LA Bibliocasa


Un anno con Cergoly

L’anno scorso ho ricevuto in dono, a poche settimane l’uno dall’altro, due libri di cui mi piacerebbe parlare ai lettori di Zafferano.
Il primo titolo è arrivato a me dopo aver corso il rischio di smarrirsi per sempre. Ha impiegato più di un mese per risalire – via posta ordinaria, non tracciata – la costa adriatica orientale, da Spalato fino al Ticino.

Fosse andato perduto, chi mai avrebbe avuto il tempo di cercarlo a Zara, a Fiume, a Zagabria, a Trieste, chissà dove, luoghi splendidi, ago in un pagliaio? L’attesa del piccolo pacco con l’etichetta della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Spalato – un’attesa che si è sviluppata nel mese preferito dai bibliofili e da Gérard de Nerval, ottobre – è stata lunga e venata da un’ansia sottile, persino dolce, fatalista quasi.

È pur vero che si trattava di un libro introvabile. Ad agosto avevo scritto alla professoressa Renata Hace Citra, riferendole di ricerche andate a vuoto, di speranze ormai in via di dismissione: «Gentilissima professoressa, da molti anni e tra non poche difficoltà vado costruendo un piccolo fondo librario dedicato a Cergoly. Saprebbe indicarmi dove poter acquistare una copia del Suo saggio dedicato a questo che è tra i più grandi, e certamente tra i più sconosciuti, poeti italiani del secolo scorso? Ho tentato in ogni dove, senza risultato». La risposta, a stretto giro, lasciava intendere poche possibilità.

A ottobre però, sgualcito e accompagnato da una breve e fiera lettera dell’autrice, il pacco contenente Carolus L. Cergoly dietro le quinte della pagina (una coedizione tra l’Istituto italiano di cultura di Zagabria e la EDIT di Rijeka/Fiume, stampato da IGP Stefanovic nel 1996, con in copertina un ritratto di «Sempresu, ovvero Carlo Luigi Cergoli» disegnato da Ferenzi e tratto dalla raccolta Maaagaalà, Trieste, 1928) ha fatto la sua timida ma pervicace comparsa nella mia cassetta delle lettere, tra volantini macerati dalla pioggia. La professoressa era riuscita a scovarne una copia e ma la spediva in dono per integrarla al fondo (che lascerò in custodia, quando sarà il momento, a una biblioteca pubblica).

Svelta, ben impaginata su buona carta, corredata da una utile, nel caso di Cergoly, biografia, e scritta in uno stile finalmente lontano da quel linguaggio di legno tipico dell’accademia (dev’essere il benefico effetto del sole dell’est), la ricerca che la professoressa Hace Citra ha svolto nel lontano 1988/89 non ha perso nulla della sua energia, e d’altronde il soggetto non l’avrebbe mai permesso.

L’«intimo parlar» del triestino Cergoly, dialetto o italiano che sia, è intessuto d’una freschezza che mai decade, che non può decadere, sarebbe come svegliarsi un giorno e non trovar più Pellestrina (ogni tanto ci andiamo vicini), più il molo Audace (che bel nome), più la biblioteca del monastero di Strahov e più quella dell’abbazia di Kremsmünster.

Per me Cergoly è un breve passo oltre Biagio Marin, in direzione non dell’orizzonte marino, ma della città. Dopo lo sferzante mare aperto, egli è un Gloria preso al banco del Tommaseo (un Gloria, cari lettori, è un caffè corretto cognac).

Il secondo titolo che ho ricevuto in dono è dello stesso Cergoly e mi è arrivato, per vie eccentriche, a Natale. È la prima edizione della raccolta di poesie Dentro de mi, pubblicata da Gabbiano di Trieste (1938, stampato nella Tipografia Renato Fortuna in via Nordio 4. L’autore vi ha apposto una piccola dedica, datata 1945, a un amico «anima sensibile»).

Non è ancora il Cergoly sensuale, erotico, musicale e donnaiolo degli anni successivi, o quello del best seller Il complesso dell'Imperatore. Collages di fantasie e memorie di un mitteleuropeo (Mondadori, 1979) o di Opera 79 in sostantivo Amore (Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1982). Il Cergoly, insomma, che bene andrebbe di moda oggi, in quest’epoca di dandy pecca fortiter e di giornaliste sbarazzine. È un Cergoly diverso, e io lo preferisco a tutti gli altri.

Il titolo della plaquette – Dentro de mi – insegna molto in poche parole. È un raccogliersi di forze virili, un raccogliersi giovane e istintivo, forse impavido, tutt’altro che intimista e carezzevole. Non vi è in queste tre parole nemmeno una sfumatura femminile. Per estremo e vertiginoso paradosso, Dentro de mi potrebbe essere il nome di un quotidiano che, senza censure, riferisca del mondo vero intorno al giornalista che lo scrive, sotto il motto che il conoscere e la critica appartengono all’individuo, non alla massa. Dentro de mi è anche il punto di fondazione di una eventuale società di apoti. È la solitudine operativa prima che venisse sequestrata dal CEO capitalism.

Ascoltate la prima poesia della raccolta, dedicata alla madre e composta da Cergoly in un dialetto triestino luminoso, azzurro, totale:

Mama, no te camini più
te se scondi drio nuvoli
senza forma, color lassù

dai, vardime mama un poco
e dime: te xe contenta
del fio grande, del tuo coco

che povero zerca el passo
tuo per caminar pulito
e la tua forza, ch’el sasso

trasformava in bona piera
dai, vardime mama un poco
go sol, luna, ciaro, sera

no capisso, dentro de mi?
dimelo mama, te scolto
pian, pian eco proprio cussì.

Non sono versi bellissimi? Il figlio adulto chiede alla madre, ormai spersa dietro le nuvole, morta, «senza forma, color», le coordinate per un «caminar pulito». Perché alla madre e non al padre? È uno dei grandi misteri del cuore degli italiani, è la domanda impossibile che essi rivolgono ad ogni donna, che invece è solo un’onda impietosa cui è inutile porre certe questioni.

Ad ogni modo, ringrazio le persone che mi hanno donato questi due titoli che mi accompagneranno lungo il difficile e impegnativo 2020, un anno in cui coloro che hanno la fissa del potere e la smania del controllo non allenteranno la presa, anzi la stringeranno, per insicurezza o per ingordigia.

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Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
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