LA Bibliocasa


Coronavirus, telelavoro, libri, foliazioni ridotte. E un poeta.

- Ciao, ti disturbo?
- Sono sul lavoro. Sul telelavoro per la precisione. Da regolamento non potrei risponderti. Ma ho qui un bottone che devo cliccare se mi assento per pisciare et similia.
- Ma... puoi?

- Ecco, l’ho premuto. Abbiamo dieci minuti, ti dedico l’unica pausa caffè della giornata.
- Che stress!
- Sai, ora tutti incensano il telelavoro, la meravigliosa botta di digitalizzazione che sta per piombare sull’Italia “grazie” al COVID-19, l’upgrade di un intero sistema che prima vegetava tra scartoffie e pendolarismo. Tuttavia non viene detto che la disciplina che sarà applicata è in stile Amazon.
- Già.
- Ti ricordi quando dall’ufficio chiamavi il fiorista per mandare un mazzo di fiori a tua moglie, perché era il suo compleanno, e nessuno ti diceva oddio stai facendo una telefonata personale? Di quando negli uffici si poteva fumare? E di quando la sera tardi, stanchi morti dopo una giornata di progetti e di battaglie, con carte ovunque e cravatte allentate, il bravo collega tirava fuori a buon diritto una bottiglia di ottimo scotch e il sifone del seltz?
- Sì, io mi ricordo...
- L’economia andava. In futuro non credo sarà più così. Col telelavoro, può essere che tu debba chiuderti nel bagno di casa tua per fare una telefonata personale. E continuerai a non fumare più di prima.
- Non farmi ridere, la situazione è seria!
- Oggi c’è scarsità, una finta e funzionale scarsità, beninteso, e dunque prosperano i volonterosi carnefici del Controllo Generale. Proprio un’epoca di controller gestionali mi doveva capitare, a me che sono un amante delle Crociate!   
- Ozio uguale Peste Nera!
- Ma poi chi ozia? Siamo tutti iperattivi, con doppi, tripli lavori. Comunque se non si sbrigano a far lavorare tutti in remoto perderanno l’occasione di monitorare in modo superbo e non sospetto la produttività e i celebri “risultati”. Perderanno l’opportunità di poter fare, quando il virus se ne sarà andato, dei tagli incredibili, inattesi, delle vere botte d’adrenalina ai bilanci!
- Oh non alzare troppo la voce!
- Questo nel privato. Nel pubblico, sarà interessante vedere, dopo i report interni, quanti uffici dovranno essere sfrondati, con terribili conseguenze per nipoti, amici degli amici, amanti, per non parlare dei miracolati delle “politiche inclusive”. O forse no: l’umanità rimarrà a una quota normale, disordinata, com’è da sempre. Chi lo sa.
- Stai diventando criptico.
- Ma no. A proposito mi chiedo: perché Di Maio non sta cavalcando la cosa? Deve twittare: “Cari cittadini, provate a pensare, oggi, se non avessimo varato il Reddito di Cittadinanza! Sareste chiusi in quarantena nei vostri bilocali ancora più poveri e soli e preoccupati per il futuro”. Sottinteso: un futuro tragico, ma non per lui. E via di questi toni. Hai visto che disastro la comunicazione politica all’epoca del coronavirus?
- Non iniziare con la politica, ti prego. Hai tempo per un consiglio?
- Dimmi tutto.
- Il direttore mi chiede una pagina per la cultura. Di stretta attualità ma senza allarmismi.
- Giusto. Condivido. Non è ancora il momento per quelli. Bisogna aspettare almeno un paio di mesi. Pensa a tutti i festival letterari collassati, alle presentazioni dei libri annullate, a Paul Auster o a Emmanuel Carrère che non possono più venire in Italia a far innamorare le giornaliste di Vanity Fart, al magistrato giallista lievemente preoccupato per le royalties, ai corridoi vuoti delle case editrici con gli editor dal passato innocente che tirano su le lacrime dal naso, piazze vuote, uffici stampa a girarsi i pollici, facitori di libri senza un contratto, registi romani a grattarsi dietro le persiane... Pensa alla melma editoriale che adesso sta scivolando via, discreta, giù per il tubo di scolo del COVID-19. Tutto questo è una monumentale catastrofe economica ma non è allo stesso tempo anche una meravigliosa liberazione culturale? Che un virus bloccasse una metastasi, impensabile fino a poco tempo fa.
- Non ho parole.
- Fin che dura, ovvio. Suvvia, parliamo di eventi e di "opere" di cui anche prima del virus si sentiva perfettamente l’inutilità culturale, quella economica e clientelare è altro discorso, parliamo di faccende che a "coprirle" per le pagine culturali si provava una leggera nausea, epperò tacendola o ironizzandoci su o lodandola per cause di forza maggiore, tipo l’affitto, le bollette a fine mese...
