LA Bibliocasa


Una lezione sentimentale dal COVID 19

Senza voler generalizzare, vi racconto dei diversi atteggiamenti che una coppia di miei amici ha assunto dopo l’arrivo del virus COVID 19.

Lui, uomo colto, intelligente e combattivo, un passato da imprenditore, ora dipendente molto insoddisfatto della sua carriera e della politica italiana, da sempre votante a destra, è su di giri dal 21 febbraio, giorno dell’annuncio del primo caso di COVID 19 in Italia.

Nelle ultime due settimane questo mio amico mi ha riferito al telefono, nell'ordine, le seguenti sue intenzioni: 1) prendere un congedo non pagato per recarsi in un paese dell’est Europa a contrattare con alcuni suoi conoscenti una grossa partita di mascherine («Senza specularci sopra, ma volendo guadagnarci qualcosa, visto che la richiesta c'è»), 2) accendere un mutuo ventennale per l’acquisto di una casa che ha individuato nell’hinterland milanese («Enorme metratura, da ristrutturare, vien via davvero per poco, ha due camini; ma le banche mi paiono avvitate su se stesse»), 3) rilevare uno studio di traduzioni («Può essere che dovendo tenersi a casa o a distanza di sicurezza, si torni a comunicare con l’estero per iscritto»), 4) avviare un libro di memorie («Ma sarà più simile a un pamphlet»), 5) scrivere «il saggio definitivo per ammazzare il politicamente corretto», 6) aprire «un’agenzia di viaggi virtuali» (non gli ho chiesto che diavolo intendesse), 7) «fare una gran quantità di figli» (detto proprio così), 8) approfondire lo studio del russo («Per leggere Deržavin in originale prima di morire»), 9) andare a menare un gran numero di persone che in passato gli avevano fatto dei torti («Forse alcune saranno già morte»).

Tutto ciò mi ha ricordato l’Europa del tempo che fu, quando si partiva per una Crociata senza sapere se si sarebbe tornati vivi; un continente in cui la peste, che era presente con un’aggressività devastante, ben maggiore del COVID 19, più che fermare le attività o «il sistema» spingeva gli uomini a lanciarsi ancor meglio nella vita, accompagnati da un senso dell’onore piuttosto alto, molta fede in Dio e un malcelato spregio per le econometrie.

Lei, invece, la moglie del mio amico, è quasi scomparsa dall’orizzonte. Professoressa e libera professionista con partita iva, due figli, indole allegra ed elevata sensibilità artistica, votante da sempre (eccetto le ultime politiche) a sinistra, un intermittente femminismo un po’ blasé, carriera in piccola ma sicura espansione, in questi giorni mi avrà fatto sì e no un paio di telefonate («Sei vivo?»). Ogni tanto mi manda dei video divertenti che prendono in giro i milanesi imbruttiti dal coprifuoco («Così ci teniamo un po’ su») e alcuni meme con le solite raccomandazioni mediche (niente abbracci, niente strette di mano, niente baci) da lei commentate con parole di tristezza. Ligia alle direttive, cerca di uscire il meno possibile, discute coi figli che vorrebbero scorrazzare su e giù per una Milano più vuota e frequentare la palestra, si reca quotidianamente al lavoro nel suo studio. Si avverte che il COVID 19 l’ha resa incerta: stava pian piano raggiungendo degli obiettivi, ora si sente smarrita.

Cosa dedurre da due atteggiamenti così? Poco in verità. Che la diffusione del COVID 19 abbia conseguenze sociali e psicologiche differenti a seconda del sesso e di quale momento storico i due sessi stiano attraversando, mi pare scontato. Può darsi che il mio amico, ribollente di insoddisfazione politica, veda o si illuda di vedere nel virus quella possibilità di «ricominciare da zero, segando burocrazia, tasse ed establishment» che la politica di destra, e figuriamoci quella di sinistra, non riesce mai ad attuare per mancanza di coraggio e per connivenza con il nemico. Di contro, può essere che la mia amica, che stava finalmente vedendo (e vivendo) una società molto femminilizzata, persino nel settore degli uomini, percepisca nel COVID 19 una battuta d’arresto, il risorgere di istinti, necessità e desideri che fanno più riferimento ad attitudini maschili.

Ogni tanto mi chiedo, con curiosità da romanziere: cosa tiene uniti questi due?

Cari lettori di Zafferano e della Bibliocasa, non so rispondere. In compenso ho chiesto alla coppia di amici che libri stessero leggendo in queste ore di così sottile e impalpabile angoscia collettiva.

Lui è già a metà di Clausewitz («Il punto in cui il generale si appresta a riflettere sul fattore tempo nella conduzione di una battaglia»), lei è alle prese, svogliatamente, con Il monte del cattivo consiglio di Amos Oz.

Io, per me, l’altra notte ho riletto le lettere di Kafka a Felice.

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale, follower di Seneca ed Ulisse, tifoso del Toro
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro