L’Intervista


Tommy Cappellini: l’Antifascismo come Reddito di Cittadinanza

Caro Tommy, è curioso che un vecchio intervisti un giovane, che un editore intervisti un suo collaboratore. Certo, viviamo in un mondo rovesciato, ma una ragione c’è: i lettori di Zafferano possono così conoscere meglio chi abita nella mitica rubrica «La Bibliocasa».

Come sai, fra tre anni, nel 2022, la mia famiglia potrà fregiarsi del titolo di «famiglia antifascista secolare», quindi sul fascismo, e il suo compare speculare, l’antifascismo militante, ho idee nette e su queste ho disegnato la mia vita. Così sul reddito di cittadinanza, che è uno dei plinti su cui si basa il mio nemico (culturale, of course), il Ceo capitalism, quello con al centro della scena non l’uomo, non il lavoratore, ma il «consumatore» (cosa sarà mai questo ircocervo digitale, un umanoide incrociato fra un umano e una App?) che trasforma i lavoratori in zombie. Questi, retribuiti con compensi da fame, necessitano di un aiuto di Stato, il «reddito di cittadinanza» appunto. Sconcia genialata per evitare la rivoluzione?

Tommy, non mi interessa certo sapere chi voterai domenica, ci mancherebbe, piuttosto capire il processo mentale e culturale che ti porterà al voto. Il tuo curriculum è esemplare per noi di Zafferano: giovane giornalista delle pagine della cultura di importanti giornali italiani e svizzeri, fratello gemello dell’acufene, ora uomo che lavora nel settore dell’economia della cultura. Considero la cultura l’unico “forcone” serio per abbattere, dall’interno, questo modello culturale, economico, politico, un carcinoma che con le sue aggressive metastasi ci vessa da un quarto di secolo. Avendo tu, come me, negli scorsi cinque anni vissuto in un ambiente dove l’informazione l’ha fatta da padrone, siamo dei privilegiati al momento del voto. Noi abbiamo le nozioni per fare un bilancio del passato, sia del modello, sia delle leadership. Ciò premesso, iniziamo l’intervista.

Sull’ultimo numero di Zafferano hai suggerito un ottimo titolo da cui possiamo partire: «L’antifascismo come reddito di cittadinanza». Ce lo spieghi?

«Antifascismo e reddito di cittadinanza, due facce della stessa medaglia. Sono entrambi una forma di ascensore, il primo culturale, all’interno però di una cultura ormai virtuale e fittizia, e il secondo sociale, ma di un sociale ridotto alla mera sopravvivenza. Insomma, si resta al piano terra. La storia dietro al mio titolo è persino banale».

Raccontala.

«Gli intellettuali di sinistra, in Italia, hanno capito che a questo giro elettorale è meglio non presentarsi direttamente come tali ma trovare un’altra “etichetta da combattimento”. Per loro mettersi in trincea a nome del Pd o di +Europa sarebbe autolesionista, la stagione di Matteo Renzi non è mai stata smaltita e correrebbero il rischio di passare ancora, nonostante l’abiura a parole di Romano Prodi, per aristodem, per élite, per elettori ztl, per foraggiati, per i soliti maggiordomi del partito dei ricchi. L’etichetta alternativa che hanno individuato a livello italiano è l’antifascismo, a livello europeo la lotta per il clima. A me sembra una triangolazione concettuale per non pagare una sconfitta alle urne. Non è però detto che vada così».

La sinistra sta recuperando voti?

«Di rimessa. Sui social, poi, sappiamo che l’antifascismo funziona benissimo per zittire qualsiasi replica a dei ragionamenti financo fondati; l’antifascismo ha sempre ragione per definizione, anzi, “per religione”. Ormai ogni dialogo si annulla in questa modalità cristallizzata».

Ma perché hai associato l’antifascismo al reddito di cittadinanza?

