LA Bibliocasa


Sarà per un’altra volta, forse

Avessi avuto tempo – cioè denaro – mi sarei gettato nella mischia. Avrei scritto per Zafferano un articolo introduttivo di cui avevo già un buon titolo («L’antifascismo come reddito di cittadinanza») e un secondo pezzo per chiarire, innanzitutto a me stesso, se fosse peggio andare al Salone del Libro di Torino o alla Biennale d’arte di Venezia (quest’anno i due eventi si sono accavallati per qualche giorno) oppure inforcarli entrambi, a rischio di un collasso intellettuale e fors’anche fisico, per portare a casa un masochista reportage occidentale-orientale in stile gonzo.

Non avendo denaro – cioè tempo – alla fine ho deciso di rimanere a bordo ring (in compagnia d’un acufene che è testimone certo di un’inquietudine irrisolta). Ad ogni modo, l’ho scampata bella.

Tra parentesi, a Torino non producono più il vermut di una volta ma solo una scialba replica, e Venezia è impraticabile fuori dalla stagione fredda (a novembre trovo posto al bancone dell’Harry’s e approdare sulle deserte isole nella laguna è come entrare in una chiesa ortodossa in Carelia, è una forma di preghiera).

Della Biennale mi preoccupo sempre meno, è globish e un po’ stordita. Andarci non è più un atto di fede ma inutile apostasia tutta interiore; gli artisti vestono malissimo, come tardo-adolescenti anni Ottanta (giacca, T-shirt e Vans); molti sono di un’ignoranza da far vergogna e in generale, nella loro professione, sopravvivono i peggiori grazie al falso prestigio della trasgressione e della profanazione, i migliori imponendo il naso all’ingiù a giornalisti e pubblico con qualche opera ben impiattata ma poco nutriente. È come passeggiare nella scenografia del film Synecdoche, New York di Charlie Kaufman: per chi ama la bellezza, c’è da morir di fame, mentre la cerebralità si spreca.

Ancor più sfigato, ma più amabile, il Salone di Torino. Coi libri oggi è peggio che con l’arte, tuttavia in questa edizione a eccitare gli animi c’era la polemica sull’editore Altaforte. All’inizio pensavo che, per una buona volta, il contrasto si sarebbe risolto «alla svizzera», con il titolare Francesco Polacchi, vicino a Casapound, invitato a una serie di tavole rotonde all’interno del programma, così che tutto finisse come doveva finire, cioè in un affare turistico (come a Venezia).

Dimenticavo però due cose: che gli intellettuali, anche quelli con ruoli dirigenziali, non sanno che cosa significhi fare davvero politica democratica, e che il tratto caratteriale preminente degli italiani, da secoli, è la litigiosità. Su quest’ultima riesce sempre a far leva chi ha interesse a scatenare conflitti anacronistici. A un certo punto, come dei novizi, sono intervenuti nella diatriba il Museo di Auschwitz e la novantenne Halina Birenbaum, sopravvissuta alla Shoah: «Al Salone, o noi o Altaforte».

Risultato: Altaforte fuori, ma con i propri libri balzati in classifica su Amazon e una strada spianata per il futuro; l’antisemitismo, tema fino a quel momento marginale, in improvvisa risalita sui social, perché «gli ebrei per primi non vogliono il dialogo»; il dibattito reso ancora più falsato e inconsistente, come già era accaduto per lo scorso Giorno della Memoria; infine, prime pagine dei quotidiani con la parola «fascismo» incistata ovunque (nel 2019).

E poi ditemi se uno non deve restare a casa (ho riletto Auto da fé di Elias Canetti – bellissimo).

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale
Pietro Gentile (Torino): bancario, papà, giornalista, informatico
Francesco Rota (Torino): un millenials
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Giancarlo Saran (Castelfranco Veneto): medico dentista per scelta, giornalista per vocazione