fondi interprofessionali li usiamo “per altro” o per la formazione obbligatoria.
c) corsi di inglese e di excel.
d) “la Bocconi”
“cioè? Fate fare la Bocconi a tutti i vostri manager?”
“No, quando qualcuno minaccia le dimissioni gli offriamo un aumento di stipendio e un MBA alla Bocconi”.

Uno, due all’anno. Su centinaia di dipendenti.
Un MBA di pura immagine, scollegato da qualsiasi logica aziendale.

Il baratro si apre quando, in ricerche in cui si sottolinea che il ruolo dovrà occuparsi prevalentemente di organizzazione e sviluppo, inizia il panegirico autoreferenziale delle mirabolanti imprese in area relazioni industriali in cui “sono stati tagliati centinaia di posti ogni anno senza che i sindacati abbiano fiatato”.
E quest’ultima frase, l’ho sentita decine di volte, non solo ai colloqui, ma anche in dialoghi fra paria nei Circoli Esclusivi delle Risorse Umane.

Ho parlato di centinaia di candidature ogni volta che si apre una posizione in area HR.
Ci sarebbe da chiedersi: perché cosi tanta attrazione? Perché per un tecnico commerciale arriva qualche decina di cv, per un manager delle risorse umane ne arrivano dieci volte tanti?
Cominciamo col dire che a differenza di qualsiasi altro profilo aziendale, per operare nelle Risorse Umane non esiste un titolo di studi. Qualcuno dopo la laurea si dedica a qualche Master, ma in fase di selezione questo vale quanto il primo premio al torneo di bocce del campeggio, l’estate scorsa. L’area hr è prima di tutto facile approdo di “bravi fornitori provenienti da agenzie”, ma soprattutto è il traguardo definitivo per tutti coloro che avendo abdicato alla professione che discipline psico-sociologiche imporrebbero per coerenza, danno per scontato che quel genere di studi si sposi perfettamente al mondo aziendale. Anche qui, una statistica personale mi inimicherà le migliaia di sociologi e psicologi impegnati in attività HR, ma posso garantirvi che affiancare uno psicologo o un sociologo in un progetto di selezione è l’equivalente dell’espiazione di un peccato mortale di fronte al Sommo Padre, al termine del quale il Paradiso spetterà di diritto.

Per carità, ci sono fra i sociologi e gli psicologi un sacco di persone normali.
Ma queste non si occupano di Risorse Umane.

Un altro motivo che guida una scelta in questo senso a mio avviso è una percezione sociale che viene tramandata dai Direttori del Personale degli anni 70, quelli che ricevevano le lettere di raccomandazione, che venivano riveriti nelle piazze dei Paesi e che avevano potere decisionale sulla vita di intere famiglie. Quel “potere” oggi non esiste più; i percorsi di selezione sono certificati nella stragrande maggioranza dei casi da processi aziendali, da fornitori di diversa estrazione o quanto meno da una doppia valutazione, ma la sensazione di fare un “mestiere che influenza” è rimasto.

Pensate davvero che le migliaia di Navigator che si sono presentati senza alcuna competenza reale e nella stragrande maggioranza dei casi nessuna esperienza acquisita, siano guidati dal sacro fuoco del servizio e non invece da un senso di rivalsa per non essere mai riusciti a superare un colloquio di lavoro?

Disoccupati perenni che dovrebbero trovare il lavoro che loro non hanno mai trovato a cui si sono uniti negli ultimi anni interi eserciti di coach, mentor, counselor e chi più ne ha più ne metta.

Le Risorse Umane, finchè vorremmo continuare a chiamarle così, dovrebbero essere la risposta alla necessità proprio di quei candidati che non trovano casa. Dovrebbero esserne l’orientamento, la motivazione, l’esempio.

Invece il più delle volte, nemmeno una risposta.