«Dichiararti antifascista oggi ti dà subito una patente di cittadinanza, è un fulmineo ius soli culturale, e non di rado è accompagnato da un sussidio economico o psicologico o morale, magari piccolo, magari temporaneo, non certo una crassa rendita di quelle antiche; probabilmente quando lo si riceve si tira un attimo il fiato e si chiudono gli occhi per un istante. Certo, è poco più di una mancia per i riders antifascisti che giorno e notte spostano pacchetti di opinioni ad alto valor civile, ma come mi disse una volta Paul Virilio, rifacendosi a Hölderlin, il nostro tempo ha sposato la povertà. Oggi tutto fa brodo. Siamo lontani anni luce da L’Amore e l’Occidente di De Rougemont».

Credi anche tu, come me, che questo antifascismo sia così petulante perché siamo in assenza di fascismo? L’altro giorno, preso da scoramento, ho scritto un tweet: «Quando vi sarete stufati di bisticciare sul nulla (il fascismo), iscrivetevi a Zafferano, qua insulti e brutte espressioni non sono ammessi».

«Aprire questo argomento vuol dire non finirla più. Siamo all’interno di un revisionismo e di un contro-revisionismo infinito che non significano nulla; ci scagliamo addosso gli uni agli altri intere santebarbare di fake truth e la situazione, anziché migliorare, si estremizza. Segnale che lo scontro è del tutto virtuale. Credo che se tanti non recitassero l’antifascismo si sentirebbero smarriti. Vedere, infine, gli “antifascisti” rientrare in gruppo ai propri appuntamenti al Salone del libro, dopo l’espulsione dell’editore Altaforte, è stata una scena patetica. Pareva avessero vinto una partita di calcetto. L’antifascismo sa essere di una pigrizia intellettuale notevole, anche per dispensarsi dall’attaccare le nuove forme di totalitarismo soft con cui mostra di andare d’accordo».

Concordo sulla pigrizia atavica degli antifascisti, ma oggi c’è un pericolo fascista?

«Solo alle otto e mezzo della sera».

Battute a parte?

«Cito l’ultima riflessione che mi è capitata sottomano, trovata questa mattina sull’account Twitter dell’editore Laterza. Un video che mentre parliamo ha solo pochi like nonostante i 32mila followers del profilo, ma la questione dello shadow banning è troppa lunga da affrontare qui. Ecco lo storico Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice, proprio al Salone del libro: “Se per fascismo s’intende partito armato, regime totalitario, politica imperialista, razzismo discriminatorio fino all’eliminazione fisica e guerra imperialista io credo che non ci sia in nessuna parte del mondo un pericolo del genere perché tutta la società, la cultura e la mentalità che ha generato questo tipo di fenomeno unico nella storia non esiste più”. Non sono d’accordo, i lati peggiori dell’umanità e della politica permangono nei secoli e ovunque. Però non riesco proprio a parlare di “fascismo eterno”, perché a questo punto la cosa si fa insondabile e astratta, puoi allucinare di tutto. E strumentalizzare ogni fatto».

Quindi?

«Suggerirei a chi si sente antifascista oggi, o a chi teme regimi totalitari, di guardare dalle parti di Silicon Valley oppure, per risparmiarsi il viaggio, nel proprio smartphone. E da lì procedere. Si dice che oggi Anna Frank verrebbe geo-localizzata in cinque minuti ed è vero: allontanare questa evenienza con un filtro di cultura retrò, credendo che solo da destra, o solo da sinistra, arriverà il lager o il gulag, significa non aver compreso che il prossimo totalitarismo soft – di cui vediamo già i segnali deboli – sarà informatico e biometrico, e gestito da persone che di politico in senso tradizionale avranno ben poco. Saremo estremamente soli e disinformati e nel subirlo e nel combatterlo. Come quando ci si trova in certe corsie d’ospedale, privi di anticorpi, con il management che vuol fare revisione delle spese».