- Sei terribile. Perfino storici denigratori di festival letterari ora compilano articoli di speranza, affinché le kermesse tornino come prima e più di prima. Segno di un loro valore ora finalmente riconosciuto.
- Maddai, la stampa quotidiana va dove tira il vento, gli serve tutto. Gli elzeviristi d’oggi son banderuole, eccetto qualche disperso. Basta un virus per farli tornare sui propri passi. Ho chiesto al mio edicolante se siano aumentate le vendite dei quotidiani: ma no, mi fa, solo le vendite delle riviste per passare il tempo. Vedremo quando usciranno i prossimi dati se il suo è un caso isolato. La stampa ha rispolverato grandi risorse in questo periodo, ha “coperto” il virus a 360 gradi, tra lo strappalacrime o lo scientifico, il che mi spinge a diffidare. 
- Che intendi?
- Preferisco la scelta fatta da un quotidiano straniero che leggo sempre con piacere: foliazione dimezzata da subito fino a indebolimento COVID 19. Questo sì che mi dà fiducia. È logico. È concreto. È una saggia mossa da contadini. Manca la pubblicità, col virus gli inserzionisti latitano, quindi diamo solo le notizie essenziali, verificate, ed evitiamo pure gli assembramenti dei giornalisti, che son sempre pericolosi. E i lettori sono aumentati. Com’è che l’informazione italiana, invece, è diventata obesa? Non dovevano fare i tagli?
- Sei crudele! Che ne sarà di me? Lavoro per un quotidiano, come ben sai.
- Non ti preoccupare, torneremo di nuovo a immergerci in quella cultura terminale lì, più remissivi e più grati di prima. Ora pensiamo alle tue bollette. Veniamo alla pagina che devi confezionare per il direttore. Che ne dici di una bella e anodina serie di suggerimenti di lettura? Una cosiddetta pagina “di servizio”. Umanesimo vecchio stile.
- Avverto ironia.
- Il virus è qui tra noi. La cultura deve recarsi in trincea pure lei, sennò a che serve? La cultura deve aiutare, spostare barelle, mettere il panno bagnato sulla fronte dei feriti, fare da ufficiale di collegamento, stemperare i conflitti, che ne so!
- Proprio questo volevo scrivere. Come la imposteresti?
- Come d’uso. Tutti obbligati a casa, mettete giù lo smartphone, è tempo di leggere. La lettura unisce. Rende più tolleranti anche in caso di convivenze forzate e di affetti alla canna del gas ora costretti a esalare l’ultimo respiro sotto lo stesso tetto. E fa mettere giudizio. Se sei nel pieno di una rilettura di Doppio sogno di Schnitzler non hai chiaramente tempo di menare il partner. O forse sì.
- Io non arriverei a questi punti.
- La cultura riaprirà cuori, porti e aeroporti. Con la cultura la sfanghiamo fuori dal virus. Ne usciremo tutti più istruiti; alcuni di noi, finite le quarantene, parleranno sanscrito. Qualcuno si inventerà addirittura un nuovo mestiere, un mestiere mai visto prima, il mestiere del futuro, chessò, il correttore di bozze. Approfittiamo di questo tempo coatto!
- Sii serio, sto prendendo nota.
- Sei già andato a vedere le auto-pubblicazioni digitali, eccetera? Fai un'inchiestina lì. Presumo che saranno in aumento. Intervista qualche autore per qualche box in pagina, con fotina mi raccomando. Senti soprattutto le influencer, queste Florence Nightingale dei libri. “Io e la mia clausura obbligata con l’opera omnia di Jonathan Franzen”. Roba forte. Fatti dire da loro che, sconfitto il virus, dobbiamo metterci di lena sul climate change. Le buone intenzioni alzano le difese immunitarie!   
- Per favore, devo consegnare per domattina.
- E dove tutti stanno tirando fuori il Decameron, tu vai con Margherita di Navarra. Conosci? Scrisse l’Eptameron, una raccolta di novelle in stile Boccaccio, con quel gruppo di persone forzatamente isolate dal mondo, i cui animi traboccano sempre di storie, chissà come mai, eccetera. Metà del Cinquecento. Lo sfogliavo un paio di giorni fa. Lo trovi in modernariato, un vecchio Millennio dell’Einaudi. Sai che alcune librerie spediscono ancora? Una chicca per lettori sofisticati. Era uno dei libri preferiti da Lacan. A lui piaceva il racconto di quei letti già caldi dove la notte, nei famigerati castelletti di campagna francesi in stile Robbe-Grillet, non si sapeva mai bene chi entrasse. È questo d’altronde il mondo di Vanity Fart, ma qui bisogna tacere. E comunque quando senti menzionare Lacan da una fanciulla scappa a gambe levate, consiglio d’amico. Qualcuno ha già intervistato Recalcati sul virus? Ne avrebbe da dire.
