LA Bibliocasa


La noia e la rabbia nelle democrazie-mercato

Difficile, oggi, trovare libri colmi di rabbia. Certo vendono bene i titoli d’indignazione, denuncia, sgomento civile e moralismo umanitario, ma sono tutti testi confezionati in modo equilibrato e professionale (quindi politicamente corretto) e compilati (non scritti) in una lingua di legno burocratica, giornalistica o mass market.

A stento vi si trova una frase che abbia una torsione specifica, che non possa essere letta senza pensare.

Un autore, poi, che vada in escandescenze per duecento pagine, che tenga l’ira per interi capitoli, che sia continuamente in collera dalla prefazione al «finito di stampare», è davvero una mosca bianca, anche perché lo stile bellicoso richiede il doppio dell’autocontrollo e della fatica rispetto a uno più tranquillo.

Non so quanti abbonati di Zafferano abbiano letto Vivere e pensare come porci di Gilles Châtelet – filosofo e matematico nato nel 1944, morto nel 1999 – ma lo suggerisco sia per i contenuti, lucidi e attuali, che, appunto e in egual peso, per lo stile: rovente e fiammeggiante, a tratti sottilmente datato se non romantico, sempre comunque iroso, quell’iroso strutturato che inquieta, poiché oggi l’unica rabbia permessa è quella che dura l’espace d’un tweet.

Ovvio che dovesse finir male. Fatte detonare certe idee in pagina, per alcuni o tutto cambia o meglio morire: Châtelet si uccise a 55 anni, poco dopo la pubblicazione del suo saggio, che come sottotitolo reca L’istigazione all’invidia e alla noia nelle democrazie-mercato.

Breve parentesi, non inutile: Châtelet era un comunista, un attivista omosessuale genere Michel Foucault, un sodale di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Tutti nomi che ricordano un’epoca i cui intellettuali, come ha potuto dire Jean Baudrillard, alla fine non sono «morti» ma solo «scomparsi», come accade a chi non ha realmente amato la vita. Il loro pensiero è però tuttora di moda tra i sostenitori della globalizzazione, specie dalle parti di San Francisco, dove amano i frattali, i rizomi, il redditizio moto browniano dei concetti, le pieghe barocche (o le volute di cannabis) di una digitalizzazione che non ha nulla di liberale e tutto di sovietico.

Detto questo, resta che Châtelet – che vale meno di Chamfort, l’anticonformismo fatto uomo, e più di Michel Houellebecq, un prepensionato del macronismo – si mangia in un colpo solo, almeno per originalità, metà dei saggi di critica sociale in circolazione.

Vivere e pensare come porci è un piccolo libro-sinfonia scritto da un matematico che s’inventava, forse per disperazione politica, stereotipi feroci e li collocava in una geometria che potremmo definire «satirica». In Francia lo pubblica Gallimard, in Italia la vecchia edizione Arcana del 2002 è fuori commercio. Estrarne citazioni vuol dire sforare il draconiano limite di battute imposto ai collaboratori di Zafferano, tuttavia, a patto di attualizzarle (lo faccio tra parentesi), la loro lettura può essere utile per una riflessione su alcuni fenomeni politici e sociali del presente. E godetevi lo stile.

Dal capitolo «Le “Bécassine Memorial Lectures” sul populismo urbano» (a proposito dei gilets jaunes):

«Questa fascinazione per la fluidità e per le reti – che rasenta il patetico nelle Turbo Bécassines e nei Cyber Gédéons – risulta da una confusione tra orizzontalità e democrazia. Si accanisce nell’assediare fortezze abbandonate senza comprendere che l’effettualità autentica del potere è tanto più feroce quanto più è invisibile, che le formazioni orizzontali che delineano la futura Città mondiale, bel lungi dal “democratizzare”, accelerano la concentrazione di focolai di decisione capaci di agire ovunque e in nessun luogo, senza che questo confronto sia compromesso da tutta la pompa di verticalità troppo visibili».

Dal capitolo «La democrazia come mercato politico» (a proposito dei social media):

«È la comunicazione la regina del “Grande Campus planetario” del prof. Wiener, che veglia gelosamente sull’igiene neuronale dei Robinson emittenti-riceventi della “nuova società termo-civile”: questi possono scambiare messaggi, travasare e trasfondere “informativo”, ma devono sottomettersi ad una strettissima disciplina di fluidità, di trasparenza e di chiarezza».

Sempre dallo stesso capitolo (circa alcuni sempreverdi meccanismi da campagna elettorale):

«Il sogno di Pareto si compie: il Dio nascosto, come operatore di simmetria che tende a polverizzare e regolare, è ormai un dittico; esso possiede un’ala politica, l’invidia – che produce la Scatola Nera –, replica dell’ala economica, il bisogno – che produce il Punto Fisso. I governanti – gli attori della Scatola Nera – si vogliono “democratici”, affabili e ghiotti di “pragmatismo quotidiano” quanto l’empirista mercantile che aveva suggellato il fidanzamento dell’Uomo Ordinario con la Mano Invisibile: “Io sono un uomo ordinario e, come voi, invidio altri uomini ordinari”. D’altronde è questo pragmatismo quotidiano che conduce a soffocare la politica attraverso la ricerca di uno star-meglio mai soddisfatto».

Dal capitolo «I cavalieri dissidenti del professor Walras. Lo “jus primae noctis economico”» (a proposito di Usa e Cina):

«La democrazia-mercato è essenzialmente una competizione tra élite».

