LA Bibliocasa


Votare è un gesto prazzesco

Alcuni segnali deboli e già dimenticati – la statua di Indro Montanelli oltraggiata con vernice rosa e qualche corsivista un po’ miope ma sicuramente up-to-date che non è riuscito a non scrivere «che ora è più bella»; 

i cartelli blasfemi e penosi, da adolescenti fuori tempo massimo, durante l’8 marzo; il truce sguardo onnipresente di Greta Thunberg, sedicenne attivista svedese che sta scioperando, ma scioperando da cosa chiederebbe Sergio Marchionne, a favore del clima – mi hanno confermato nell’idea che è meglio votare prima delle elezioni europee di fine maggio, per esempio votare oggi. Seggi aperti ce ne sono. Uno è a Roma, in via Zanardelli, sopra la Fondazione Primoli. È la casa di Mario Praz.

Di suo già leggevo La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica quando avevo la stessa età di Greta, ma si sa, gli anni Ottanta furono engagée nello sperpero, sebbene a casa mia raccogliessero polvere solo una copia del Codice civile e penale, un corso di inglese in cassette a nastro, robaccia del Reader's Digest e poco altro. Avevo fornitori extra muros.

Nel tempo, sono riuscito a raccogliere tutti i libri di Praz, anche i più rari; ho visitato la sua «casa della vita», dispiaciuto di non poterla vedere nell’originale collocazione di Palazzo Ricci, in via Giulia; ho accarezzato nella penombra romana le sue statue, i mobili, le cornici, le «cose» di Praz; e ho tentato di identificare il tratto principale della sua anima, ignorando coloro che mi suggerivano di lasciar perdere, che lui era un menagramo, che alle cene, al nominarlo, «esplodevano i bicchieri». Alla fine, quest’uomo l’ho compreso per caso, mentre leggevo il potente romanzo senza stile di Jean Raspail, Il campo dei santi. È accaduto un paio di anni fa – le notizie tardive sono le migliori – per via di un’assonanza spirituale tra due pagine.

La prima, che ricordo a memoria, è nell’introduzione alla Filosofia dell’arredamento, dove Praz, in quel suo tono proustiano all’apparenza intimo e impolitico, mantiene la posizione al fronte: «Vecchia Europa, erano pur belle le adorne sale dei tuoi antichi palazzi, le calme stanze delle tue antiche case borghesi, le rustiche cucine dei tuoi casolari tra i monti...». Rintracciatelo, il passo ha un lieve sapore di Vandea, e si chiude con una esorbitante e patetica (nel senso di Čajkovskij) dichiarazione d’intenti: «Finché ci saran quattro mura che ancora conservino l’aroma di quell’Europa scomparsa, tra quelle mura vorremo morire».

La seconda pagina è poco dopo l’avvio del Campo dei santi. Un clandestino entra senza permesso nella veranda del professor Calguès, nel Mezzogiorno della Francia. Altre migliaia – milioni – sono in attesa di sbarcare. «Piedi scalzi, capelli lunghi e sporchi, tunica a fiori, collana indiana», una tranquilla arroganza, «il parassita di un mondo vivo, ora sciacallo di un mondo morto». Alla termine di un dialogo memorabile, Calguès gli spara. «Niente bandiere, niente fanfare; una vittoria all’occidentale, tanto definitiva quanto inutile e irrisoria. In pace con sé stesso, una pace così profonda che non ricordava di averne mai provata una simile, l’anziano signor Calguès voltò le spalle a quel morto e rientrò in casa».

La sua «casa della vita».

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Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
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