Ma nel prossimo futuro i candidati non si dovranno più lamentare con chi opera la selezione del personale. Potranno farlo direttamente con l’intelligenza artificiale di cui tanto si parla nei Convegni HR. Grattando la superficie si scopre che stiamo parlando niente più che di BOT o sistemi di risposta automatica basati su filtri e keywords che hanno la stessa funzione delle regole settate in un provider di posta qualsiasi e che ci stanno vendendo come il futuro delle Risorse Umane.

A cui si aggiungono startup che propongono ai candidati di presentare gratuitamente un progetto anziché il curriculum, che spacciano la maternità come un Master e ci condiscono percorsi di formazione alla faccia di chi figli non ne può o non ne vuole avere creando nuovi divari all’interno delle organizzazioni, fino al fenomeno dei riders e di tutto il movimento intorno alla geek economy che sta riportando prepotentemente alla ribalta il lavoro a cottimo, dichiarato illegale ormai da 40 anni e rivestito a festa da alcune multinazionali con la complicità di qualche Assessore al lavoro ubriaco di innovazione.

Nel Paese delle classifiche sponsorizzate da Associazioni di Categoria, Big4 e Società di consulenza, tutte alla ricerca di nuovi clienti o tessere associative, questo mese su Capital è stata pubblicata la Top 100 dei direttori del personale.
Un autogoal da parte di chi l’ha promossa, che ha preferito offrire una vetrina ad alcuni adepti anziché ridare forma e cultura ad un ruolo sempre più sfiduciato dal contesto in cui opera e appannato nei suoi processi e nella capacità di adeguarsi alla velocità dei nostri tempi. Una mancanza di rispetto – a mio personalissimo avviso - proprio nei confronti di chi ogni giorno costruisce un pezzo di ponte fra le aziende e i dipendenti, fra un modo vecchio di pensare alla crescita delle Persone e i nuovi canali di comunicazione, fra l’autoreferenza dei circuiti chiusi e le referenze sui social, da cui spesso e volentieri, chi opera nelle Risorse Umane è assente o culturalmente troppo distante.

L’obsolescenza delle Risorse Umane è nelle risposte che queste non riescono a dare più non solo ai candidati, ma nemmeno a se stesse.


OBSOLESCENZA DEL DISCORSO di Roberto Dolci

Thomas Friedman nel 2005 pubblica “Il mondo e’ piatto”, best seller internazionale che per anni e numerose edizioni ci ha illuminati sui vantaggi e le trasformazioni che internet ha portato a societa’ ed economia. Dalla globalizzazione, all’outsourcing, all’off-shoring ed alla riduzione delle distanze e dei costi di trasporto, questo libro ante-crisi economica e’ un manifesto dell’ottimismo americano liberale. Anche in edizioni successive, Friedman insiste sul potere comunicativo delle tecnologie digitali, spiegandoci le premesse e promesse tanto della Primavera Araba quanto del vantaggio che ognuno possa pubblicare, e piu’ in generale esprimersi su internet sapendo di essere ascoltato. In questa visione iniziale ci sono poche paure di eventuali effetti collaterali, ma l’ipotesi di fondo e’ che la crescita economica dei 7 miliardi di persone al mondo fara’ in modo di controllare il conflitto e le crisi nei singoli paesi. La CIA invece fu cosi’ attenta a quei germi che gia’ in quegli anni sviluppa scenari sulla deriva violenta dei movimenti popolari, rinforzati e resi virulenti grazie ad internet.

Ora nel 2019 sappiamo che l’ottimismo era un filino eccessivo. Anni fa non avrei mai previsto che genitori non vaccinassero i propri bimbi, che tanta gente pensasse che la terra sia piatta, che l’austerita’ fosse una ricetta intelligente per sviluppare un economia, e via con la lista degli assurdi che leggiamo di continuo sul web. I social media sono terreno fertile per queste nuovi credenti e per i Competenti che insistono a flagellarli per l’eresia. Quelli con la C maiuscola sono spesso politici ed accademici, personaggi che ben conoscono le fatiche del lavoro e dell’arrivare a malapena a fine mese, e dall’alto dei libri letti ed articoli pubblicati blastano e fanno sdeng, ovvero quei suoni che abbiamo imparato sui fumetti degli anni 70, quando credevamo ai supereroi. Altro sonoro sdeng per la Primavera Araba.

