LA Bibliocasa


Ho trovato un buon giornale

In Canton Ticino – ma ne ho potute vedere anche altrove – vi sono in alcuni paesi delle cabine di legno o metallo che paiono quelle vecchie del telefono, e invece son piene di libri.

La gente è invitata a lasciarvi i volumi che non vuole più e a prelevare i titoli che la incuriosiscono, in un ricambio virtuoso. Talvolta una cabina, pure nell’educatissima Svizzera, viene presa per una discarica e allora il Comune la chiude «per troppa maleducazione». Accade di rado.

In uno di questi minuscoli frammenti di biblioteca collettiva senza bibliotecario né catalogo ho trovato un paio di settimane fa una copia, in pratica nuova, de Il buon giornale. Come si scrive. Come si dirige. Come si legge di Piero Ottone, uno degli storici direttori del Corriere della Sera (tra l’altro, licenziò Indro Montanelli, che lo accusava di fare un quotidiano «senza una linea»). Il libro è un vecchio Longanesi del 1987, precisamente il numero 156 della collana «Il cammeo», nella quale posseggo anche tutti i titoli di Federico Zeri.

Nel 2014, in una recensione al suo Novanta. (Quasi) un secolo per chiedersi chi siamo e dove andiamo noi italiani, trattavo Ottone piuttosto male. Gli davo del «giornalista elusivo e finto imparziale», di quelli che «danno le notizie tra le righe», e per ribadire il mio giudizio negativo accanto all’articolo ne firmavo un altro dove elogiavo un gran libro di uno scrittore e giornalista magistrale, Una nazione in coma. Dal 1793, due secoli di Piero Buscaroli.   

Ora non farò abiura. Devo tuttavia confessare che ho letto Il buon giornale in una sola notte, richiudendo la copertina all’alba col cuore gonfio di nostalgia e soddisfazione. È un saggio su un’epoca andata, scomparsa, deceduta, polverosissima agli occhi dei giovani, ma colmo di consigli apprezzabili.

Ottone ricorda innanzitutto che «giornalisti si nasce, non si diventa», ed è proprio vero. Anch’io penso, con Sándor Márai, che il giornalismo è una condizione nervosa, uno stile di vita stabilito già dalla culla, anzi, un amore particolare per la vita e la confusione, un temperamento vitale poco incline alla burocrazia e all’accademismo e molto agli angiporti. Per tacer di quelle dolci e infide caserme che sono le redazioni, su cui molti giovani scappati di casa si sono imbarcati, facendo persino carriera.

Fin da subito, Ottone infila i suoi consigli-base: tra tutte le notizie che si possono dare, si devono scegliere quelle che il lettore desidera conoscere (e perché non le altre?); la cosa più importante per un giornalista, ancora prima della specializzazione, è l’intuizione (perfetto); la completezza dell’informazione è un concetto qualitativo e non quantitativo (meraviglioso); il modo migliore di non farsi abbindolare, quando si fa per mestiere l’intermediario tra coloro che sanno e coloro che vogliono sapere, è citare tutte le fonti, sempre, nessuna esclusa, quelle anonime vanno dichiarate tali. Quest’ultima è una visione riduttiva del mestiere (ci sono notizie che vanno in primis rubate) e tipica di Ottone, ma ha una sua drammaturgia, assegna delle responsabilità, e oggigiorno sarebbe interessante sapere le fonti di certi servizi (ne vedremmo delle belle). 

Tanti pure i consigli-aneddoti d’autore. Eccone due. A volte basta un aggettivo: l’inviato Guido Piovene scrisse che l’Inghilterra degli anni Cinquanta stava attraversando un periodo oraziano, come chi si gode il presente con animo pago, con saggezza, senza voglia di affrontare grandi fatiche. Con una parola soltanto Piovene disse tutto (a pochi). Altre volte, di contro, non bisogna insistere nel cesellare i pezzi: come affermò Antonio Baldini – a proposito, devo rileggermi Amici allo spiedo – se cerco il finale vuol dire che ho già finito.   

Ma io non finisco (Riccardo Ruggeri, perdonami, vado oltre le cinquemila battute) e vi racconto di un Ottone che oggi darebbe scandalo dentro il Corriere («In quelle due o tre settimane trascorse in Sudafrica mi convinsi che la minoranza bianca non può concedere l’uguaglianza ai negri senza correre il rischio di essere sommersa e scomparire») e di un altro Ottone che pare Ivan Illich e che in poche righe separa due epoche («Adesso gli articoli sono battuti direttamente dal giornalista sul videoterminale, e trasformati in spettrali parole verdognole che compaiono tremolanti su uno schermo, prima di finire, attraverso processi che non conosco, sui rulli delle rotative, per essere stampate. Le righe di piombo si prendevano in mano, si toccavano, potevano essere scalpellate per una correzione in extremis; le parole elettroniche non hanno peso, non hanno corporeità, sono puri segni immateriali, privi di odore, impalpabili», ed ecco spiegato il perché i giornalisti, a quel tempo, erano alacri seduttori e ora vanno pazzi per il data mining. Dove sta la realtà?).

Del «buon giornale» si potrebbe davvero conversare per mesi interi, senza mai trovare il bandolo della matassa, perché non c’è. Sapete come si «vestono i giornali», per usare l’espressione di Sergio Ruffolo? Conoscete la distinzione tra «giornalisti che vedono» e «giornalisti che pensano»? Volete il racconto di quando il glaciale napoletano Michele Mottola, che per decenni «cucinò» il Corriere della Sera, sbagliò misteriosamente nel pubblicare una foto raccapricciante? E di come Michele Serra (non lo «sdraiato», l’altro) confezionava La Stampa? Tra parentesi, Enrico Emanuelli e Mario Missiroli, riferisce Ottone, scrivevano i propri articoli a mano. Il primo, vengo a sapere, buon romanziere. 

E che gusto leggere – oggi che le ristrettezze moralistiche imperano – che l’inviato Max David, appassionato di equitazione, allertato nel cuore della notte per una partenza, riusciva sempre a infilare in valigia gli stivali con lo sperone, «perché anche in Siria ci sono cavalli».

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Umberto Pietro Benini (Verona): salesiano, insegnante di diritto e di economia, ricercatore di verità
Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro
Giancarlo Saran (Castelfranco Veneto): medico dentista per scelta, giornalista per vocazione