LA Bibliocasa


E lavorando cantava

Durante un veloce passaggio dalla mia cittadina natale ho incontrato un vicino di casa di quand’ero piccolo. Un uomo dall’animo semplice e prudente, di poche parole ma non introverso, affabile, sereno, ormai ultrasettantenne.

Abbiamo conversato un po’. E così sono venuto a sapere che mio nonno, un falegname, lavorando cantava. «Non di rado – mi ha raccontato Giulio con la sua sintassi un po’ rotta, che mi ha ricordato quella di Charles Ferdinand Ramuz – sentivo provenire dalla bottega di tuo nonno il rumore degli scalpelli sul legno e lui che cantava».

Oggi il multitasking ci ha colonizzato fin nel tessuto dei neuroni, davvero in tanti lettori non faranno una piega nel sapere che, quarant’anni fa, v’era un artigiano nel nord della Brianza che lavorando cantava; a me, invece, la «notizia» ha fatto riflettere, poiché non conosco nessuno che lavorando canti o accenni una melodia. Né un meccanico, né un cuoco, né un vignaiolo, né un impiegato, né un chirurgo.

Molta gente, è vero, mentre lavora fa anche altro. C’è chi lavora e ascolta musica (non ho mai capito come si possa restare intere ore immersi nella soggettività altrui, che sia Francis Poulenc o Rihanna), c’è chi lavora e ha la tivù accesa, chi lavora e orecchia gli affari altrui, chi lavora e conta le banconote (non è detto che le due cose vadano insieme), chi lavora e fa sesso (alcune categorie), chi lavora e distribuisce manganellate (negli ultimi tempi in Francia), chi lavora e si guarda intorno preoccupato, chi fa finta di lavorare e propina balle a chi lavora (in ascesa), chi lavora e incassa il sussidio di disoccupazione (idem), chi lavora e va sulla Luna, magari ascoltando pure lui canzoni pop, ma mai – che io sappia – cantando.

Cos’è accaduto, dunque? Effetti collaterali del multitasking? Perché è diventato così raro e difficile accompagnare il proprio lavoro con una melodia che non arrivi dall’esterno, che non sia rumore bianco digitale o mondano, ma che sgorghi da dentro l’animo su ritmi già conosciuti o inventati al momento?

Lavoro e canto dovrebbero nascere insieme, come gemelli, mi dicevo qualche sera fa tentando una risposta a queste domande, ed escludendo dal campo d’indagine il blues e altri canti di schiavitù (di politica ne ho fin sopra i capelli). Cercavo di visualizzare, o meglio di ascoltare, quello che oggi è un vero ossimoro: un lavoro allegro. Squillò il telefono. Un amico, sposato da pochi mesi con una ragazza della Bucovina, m’invitava a cena per l’indomani. Accettai volentieri.

Fu una bella e breve serata, in un appartamento vista lago, con soggiorno e cucina in un unico grande living. Dopocena, un ottimo risotto, aiutai a sparecchiare, presi un bicchierino con lo stemma di Cernopol (io la chiamo così, in omaggio a Gregor von Rezzori) e un dito di ţuică sul fondo e mi accomodai sul divano. Ancora inseguivo nella mia mente la domanda circa la separazione ormai definitiva tra lavoro e canto. Il mio amico sedette con me, e d’un tratto udimmo dalla cucina Svetlana che, lavando i piatti, cantava a bassa voce.

Era una melodia slava, naturalmente; chi ha percorso quei luoghi in auto, a lungo, anno dopo anno, durante le ombrose sere estive, sa di cosa si tratta, e chi ha letto i romanzi di Andrej Belyj pure: una musica impastata di sentimento e dolce fatalismo.

Ascoltando Svetlana che lavando i piatti cantava, mi dissi che il guaio dei nostri giorni – dove impera una smania di controllo tale da far ammutolire le persone perbene – non è l’assenza di un lavoro allegro, ma di un lavoro normale.


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