Hillary Clinton e’ lo sdeng piu’ sonoro degli ultimi 10 anni: lei era convinta di saperla lunga, sicura degli appoggi delle elite finanziarie mondiali, armata degli influencer piu’ famosi nei giornali, TV e social media. Ha chiamato deplorable i poveri cristi che pensavano di votare Trump, quei travet che dal 1972 ad oggi non hanno visto una briciola della nuova ricchezza americana.
Se la saggezza e’ la capacita’ di imparare dagli errori altrui, possiamo classificare il presidente francese senza molti sforzi: come la Clinton, dall’alto delle sue frequentazioni d’alto bordo ha irriso e maltrattato il popolo, che poi ha indossato il gilet giallo. Sdeng.
Anche nel campo dei vaccini si assiste a dialoghi tra sordi: da un lato chi si spaventa per rischi collaterali che esistono ma sono minimi, dall’altro chi blasta e si arroga il principio che “un dottore vale piu’ di un cantante” di gucciniana memoria.

Se andassimo a rileggere gli scenari della CIA, troveremmo la deriva populista, la fine del sindacato dei lavoratori, la messa in dubbio dell’autorita’, le sommosse popolari che vediamo frequentemente. Come mai?
Com’e’ possibile pensare che un qualsiasi genitore possa volere il male del proprio pupo e non lo vaccini? Come possiamo credere che sia la stupidita’ a tarpare i neuroni dei terrapiattisti? Davvero si puo’ pensare che tagliando la spesa pubblica ed impoverendo la gente si possa far ripartire l’economia di questo o quel paese? Questo e’ veramente problematico ipotizzarlo.

I social media sono fatti per creare comunita’ virtuali di gente simile tra loro, persone che comunicano da remoto con poche parole cui si vuole credere perche’ ci aiutano a stare in quella comunita’. Queste comunita’ sono molto lontane dall’agora’ greca, dalla piazza pubblica dove si scambiano opinioni e magari si litiga tra persone in contatto tra loro. La virtualizzazione del rapporto interpersonale ha fatto un grosso danno. Le nuove comunita’ digitali sono autoreferenziali e chi le frequenta finisce per ripetere sempre gli stessi messaggi, facendoli di volta in volta piu’ assoluti e dogmatici. Internet ha portato all’obsolescenza del discorso, perche’ se tutti stanno tra simili che la pensano allo stesso modo muore la dialettica, finisce il confronto e la crescita che da questo deriva.

George Lakoff e’ un linguista affermato, che ricerca sul fatto che comunichiamo per metafore e che con queste plasmiamo la nostra mente ed i nostri processi decisionali. Dal suo libro originale (che raccomando: “Metaphors we live by”, 1980) e’ poi nato un campo di studi specifico, la linguistica cognitiva, che spiega come il linguaggio formi i nostri processi mentali. E’ Lakoff che ha spiegato nel modo piu’ chiaro i meccanismi con cui Trump ha vinto la battaglia della persuasione dell’elettorato nelle presidenziali del 2016. Il piu’ importante e’ la ripetizione costante di messaggi brevi e semplici, senza tener conto del contradditorio e nemmeno del fatto che siano veri o falsi. Il secondo e’ l’uso di metafore ed allegorie per caricare emotivamente il contenuto del messaggio, fino a renderlo quasi assurdo ma sempre emozionale.
Un esempio di come funziona questo pasaggio ce l’abbiamo quando Trump ha introdotto il termine Spygate per parlar male dell’indagine del FBI sui presunti coinvolgimenti russi, di fatto connotando l’agenzia federale come organizzazione di spioni, e creando un automatismo pavloviano che ne prediudica la credibilita’ agli occhi degli elettori. Va detto che questi non sono trucchi sofisticati: quasi tutti i bambini fanno i capricci in questo modo, e lo fanno perche’ funziona. Con una buona dose di insistenza ed emozioni, le nostre capacita’ critiche si spengono ed accettiamo quanto ci viene detto, pure che i vaccini facciano piu’ male che bene. Ovviamente per convincerci di qualcosa di assurdo, occorre partire da qualcosa di vero ed assodato e poi spostarsi un passo alla volta. Nessuno, a mente fredda, assocerebbe gli agenti FBI a spie cattive, ma la continua ripetizione del termine Spygate ha prodotto l’effetto desiderato. Ecco a voi la Fake truth.