- Hai altri di consigli? Volevo mettere due pezzi in pagina, uno pop e l’altro un po’ più su. Letture “alte”. Ci saranno pure professori universitari e notai a casa, con poco da fare... E qui mi servono tuoi suggerimenti.
- Che ingenuità antidemocratica! Fai un pezzo solo, però a capitoletti: il libro per l’ansioso, il libro per l’apocalittico, il libro per chi prega, per l’ateo... e per il notaio, ovviamente...
- A volte sei proprio irrispettoso, se non ti conoscessi da tempo penserei che sei davvero così.
- No, è solo che questa notte ho riletto Cesare Cases. “Uno con cui c’è da temere a incrociare la penna” diceva Montanelli. Bel complimento, eh? Si usavano, una volta. E allora mi è rimasto addosso un po’ di quello spirito lì. Oppure stavo rileggendo Céline?
- Senti, procediamo speditamente. Confido nelle tue vaste letture. Il libro per chi crede?
- Nessun dubbio: L’abbandono alla Provvidenza divina di Jean-Pierre de Caussade. Gran testo. Lo rileggerò a breve anche io, con le mie note del tempo che fu.
- Il libro per l’apocalittico?
- Mmmh. Lasciami riflettere... L’ignoto che appare di Hofmannsthal.
- Ma... è una novità?
- Ma figurati. Roba vecchia. Già solo il titolo non ti fa correre un brivido radical chic lungo la schiena? È pure un Adelphi. Chi non vorrebbe arrivare tranquillo alla fine dei tempi con un Adelphi sotto braccio? Te lo confermerebbe persino Blondet. È una raccolta di saggi che arriva fino al 1914. Parallelismi assicurati. Immaginati un notaio sul divano di pelle del suo studio con boiserie di palissandro, in piena esplosione di COVID-19, che riceve la telefonata da un amico: “Ma tu cosa stai leggendo?” - “L’ignoto che appare di Hofmannsthal”. “Ah!”. Secondo me, per la bella figura che gli fai fare, ti rinnova l’abbonamento.
- Un libro per amanti lontani? Che ne dici?
- Meglio che si scrivano lettere. 
- Un libro per gli infermieri al fronte e per i loro parenti?
- Un libro non solo per loro, che mi è tornato in mente poco fa: le poesie di Georg Trakl. C’è un’edizione Marsilio e una Garzanti, ho sottolineato di più la seconda, secoli fa. Anche se a Trakl, da infermiere, è finita male.
- Che gli successe?
- Si presentò volontario per la Galizia, nel ‘14. Ci sei mai stato? Regione bellissima, l’ho girata palmo palmo, col cuore in gola dalla gioia, per tutta un’estate. La Galizia vera, quella a est.
- Continua, per favore.
- Trakl, animo giovane, azzurro, duro, sofferente e delicato, con formazione da farmacista, partecipò alla battaglia di Grodek, che come sai fu un massacro. Si trovò a curare da solo novanta feriti ammassati in un granaio, senza mezzi, circondato da contadini ruteni impiccati agli alberi. Appoggiato alla parete del granaio, gli occhi spalancati sull’orrore, continuava a ripetere: “Cosa posso fare? Che aiuto posso dare? È insopportabile”.
- ...
- Durante la ritirata passò da Limanowa e Wadowice – vacci quando sarà finito il virus, sono luoghi assolati, belli, fuori dalle solite rotte – e arrivò a Cracovia, dove si uccise. Cosa che da tempo voleva fare. Le sue poesie sono splendide.
- Non è una storia troppo deprimente di questi tempi?
- Mai quanto lo spettacolo degli inetti, dei doppiogiochisti e dei media. Agli infermieri e ai medici in prima linea, se hanno cinque minuti tra le lacrime, Trakl può quantomeno donare una certa tremenda consolazione. Te l’ho consigliato perché i libri, in un momento drammatico, non devono unire, non devono sciogliere i cuori, non devono rasserenare, ma giudicarci.
- ...giudicarci...
- A proposito, perché non suggerisci Ognuno muore solo di Hans Fallada? Per Primo Levi “uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo”.
- Questa pagina non la chiuderò mai!
- L’unica cosa che importa, attualmente, è avere una scorta di buon madeira.
- Getto la spugna.
- Ma non è meglio così? Perché non diminuite la foliazione anche voi?
- Ti saluto, finisci la tua pausa caffè da solo, cinico che non sei altro!
- Altro che pausa, sono già passati venti minuti! Chi glielo spiega a quelli? Riceverò un richiamo e tu ti arrabbi pure. Manca poco che mi auguri di essere assalito dal virus, oltre che dalla burocrazia!
- Non lo faccio, ma solo perché siamo amici!

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Eugenia e Massimo Massarini (Torino): studentessa di medicina e medico
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Roberto Zangrandi (Bruxelles): lobbista