LA Bibliocasa


La ragazza con la treccia posticcia

Non è vero che i politici d’oggi siano più ignoranti che in passato, essi possono persino provocare, con un’unica frase o citazione, sconquassi culturali nell’esistenza di un singolo. Prendiamo quel che è accaduto a me, quattr’anni fa.

All’epoca ero un assiduo lettore di Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), di cui possedevo tutte le opere. Nonostante i troppi neologismi e le parole con la maiuscola, il suo pensiero dall’energia dirompente mi affascinava: «sapeva di nuovo», ma di un nuovo autentico e forse nascostamente feroce, categoria disruptive direbbero nella Silicon Valley. D’altronde, la figura di Teilhard ha sempre avuto per molti un inoppugnabile incanto, come la sua terra natale, l’Alvernia, regione di vulcani e di vecchia Francia.

Persona limpida, pura e trasparente, di stirpe nobile, gesuita e paleontologo, dotato d’un viso affilato e calmo (come solo lo ebbe, dopo di lui, Ivan Illich) e di un fermo e dolce carisma di sacerdote e direttore spirituale, Teilhard fu un grande viaggiatore (le sue lettere dall’Asia, dov’era scienziato a dorso di mulo, sono quelle di un poeta), un apostolo della planetizzazione e del transumanesimo, un animo dalla profonda sensibilità mistica. Osteggiato dal Sant’Uffizio, cui assicurò obbedienza, fu pubblicato in larga parte post mortem. Come chiunque abbia percorso migliaia di chilometri in carovana nelle immense steppe orientali, egli aveva una lucidità diretta, urtante e coerente, nel valutare uomini e popoli; per i politicamente corretti Teilhard sfiorerebbe il razzismo («I cinesi sono dei primitivi arrestati, degli “infantili”. La loro massa emana una insuperabile forza di livellamento e di “dissoluzione”»). Ce n’è quanto basta per essere sollecitati a un’attenta lettura dei suoi libri.

Più difficile, invece, riassumere in poche parole la sua teologia di matrice evoluzionista, vicina alla gnosi e, per il nostro tempo, non priva di un certo aroma alla Bergoglio.

Teilhard ritiene che l’universo non sia fatto per l’uomo, ma che l’evoluzione universale tenda all’uomo come suo fine ultimo. Egli è un contemplativo pervaso da uno smisurato amore spirituale per la materia; parla di un Dio «evolutore ed evolutivo», di Cristo Omega e di Noosfera, e addirittura, lo riferisce Étienne Gilson, di «metacristianesimo». Chi volesse avvicinare questo pensiero impastato di scienza, filosofia, teologia e lirismo, non privo di contraddizioni, vertiginoso e commovente, può iniziare dalla raccolta di saggi L’avvenire dell’Uomo.

In tutto ciò, cosa mi capita nel 2015? Una sera di aprile, mentre stavo setacciando per lavoro agenzie e mass media, incappai in un resoconto dell’intervento in inglese dell’allora premier Matteo Renzi alla Georgetown University di Washington, dove studiò, tra gli altri, Bill Clinton.

Sovente i discorsi dei politici di primo livello vengono confezionati da spin doctor desiderosi di lanciare qualche strizzatina d’occhio alla platea, nel caso specifico i professori di un ateneo gesuita. Tuttavia l’udire dalle labbra di Renzi una citazione di Teilhard de Chardin – una frase che in effetti era uno slogan perfetto per la sua enfatica politica – mi lasciò a dir poco attonito. «Il futuro non smette mai di accadere» dichiarava il Bomba, sulla scorta del teologo che, a quel tempo, tenevo in considerazione.

Fu un po’ come scoprire che la bella treccia attorcigliata sulla nuca della ragazza dei tuoi sogni è posticcia (c’è una terribile scena, in tal senso, in Jude l’oscuro di Thomas Hardy). Per poco non divenni ateo.

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