LA Bibliocasa


Lo stile di vita del caos

Molto precipitoso voler avviare un articolo citando Friedrich Nietzsche. Credo che ormai, per legge non scritta, sia proibito farlo, pure tra principianti; se si ha questa tentazione la si deve sopprimere, poiché citare l’impazzito di Torino a riga uno inquadra troppo in fretta la congiuntura, si passa per liceali in fregola, e a riga dieci, procedendo per certe analogie, potrebbe saltar fuori Michel Foucault, se si è inesperti addirittura Slavoj Žižek, che ha dichiarato di recente che l’amore è più radicale del sesso, il che è vero, ma solo se non lo dice lui settantenne, e a quel punto, con Žižek a riga dieci, l’articolo è già bello che perduto.

Tuttavia l’altra sera prima di entrare in aeroporto – definisco così la mia eterna notte insonne, tormentata dai fischi degli acufeni e dal rullio della pressione sanguigna, un mare interno che era meglio non conoscere – rileggevo il Di(zion)ario erotico di Massimo Fini, pubblicato nel 2000 da Marsilio, altra epoca, un testo reso fragile dalla forza bruta del disincanto e da quel particolare tipo di speranza moribonda che ritiene utile un sottotitolo come Manuale contro la donna a favore della femmina. Memorabili e terribili le pagine sulle mutandine. Quando l’autore ne riciclò l’idea di base per la serie del Foglio dedicata alla concupiscenza, nell’estate del 2006, il suo fu l’intervento che, a mia memoria, fece più imbestialire le lettrici. A confronto, il ddl Pillon o il raduno di Verona sono paradisi di filoginia.

A pagina 116, alla voce «No», Fini cita Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Ho recuperato il libro – era accanto alle Provinciali di Pascal – e ho ritrovato un passo sottolineato da giovane: «La nostra cultura moderna non è niente di vivo, vale a dire essa non è affatto una vera cultura, ma solo una specie di sapere intorno alla cultura; essa si ferma al pensiero della cultura, al sentimento della cultura, non ne viene fuori una risoluzione di cultura» (scendendo nel Twitter, sento che Alberto Bagnai potrebbe essere d’accordo con queste righe, ma non Roberto Burioni; mi segno l’intuizione per un futuro approfondimento a tempo perso). Detto altrimenti, si preferisce lo stile di vita – la coda per vedere Picasso e relativi post sui social media – alla vita – per me, Rubens.

È la stessa dinamica che informa gran parte dell’editoria e dell’accademia. L’importante è confezionare volumi. Niente di più attuale della storiella di come alcune massaie riescano da un paio di vecchie calze di seta a ricavarne uno nuovo, così come altri – i giornalisti poi non ne parliamo – conoscono l’arte di estrarre un libro nuovo da un paio di libri vecchi. La raccontava Georg Christoph Lichtenberg.

Per i saggi è pratica diffusissima, ma ci sono eccezioni: La chiusura della mente americana di Allan Bloom, ad esempio. Non vorrei sbagliare, ma un saggio della stessa stoffa è uscito per Liberilibri nel 2017, fermandosi alla seconda ristampa e correndo fino ad oggi sottotraccia, sempre più stringente, divisivo, necessario, pur con qualche contraddizione interna (sull’antisemitismo). S’intitola I padroni del caos e l’ha scritto Renato Cristin. Parla di «riappropriazione ontologica e di conservazione dinamica dell’identità europea». Apriti cielo.

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale
Marinella Doriguzzi Bozzo (Torino): da manager di multinazionali allo scrivere per igiene mentale
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Giancarlo Saran (Castelfranco Veneto): medico dentista per scelta, giornalista per vocazione