LA Bibliocasa


E’ notte e non lo sappiamo

Un poco malmesso di salute, impossibilitato al viaggio quantunque breve, troppo snervato per lavorare su altre cose, ho trascorso l’ultimo primo maggio a rileggere un romanzo ambientato nel 1944, scritto sul finire degli anni Cinquanta e pubblicato da Gallimard nel 1960: Nord di Louis-Ferdinand Céline.

Un libro che potrei consigliare solo a pochi tra coloro che si sentono feriti e intrappolati nella nostra epoca.

Non è un racconto per lettori giovani, che lo sfoglierebbero come fosse un Charles Bukowski; non è per arrabbiati di piazza e di social, per chi sta cercando la propria strada e per gli intellò galleggianti sull’ideologia; serve, invece, una furiosa sensibilità speciale per capire e sentire, per riconoscere, lo squarcio spirituale evocato da queste pagine.

Nord ripercorre la fuga precipitosa di Céline (con la moglie Lili, il gatto Bébert e l’attore La Vigue) dalla Francia di Vichy attraverso la Germania bombardata – Baden-Baden, il Brandeburgo – mirando alla Danimarca.

È un testo di un’intensità sconcertante: Berlino città di facciate, dove la voce del Führer è un’allucinazione uditiva, i personaggi grotteschi, e più sono «potenti» e più le medaglie che s’appuntano sul petto li fanno esplodere come palloncini gonfiati, nobili viziosi che portano a spasso un cane pelle e ossa, per mostrare ai contadini che anche al castello si fa la fame, per poi ingozzarsi nelle proprie stanze, i fasti taroccati e le formalità di un Reich in sfacelo, i grandi hotel in segreta dismissione, nelle camere orge d’individui senza futuro, debosciati... Tutto è ritratto in una luce d’oltretomba; tutto è «notturno», il fosforo delle bombe, gli uomini immobili nell’oscurità che cascano al solo toccarli, cadaveri...

Ma appunto. Leggevo Nord e pensavo: se c’è uno scrittore di cui abbiamo bisogno come il pane, può essere solo un nuovo Céline. I maestrini in tivù alle otto e mezzo della sera, i facitori editoriali, i truci ambientalisti della pagina scritta che stranamente, negli ultimi tempi, scelgono una postura intimidatoria: non arriverà mai nulla di vero da loro. E nemmeno dal pavido Michel Houellebecq.

A un certo istante del dramma – e il lettore sente che è così – troviamo Céline nell’abisso tra due vuoti: la Francia su cui, esaltandosi, aveva puntato e da cui fugge, e la Germania in rovina dove rincorre frontiere e permessi. Più nessun punto di partenza, più nessuno d’arrivo.

È la disillusione completa, il buio della Storia, il mondo ridotto a fame e burocrazia, cioè, a farci caso, il mondo dell’attuale Ceo capitalism, con la differenza che noi «moriremo mangiando» e pensando di nutrirci (cfr. Nebbia in agosto, il gran film di Kai Wessel), accasciati in qualche lounge di vetro e acciaio.

Fatico, come dicevo, a consigliare Nord ai giovani, oggi educati a non capirlo, o a sprezzarlo senza leggerlo. Manca loro, e non a loro soltanto, un pezzo d’anima, di profonda esperienza, di disperata e rognosa vitalità, di pietas, e la conoscenza dell’odio. Credo che nell’immediato futuro una parte della letteratura – tra cui Céline e Friedrich Hölderlin – diventerà ancora più inaccessibile allo Spirito (anche se resterà disponibile alla ricerca accademica, in piena metastasi, e al cleptomane mercato wc, web e computer).

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