Dal capitolo «La democrazia-mercato sarà fluida oppure non sarà. Nomadi fluidi e residuati vischiosi» (dedicato ai lavoratori-pacchi del Ceo capitalism):

«Guai a colui che fosse così obsoleto da essere fiero di lavorare con le sue mani! Essere un aristocratico del volatile vuol dire anzitutto disprezzare chi è meno volatile, chi puzza di sudore e di «produttivo», e controlla pochi bottoni. Più una fabbrica è volatile, più si esasperano le divisioni tra quelli che controllano i flussi, restando dunque in prossimità dei dispositivi – i «quadristi» dell’interno – e le «sentinelle» dell’esterno, i nomadi subappaltatori che hanno la sventura di avere ancora delle mani. Non c’è tenerezza nel continuo, e fluidificare significa anzitutto rendere più uniforme, compartimentare e dividere separando “i tovaglioli dagli strofinacci”, questi ammassati in periferia e gli altri immaginati nel cuore dell’azione».

Dal capitolo «I cavalieri dissidenti del professor Walras» (da usare come scolio all’attività politica di Alberto Bagnai):

«Sarebbe di sicuro sconveniente parlare di “neutralità della moneta” ai turbolenti Cavalieri della speculazione, ai Grandi sacerdoti del fluido e del caotico, virtuosi dei contagi mimetici e delle strategie autovalidanti, ai Maestri del credito che possono pagarsi sul futuro, imporre i loro debiti come mezzi di regolamento e dunque assicurarsi il dominio degli “orizzonti economici”. I nostri Cavalieri amano divertirsi “democraticamente” col mercato, ma questo mercato non è fluido ed omogeneo come quello che è offerto alla vedova di Carpentras o ai Cyber-Gédéons e Turbo-Bécassines di secondo rango. Questi ultimi sono gentilmente pregati di restare al proprio posto, quello dei Penati e della domesticità, e di non avvicinarsi troppo al “mercato vero”, quello dei conoscitori, dei “detentori dei mercati”, i quali sanno bene che esso non si riduce mai ad un semplice riaggiustamento contabile, che esso è presa di controllo, che il valore di un’impresa è sempre più legato alle modalità della sua gestione e soprattutto alle anticipazioni di controllo, che la contabilità non è oggettiva ma oggettivante, che i bilanci che utilizzano i “valori reali” – i parametri fondamentali – devono essere sempre riequilibrati da un valore senza mercato che sfugge completamente ai criteri della simmetria di informazione».

Dal capitolo «La nuova eccezione francese. L’avventuriero culturale» (per capire il cul-de-sac dove è finita la sinistra in generale):

«“Non siete altro che populisti obsoleti”, ribattono i saltimbanchi dell’Ordine cyber-mercantile, furiosi di essere chiamati in causa. Domani, naturalmente, i “populisti obsoleti” rischiano di abbaiare – se non di mordere – ancora più forte. È qui che J. Attali, che smette infine di lanciare occhiatine amorose alla Superclasse ed alle sue eleganti reversibilità, si rimbocca le maniche per affrontare il peso del decisivo e del “sociale”: “In cambio, bisogna imporre una giustizia sociale più esigente, che assicuri a ciascuno l’uguaglianza di possibilità d’accesso a questa Superclasse”. Dopo tutti i “sì, ma forse”, gli “a torto o a ragione”, i “da una parte e dall’altra” degli intellettuali saltimbanchi, non si vede molto bene chi “imporrà” questa “giustizia sociale”. Emergerà dal caos creativo dei neuroni della Superclasse? Si può dubitarne, poiché questa sembra poco incline a effusioni altruiste. Oppure emergerà dal Caos delle opinioni dei nomadi del cyber-bestiame? Questo significherebbe dimenticare che la politica autentica – quella che reclama la parte dei senza parte – non concerne mai aggregati di opinioni già stabilite, all’opposto di quanto accade nelle democrazie-mercato conservatrici».

E via così. In Vivere e pensare come porci vi sono altresì capitoli intitolati «L’uomo medio come decadenza statistica dell’uomo ordinario», «Robinson a rotelle e petrol-nomadi», «Come il buon senso può diventare scellerato: fordismo dell’odio e industria del risentimento», «Verso la fine o l’inizio della Storia: yogurtiera per classe media oppure eroismo del qualunque?».

Compreso il tono? Un po’ retrò, con quella yogurtiera, ma bello battagliero.

Il libro è davvero una sarabanda di contenuti engagé, salvata per il rotto della cuffia da un linguaggio che «fa attrito» e diventa esempio, magari discutibile, magari da prendere con le pinze, ma pur sempre meglio delle analisi col lassativo incorporato che ogni giorno ci somministrano media, talk show e editoria libraria. Non a caso l’epigrafe di Vivere e pensare come porci è di Georges Bataille: «La verità – come la giustizia – esige la calma, e tuttavia non appartiene che ai violenti».

Capite, sottotraccia, la rabbia? La pretesa di un ricominciamento?

Ho ancora qualche dubbio, ma volevo proporre ad Altaforte o a Liberilibri – guardate un po’ le contraddizioni del nostro tempo – di ripubblicare Châtelet. Un migliaio di copie le venderanno pure.

© Riproduzione riservata.
Zafferano

Zafferano è un settimanale on line.

Se ti abboni ogni sabato riceverai Zafferano via mail.
L'abbonamento è gratuito (e lo sarà sempre).

In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro