LA Bibliocasa


In Germania senza giornali

Stavo valutando la stesura di un articolo intitolato «Nuovo umanesimo per classi subalterne» ma il tempo è quello che è e poi – questo è un parere da dottore in niente – varrebbe davvero la pena scrivere un dettagliato testo tra storia, filosofia e politica per dimostrare che sotto la raffinata etichetta «nuovo umanesimo» c’è l’antica fregatura di sempre, solo un po’ più «digital», un po’ più «trans» (-umanista, beninteso) e un po’ più tanto pericolosa, e financo letale in quel modo soft e totalitarista che ormai tutti hanno sgamato ma di cui nessuno ha saputo, finora, trovare il disinnesco?

Ho dunque glissato sulla stesura del suddetto articolo. Non bastasse, in occasione della crisi politica italiana la mia rassegna stampa ha subito, per paradosso, l’ennesimo tracollo. Fino a un anno fa, almeno tre-quattro quotidiani al dì e appuntamento fisso con una quantità di periodici, blog e profili social (alcuni si stanno ora gettando nei canali Telegram, d’altra parte la censura incombe). L’emorragia finanziaria e di tempo che generava questa solerte attività degna di un ufficio relazioni istituzionali di discreto cabotaggio la inghiottivo con un certo senso del dovere e della speranza. Stavo continuamente sotto una flebo d’informazioni, avevo vertigini e un ragguardevole archivio di ritagli (che mi son sempre guardato dallo scansionare, per non perderli del tutto). Forse era pura dipendenza. Poi, una lenta, imprevista disintossicazione. Da inizio agosto, altro giro di vite, per nausea: ho addirittura sperimentato l’ebbrezza di un paio di fine settimana senza testate mainstream e relativi allegati sabatini e domenicali. Quasi non ci potevo credere. Vertigini d’altro tipo.

Suggerisco di provare. Finché si legge e si compulsa quel vasto brodo di cultura così professionale e competente e ponderata se ne subisce il fascino tardo borghese o nouveau riche o shabby chic o globish o ZTL o «terrazza romana» che dir si voglia (La Lettura, Robinson, il Domenicale del Sole 24 Ore, il Foglio, D-La Repubblica delle donne). Poi un giorno, per caso, anziché recarsi in edicola, si preparano i funghi per il risotto, si sceglie un calvados, si medita di ricominciare a fumare (Gauloises brunes senza filtro) nonostante l’acufene, si decritta una poesia in cirillico, e all’improvviso ecco che i media si sgonfiano come un materassino a fine estate.

È questa – quasi certamente – una breve illusione ben congegnata da una psiche esausta, un balsamo contraffatto da sorseggiare con cautela, un tirare il fiato da manovali, un’astinenza fortuita di cui sarebbe bene non fidarsi. Come vivere, e come difendersi, senza seguire a vista d’occhio le manovre del nemico, rese d’altronde così visibili da tutto ciò di cui i media tacciono? Il «nuovo umanesimo» è qui per rimanere, whatever it takes, e farà danni profondi e impercettibili, e accerchierà da ogni dove. Mi chiedo: è il momento giusto per de-informarsi?

Ma a proposito di libri (ormai salto da un tema all’altro, tuttavia l’avevo detto all’inizio a Riccardo Ruggeri: «Voglio scrivere articoli senza capo né coda, carezze o schiaffi fuor di cronaca, conversazioni tra amici al limitar del campo di bocce». Risposta di Riccardo, sempre stimolante: «Va bene, Tommy, siamo qui a Zafferano per sperimentare»).

Dicevo, dunque, di libri. Mi sono imbattuto in Strategie imperiali. America, Germania, Europa di Flavio Cuniberto, pubblicato da Quodlibet. Non conoscevo l’autore. Buon saggio di veloce lettura: centoventi pagine che valgono, manco a dirlo, centoventi giornali non acquistati. Coloro che hanno già letto – e ormai non sono pochi – le ondivaghe e splendide Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann o che hanno recuperato per tempo in modernariato L’anima e l’economia di Geminello Alvi e l’hanno molto sottolineato, o coloro che hanno seguito, leggendo tra le righe, la strumentale polemica sull’antisemitismo di Martin Heidegger o che hanno sondato Carl Schmitt fino a ritenerlo né un amico né un nemico, troveranno nel testo di Cuniberto un’aria di Heimat. Strategie imperiali è una drammaturgia di idee e verso la conclusione dà qualche brivido fiabesco, s’intenda l’aggettivo nel senso più wagneriano possibile.

La prima parte è d’avvicinamento, con qualche passo scontato: le balle e le strategie statunitensi finalizzate al lavaggio del carattere europeo, dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, abbiamo imparato a conoscerle e chi le nega è in malafede; la storia scritta dai vincitori, pure; che la democrazia sia un’ideologia, sta purtroppo nell’ordine delle cose; che bisognerebbe almeno provare, da europei, a non morire atlantisti, è forse un saggio consiglio. Che i social abbiano il potere quasi magico di «virtualizzare il dissenso trasportandolo in un teatro fittizio e narcisisticamente appagante» è vero, ma l’avevamo già letto (in Stress e libertà di Peter Sloterdijk: «Twitter è un placebo della biopolitica dei perdenti»).

Più interessanti le considerazioni di Cuniberto sulla religione dei diritti umani («Una contorsione mentale che sostituisce la vittima concreta con qualcosa di astratto») e sull’estendersi a macchia d’olio della «carta dei diritti», fenomeno che non è «un semplice riconoscimento di natura giuridica, ma un’acquisizione giuridica resa possibile dal progresso tecnico». Equazione finale: la religione dei diritti coincide con la religione tecnologica. E qual è il ruolo della Chiesa cattolica in tutto ciò? Parassitario, sembra suggerire l’autore, quindi votato allo scacco. Sono pagine, queste di Strategie imperiali, che insieme a quelle fortemente critiche sul concetto di «crimini contro l’Umanità», fanno capire bene l’immane cerebralizzazione di ogni aspetto della vita occidentale. È vero che basterebbe fare un giro su Instagram per rendersene conto. Per via negativa, però.

Ancora meglio, e qui siamo oltre la metà del libro, le osservazioni geopolitiche di Cuniberto: esse racchiudono il vero scopo, attualissimo e venato di metafisica, del suo saggio, che diventa da questo punto in poi un esercizio di contro-lettura e di equilibrato revisionismo.

Il progetto europeo è nato come una sostanziale camicia di forza imposta dalle potenze atlantiche alla Germania rinascente dalle proprie ceneri, ragion per cui, sottotraccia, la Germania è sempre stata il vero ago della bilancia degli interessi statunitensi in Europa. Che essa cambi la propria collocazione geopolitica virando a est, verso la Russia, seguendo peraltro un richiamo millenario, è il vero incubo della classe dirigente a Washington; e tentativi di Berlino in tale direzione se ne sarebbero pure visti negli ultimi anni, a voler grattare sotto la propaganda.

Già, la propaganda. Dio ce ne scampi. Cuniberto, in un paio di analisi memorabili che farebbero andare il tè di traverso agli intellò di Robinson/Repubblica, smonta la snobberia del mostro sacro Vladimir Nabokov verso il Faust di Goethe e l’ironia malcelata di un editoriale di Roger Cohen sul New York Times all’epoca della Germania campione del mondo. Due episodi tra mille della strategia antitedesca dei media angloamericani, che hanno sottilmente imposto, forse anche all’autore di Lolita, la regola che chi pensa al Tedesco lo debba pensare odioso, o quantomeno inchiodato ai suoi limiti caratteriali.

Tutto perché la Germania, secondo Cuniberto, è «irriducibile ai dogmi e ai miti dell’Impero anglofono», avendo propensione a un Impero di diverso segno, a una «meta-forma politica che consente alle identità locali e nazionali di coesistere senza annientarsi», o quantomeno senza «svuotarsi nell’omogeneità di uno spazio globale, planetario». Era l’idea anche dello storico Ernst Kantorowicz, che indicava nella sua persona e nel suo pensiero la possibile convergenza tra l’elemento tedesco e quello ebraico, due mondi metafisicamente più legati l’uno all’altro che non l’elemento tedesco e quello cristiano (a molti suonerà come un provocatorio paradosso, ma le pagine di Cuniberto sono illuminanti a proposito).

A fine lettura, restano svariate domande: quanto è corretta la visione di Cuniberto? Fino a che punto fa sponda all’UE? Che ne penserebbe Alberto Bagnai? Perché Steve Bannon si occupa dell’Italia? E segnatamente: quand’è che almeno un quotidiano italiano inizierà a informare il lettore delle pervasive operazioni statunitensi in Europa?

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro