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Parole di plastica senza futuro

Le parole di plastica – chiamate anche parole ameba – sono a tutt’oggi una calamità intellettuale e morale di cui sarà molto difficile sbarazzarci, anche perché la tivù ne sollecita l’uso, in primis nei talk show, dove funzionano benissimo, per tacere della frequentazione isterica che se ne fa sui social network.

A coniare l’espressione «parole di plastica» è stato Uwe Pörksen, linguista e medievalista tedesco, professore a Friburgo in Brisgovia, che sull’argomento scrisse un saggio pubblicato nel 1988 e tradotto in italiano con grande ritardo nel 2011, dall’editore Textus. Da noi, chi prima di questa data conosceva l’espressione è quasi sicuramente perché ne aveva letto nelle Conversazioni di Ivan Illich con David Cayley (edizioni Eleuthera, 1994), dove a tal proposito c’è il racconto di una scenetta che deve essere stata davvero spassosa.

Le parole di plastica sono termini che posseggono una connotazione forte, tale da assegnare importanza a chi li usa. Sono massi lanciati in una conversazione: producono delle onde ma non colpiscono niente. Illich spiega che si tratta di parole quasi sempre esistite nella lingua, ma passate attraverso un candeggio e riportate nel linguaggio corrente a una nuova connotazione che rimanda a cose che altre persone conoscono ma che tu non puoi capire fino in fondo. Si tratta di parole passe-partout e «scontatamente prive di radici, che non possono acquisire connotazioni forti se non sono legate a qualche tipo di emblema». 

All’inizio delle sue ricerche Pörksen ne aveva identificata qualcuna: «sessualità», «crisi», «informazione». A un certo punto, ed è questa la scena spassosa che vi dicevo, Ivan Illich entrò nello studio di Pörksen all’università e gli disse: «Uwe, ho trovato la peggiore di tutte: vita». 

Ed è proprio vero. Ogni volta che in tivù, alle otto e mezzo della sera, viene pronunciata la parola «vita», soprattutto se legata alla difesa dei diritti umani o di qualche minoranza, la conduttrice televisiva (ormai sono tutte donne), in particolare se è di sinistra, s’impettisce impercettibilmente. Un gesto che poi viene replicato sui giornali, nei discorsi dei politici, su Twitter, nelle conversazioni tra conoscenti durante noiose cene estive, e persino in spiaggia, da chiunque abbia interesse a far prevalere il proprio senso di superiorità morale attraverso una violenza tanto nascosta quanto insidiosa. 

Quando il nostro interlocutore tira fuori una parola di plastica (ne segnalo altre tre che vanno forte negli ultimi tempi: «fascismo», «antisemita», «migranti»), se non siamo perfettamente sicuri che il discorso continuerà a svolgersi sul filo della razionalità e non delle emozioni, faremmo meglio a salutare e andarcene.

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