Che suggerisci, in termini intellettuali, ai giovani lettori di Zafferano all’appuntamento con il primo voto?

«Di valutare la situazione a partire da quello che vedono intorno a sé. Di lasciar perdere gli spauracchi che vengono agitati davanti ai loro occhi, tutti lontanissimi nel tempo, intangibili: il fascismo di cent’anni fa, l’apocalisse climatica da collocarsi in qualche punto, nessuno sa quale, dei prossimi mille anni. So che il loro animo sensibile e appassionato viene rapito da questi temi, so che hanno bisogno di convergere su una lotta. Ma quest’ultima deve essere puntuale».

Ad esempio?

«Contrastare i progetti di abolizione del contante e di limitazione delle armi, che sono precursori di un disarmo totale del cittadino, che diventerebbe inerme davanti a qualsiasi persecuzione o violenza istituzionalizzata. È ben strano che gli accaniti antifascisti lascino correre su queste battaglie: con cosa porterebbero avanti una eventuale Resistenza o una seconda Rivoluzione francese? Con il forcone dei nonni o a mani nude con lo smartphone, mentre i colossi informatici, tra l’altro enormi elusori fiscali, con i loro algoritmi di face recognition individuano te e le tue espressioni facciali, con altri algoritmi entrano nelle tue tasche fino a trovare il tuo ultimo centesimo, riducendoti alla fame, e montano fake news peggio di quelle della Gestapo? La domanda più generale, e meno provocatoria, è la seguente: con quanto spessore di dignità, libertà e autonomia intendiamo affrontare il futuro? Si vota per questo. Io voto per questo».

È così. Da una dozzina d’anni questo è il mio pensiero e pure il mio problema. Ho dedicato tutto questo tempo a cercare di capire in che mondo vivranno i miei nipoti. Liberatomi della nebbia artificiale creata dai “birbanti”, ho scoperto, terrorizzato, che esistono due passaggi, lo “stadio intermedio” (Silicon Valley e le “polveri sottili” del politicamente corretto che incombe nei salotti di potere euro americani) e lo “stadio finale”, la Cina dei 2.800 Ceo-gerarchi e del loro satrapo Xi Jinping. Tu ed io lo sappiamo che fra “stadio finale” e “soluzione finale” c’è un amen, non così i miei nipoti. Siamo in chiusura, altri suggerimenti?

«Diffidare di chi parla di fenomeni “inarrestabili”, di chi usa e userà frasi tipo “il mondo è cambiato”, ovvero “non ci sono alternative”, di chi compra tempo, di chi aspetta nell’ombra che tu ti sfianchi da solo e in buona fede, di chi dice “non ci sono soldi” e dimostra il contrario nel suo operare. E alla larga da chi vuol togliere anche un solo granello di peso alla parola “universale”, quando questa è legata al suffragio, e da chi ritiene che il diritto a vivere e ad essere curati abbia un limite di età, a partire dal basso come dall’alto. Su questi “nazismi”, uso tale parola anacronistica per farmi intendere, circolano parecchie proposte».

In due parole?

«Come mi ripeti spesso, caro Riccardo, essere apòti, ma non fessi».

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Zafferano

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In questo numero hanno scritto:

Angela Maria Borello (Torino): direttrice didattica scuola per l’infanzia, curiosa di bambini
Valeria De Bernardi (Torino): musicista, docente al Conservatorio, scrive di atmosfere musicali, meglio se speziate
Tommy Cappellini (Lugano): lavora nella “cultura”, soffre di acufene, ama la foresta russa
Marinella Doriguzzi Bozzo (Torino): da manager di multinazionali allo scrivere per igiene mentale
Roberto Dolci (Boston): imprenditore digitale
Giovanni Maddalena (Termoli): filosofo del pragmatismo, della comunicazioni, delle libertà. E, ovviamente, granata
Riccardo Ruggeri (Lugano): scrittore, editore, tifoso di Tex Willer e del Toro