Fake truth e’ quel pericoloso fenomeno per cui rinunciamo al dubbio, alla verifica critica di quanto ci viene detto, e prendiamo come assolutamente vero quello che lo e’, effettivamente, solo in minima parte. I vaccini possono causare l’autismo? Certo, ma in un numero estramente ridotto di casi, cosi’ ridotto da non essere minimamente paragonabile al vantaggio che si ha dal vaccino. L’austerita’ puo’ effettivamente rimettere in sesto i conti di un paese? Certo, molto raramente e facendo soffrire la popolazione come visto in Grecia, Irlanda, Italia.
Ecco come fanno gli sciagurati che vogliono convincere la gente di un qualcosa di assurdo: introducono fuffa, hype, per confondere quello che e’ evidente a tutti. All’improvviso non di dice piu’ che la probabilita’ di autismo sia estremamente inferiore a quella della cura della malattia, ma si classificano entrambe i rischi come “improbabili”. I Competenti che ci vogliono convincere dei meriti dell’austerita’ allo stesso modo introducono insulti sui greci lazzaroni, sugli italiani corrotti, e giocano con i media nazionali per dare giusta cassa di risonanza, ripetere a sufficienza il messaggio e passarlo per buono poco dopo.

Serve usare ethos e pathos sui social media per combattere le Fake Truth? No, e’ controproducente, perche’ manterremmo la comunicazione sulla ripetizione e sull’uso di quelle metafore emozionali che sono proprio il modo in cui le falsita’ vengono rese credibili. Non ci deve nemmeno interessare se dialoghiamo con un Premio Nobel o con un ragazzino, con un CEO, un pompiere oppure un ministro vestito da pompiere. Il fatto che chi sta dall’altra parte della tastiera abbia ricevuto un educazione di base, oppure elevata fino a dove l’aria e’ rarefatta, non c’entra. Di conseguenza, non possiamo nemmeno insultare o difenderci da insulti del prossimo. L’unica cosa che conta e’ il logos, spiegare la logica, i fatti ed i numeri a sostegno delle nostre tesi. Tutto il resto e’ fuffa, ed alimenta le fake truth.

The Economist e’ una rivista che pubblica pezzi di autori anonimi che sanno usare un filo di ironia ma non offendono mai nessuno, e cercano di spiegare la logica delle proprie argomentazioni coi dati. C’e’ una linea editoriale vagamente mainstream e neoliberale, ma chiunque scriva pezzi per il giornale, se argomenta correttamente e con fatti solidi, e’ libero di scrivere controcorrente. Il vantaggio dell’anonimato e’ proprio la maggior garanzia di autonomia da bias e pressioni di personaggi ed organizzazioni che potrebbero non apprezzare certi concetti. I regimi autoritari fanno il possibile per evitare l’anonimato: si va dai casi di Cina e Russia che reprimono il dissenso, a quello dei paesi occidentali che con la scusa infausta di prevenire il terrorismo passano leggi per aumentare il controllo della popolazione. In casa nostra un partito politico vorrebbe addirittura chiedere che ogni messaggio sui social sia autenticato dal codice fiscale del cittadino. Che il regime sia autoritario o democratico, evidentemente vuole il controllo se non anche la repressione delle nostre idee.

Internet e’ nato per favorire la liberta’ di scambiare idee ed informazioni, per connettere popoli altrimenti separati dalla geografia. Cerchiamo di usarlo per come e’ stato inteso, ne vale la pena.

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